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Chapter 9 No.9

Lezioni di Felicità

Il Destino sonnecchiava, stanco dopo le fatiche d'una giornata occupatissima. Aveva rovesciato le sorti di ventisette nazioni; aveva gettato nelle fauci spalancate della Morte qualche milione d'uomini e ne aveva messo al mondo altrettanti; aveva spezzato molti cuori teneri e ferrei; aveva fatto dei milionari e dei mendicanti; aveva sparso per l'orbe terracqueo gioie e sventure, ed ora si sentiva in diritto di riposare.

Ma, appena assopito, si udì invocare a grandi grida, e, brontolando come un vecchio medico condotto un po' rimbambito, si alzò, mise le pantofole e si affacciò a vedere chi lo chiamava.

Era tutta una folla - c'era mezzo il mondo. Allora, sospirando e soffiando, il Destino si rimise in giro, coi suoi occhiali da orbo sul naso e la sua vecchia scorta di rimedi in tasca.

La sua prima visita fu per una donna che piangeva, e la sua voce era più forte di tutte le voci. - Cosa volete? - chiese il Destino.

- Mio figlio!... Fatelo tornare. Fate che non sia morto!... Rendetemelo, e non vi chiederò mai altro.

- Sta bene, - disse il Destino. E, scostandosi sul limitare per lasciar entrare un soldato, se ne andò piegando il capo sotto un turbine di benedizioni.

La seconda visita fu ad una giovinetta.

- Fammi sposare Gigi! - gridò lei, aggrappandosi convulsa al manto lacero del Destino. - Se non sposo Gigi, muoio!...

- Prenditi il tuo Gigi e non seccarmi più.

- Mai! Mai! Te lo giuro. Non ti chiederò mai altro!

.... Poi c'erano delle donne senza figli che ne volevano, e delle donne incinte che non ne volevano; e dei malati che volevano la salute; e dei poveri che volevano l'agiatezza; e dei poeti che volevano la gloria.... E tutti giuravano che non volevano altro; che se il Destino stavolta li accontentava, non avrebbero mai chiesto altro favore.

E il Destino li accontentò.

Ma ecco che appena fu tornato a casa - e non era passato per i mortali un anno e pel Destino un'ora - che già tutti quelli ch'egli aveva assistito erano a battere alla sua porta, chiamandolo a gran voce.

- Ma cos'avete tutti quanti? - brontolò il Destino affacciandosi; - non avevate promesso...?

- Sì, - strillò la vecchia, - ma c'è mio figlio che mi vuol portare in casa una nuora senza cuore e senza dote.

E la giovane piangeva: - C'è Gigi che mi tradisce....

E le donne che avevano voluto dei bambini erano piene d'ansie e d'angoscie; e le donne rimaste sterili erano piene di rimpianti e di struggimenti; e gli ammalati che avevano ricuperato la salute ora volevano l'amore; e i poeti che avevano la gloria volevano anche dei denari....

Allora il Destino gridò - Basta! avevate promesso di non chiedere più niente, e non vi dò più niente.

Chiuse la finestra e tornò a dormire.

Morale: Bisogna guardarsi dal fare delle promesse al Destino; poichè non accade mai che, ottenuta una cosa, non se ne voglia un'altra.

Oppure - morale alternativa - : Se avete ottenuto una grazia, accontentatevi di quella, e fatela durare il più possibile. Perchè non sempre ve ne sarà concessa un'altra.

. . . . . . .

Questo io pensavo, la sera di San Silvestro, mentre legavo i ricordi del passato alle speranze dell'avvenire, come un mazzo di fiori da offrire ai Fati sulla soglia di un anno nuovo.

E tra i ricordi ne sorgeva uno, della mia lontana infanzia.

Eravamo un gruppo di bambini nel giardino di Park House a Norwood; e ciascuno diceva ciò che avrebbe desiderato essere quando sarebbe grande.

- Io sarò pittore, - disse Arnaldo, il maggiore di noi sette. - Ed io cavallerizzo, - dichiarò Ferruccio. - Io palombaro, - disse Anselmo. - Io sarò capo di una tribù di pellirossi, - disse Eva, ch'era fantasiosa e selvaggia. E rivolta a me ch'ero la più piccola, e tacevo: - E tu, Annie, cosa vuoi essere?

- Felice, - diss'io.

Tutti tacquero un momento, riflettendo. Poi il futuro cavallerizzo disse: - Che sciocchina! La felicità non è.... una professione.

Allora io, mortificata, dissi subito che volevo essere padrona di una pasticceria; e questo mi riabilitò agli occhi dei miei fratelli.

Ma un po' più tardi chiesi ad Anselmo: - Che cos'è una ?professione??

- Una professione.... - spiegò lui, con pittoresca ambiguità, - è quello che s'impara ad essere.

Ed a me stessa io posi la domanda: - E non si può imparare ad essere felici?

***

Oggi più che mai sono convinta che si può. Sono anzi dell'opinione che bisognerebbe istituire dei corsi di lezioni speciali per insegnare alla gente - soprattutto alle donne! - come si fa ad essere felici.

Siamo tutti d'accordo nell'ammettere che una vita, una giornata, un'ora in cui non si è stati felici (o, ciò che è sinonimo, in cui non si è reso altri felici), sono un'ora, una giornata, una vita perdute.

Ma la felicità non è cosa semplice ed elementare. La felicità è un'arte difficile e complessa; per possederla occorre un'educazione speciale; per apprezzarla ci vuole coltura, esperienza e raffinatezza.

Naturalmente, il concetto della felicità è assai diverso secondo le persone e i temperamenti. Quello che rende felice me, per esempio, lascerebbe perfettamente indifferente la mia amica Dora; mentre ciò che rende felice Dora....

E qui apro una parentesi. La felicità di Dora è una cosa così strana che sento di doverla raccontare.

Essa mi venne a trovare ieri, raggiante, trasfigurata. Prima di salutarmi corse allo specchio e si guardò lungamente, facendo molte smorfie colla bocca e movendo il capo in su e in giù come un idolo chinese un po' pingue.

- Cos'hai? - le chiesi attonita.

- Tu vedi in me, - diss'ella, - una donna felice!

- Che cos'accade? Sei divorziata? Tua figlia si sposa?

- Ma che! - esclama lei. - Figurati che ho trovato il modo di far sparire il doppio mento. è una americana che me l'ha insegnato. è un metodo miracoloso e semplicissimo!... Tre volte al giorno ti metti ritta e pieghi il collo all'indietro, forzando tutti i muscoli; poi giri il capo lentamente da destra a sinistra, e viceversa, sessantaquattro volte. Poi pizzichi fortemente ottanta volte la carne sotto al mento; e, dopo un grande lavacro con acqua gelata contenente venticinque goccie di benzoino, spalmi la pelle colla crema hazeline; poi percuoti il collo colla punta delle dita articolando in gola - ma senza proferirla - dodici volte la vocale a; indi....

- Stop! - esclamo io - mi dirai il resto un'altra volta.

- L'americana mi garantisce - dice Dora, sedendosi con aria di tranquilla soddisfazione, - che con questo sistema, tra sei mesi avrò a sostegno del mio capo una perfetta colonna d'alabastro.

Io rido. Ma ella seguita con gravità:

- Ti assicuro che tale certezza ha portato nella mia vita un nuovo senso di felicità. Questo doppio mento mi amareggiava l'esistenza.

- Ma dimmi, - le osservo, - e quei dieci anni, o quei ven....

- Non fare dell'aritmetica, - mi interrompe essa.

- Ebbene, durante tutto quel tempo in cui non avevi il doppio mento, sei stata sempre felice?

- Ma no: non ci pensavo, - dice lei.

Ecco, ecco l'errore! è questo. Non ci si pensa. Nelle mie Lezioni di Felicità s'imparerebbe a pensare, a pensare a tutto ciò che di buono si ha, a tutto ciò che di sgradevole si potrebbe avere, e a rallegrarsi del contrasto.

Ma Dora continua: - Quando penso che a ventotto o ventinove anni ero così magra e carina.... - S'interrompe con un sospiro. - Com'è detestabile ogni mattina davanti allo specchio constatare che si hanno quei dieci anni di più....

- Ma io, tutti i giorni, constato che ne ho dieci di meno! - esclamo, lieta. - Vado allo specchio e mi dico: - Che gioia essere quale sono oggi! Tra dieci anni, avrò dieci anni di più. Ma oggi.... non li ho.

- Già, - dice Dora, - ma tra dieci anni....

- Tra dieci anni potrò dire la stessa cosa.

Dora mi fissa pensierosa. - è un'idea, - dice lei.

- Tutto, vedi, dipende dal nostro atteggiamento mentale di fronte alle cose. Prova, - continuo, sentendomi saggia come il mago Alfesibeo, - a guardare la vita sempre da un punto di vista di gratitudine e di letizia. Aprire gli occhi al mattino e dirsi: ?Che gioia aprire gli occhi!... Vi è, ahimè! chi non li apre più?. Alzarsi, traversare la camera e spalancare la finestra: ?Che beatitudine poter salutare, ritta in piedi, la nuova giornata!...? Ascoltare, se sei in campagna, il grido degli uccelli; udire, se sei in città, battere i tappeti nel cortile pensando con giubilo: ?Quale privilegio, udire questi suoni! Vi è chi vive in un eterno e terribile silenzio!...? E così di seguito per ogni cosa che si fa. Credimi, quando non esiste una vera e seria ragione di affliggersi, è un delitto il malcontento, un crimine il malumore....

Strano a dirsi, si è sempre inclini a credere che i felici.... sono gli altri.

Per i bambini sono felici i grandi. Per i grandi sono felici i bambini. Quest'ultima asserzione, pur così abituale, è falsa anch'essa come la prima. I bambini non sono felici perchè non sanno di esserlo. E, prima condizione della vera felicità, è la consapevolezza.

Quindi nelle mie Lezioni di Felicità si farebbe un elenco di tutte le cose buone, belle - o anche solo normali - che si posseggono, con relativo atto di grazia per ognuna di esse.

Si insegnerebbe ai bambini che il fatto di avere due occhi che vedono, due orecchie che odono, due piedi che camminano, sono altrettante fonti di felicità. Imparerebbero a rallegrarsi di tutto: C'è il sole - che gioia! Piove - che bellezza! Tira vento - che allegria! Fa caldo - che gusto! Fa freddo - che piacere!

Nel mio corso per gli adulti vi saranno altri esercizi: Sono innamorata - quale estasi! Non sono innamorata - che tranquillità!... Ho tanta gente d'intorno - che divertimento! Sono tutta sola - che pace!... Sono giovane - che giubilo! Sono vecchia - che riposo!... E così via.

E tutti i frequentatori dei corsi, i grandi come i piccoli, dovranno tutti i giorni e a tutte le ore dire a sè stessi e agli altri: - Io sono felice! - Solo così sapranno di esserlo; e solo sapendo di esserlo lo saranno.

Si dirà che questa è una specie di felicità.... forzosa. Ma non c'è come farsi delle abitudini! E, come ci si esercita negli sports, o nelle lingue estere, così si può esercitarsi alla gratitudine e alla letizia, e formare un'abitudine preziosa: l'abitudine della felicità.

Le lezioni si dividerebbero in corsi speciali. Le lezioni sulla ?Felicità nell'Amore?, per esempio, sarebbero senza dubbio assai apprezzate e frequentate....

Espongo queste teorie a Dora, che le ascolta con scettico sorriso. Ma a questo punto m'interrompe:

- Tu affermi delle cose insensate, - dice. - La felicità nell'amore è una contraddizione in termini. L'amore, lo sanno tutti, è sinonimo di sofferenza.

- Chi non ama, - sentenzio io - non può essere felice.

- E chi ama, - ribatte Dora - non può essere che infelice.

Ma io non mi lascio turbare da questi cavilli. - Le classi di Felicità nell'Amore, - continuo imperterrita, - saranno le più ardue, ma saranno anche tra le più utili. Le allieve di questo corso si divideranno in due categorie: quella delle ?Amate? e quella delle ?Amatrici?. La grande maggioranza delle donne appartiene senza dubbio a quest'ultima categoria; ma vi sono donne che, per caso fortuito o per qualità intrinseche, appartengono alla prima.

- è vero, - dice Dora con un sospiro.

- Strano a dirsi, quasi tutte le ?Amatrici? preferirebbero appartenere alla categoria delle ?Amate....? ed hanno torto.

- Hanno torto? - esclama Dora. - Perchè?

- Mia cara, la felicità della donna più amata che amante, è apparente più che reale. Non è forse più felice l'artista che il suo modello? Non dovremmo noi preferire all'inerzia passiva dell'ispirare una passione, lo struggimento divino del risentirla?

- Mah!... - dice Dora stringendosi nelle spalle.

- Eppure, troviamo che le ?Amatrici?, le donne nate col fuoco sacro della passionalità nel cuore, guardano con invidia, invece che con pietà, le fredde e passive loro sorelle - le ?Amate? - che come statuette d'amianto, s'ergono illese tra le fiamme dell'amore altrui, insensibili alle passioni ch'esse ispirano senza condividerle.... Perchè, bada bene, non appena le condividono, ecco che passano anche esse nell'altra categoria, quella delle ?Amatrici....? e allora devono seguire un corso di lezioni del tutto diverso....

- Comincio a confondermi, - dice Dora, fissandomi con occhi alquanto vacui. - Lìmitati a spiegarmi il tuo ?corso di Felicità per le Amatrici?. - (E noto che Dora arrossisce).

- Questo, - sentenzio io, - si suddividerà in tre classi: la felicità cinica; la felicità magnanima; e la felicità assoluta. Alle allieve che prescelgono la ?felicità cinica? si insegnano vari precetti, utili ad evitare gli amori sfortunati. Per esempio: La donna, nella relazione amorosa, sia sempre l'ultima a cominciare e la prima a finire; cioè, non s'innamori mai lei per la prima, nè si disinnamori lei per l'ultima. - (Vedo le labbra di Dora che si muovono ripetendo sottovoce questo saggio ammonimento). - Secondo precetto: ?Non correre mai appresso a un uomo nè a un tram, perchè ce n'è sempre un altro che segue....?. E così via.

- Cinico davvero, - dice Dora. - Passiamo all'altra classe.

- La felicità magnanima? In questa classe impareremo a trovare in noi stesse tutta quella gioia che, erroneamente e illogicamente, abbiamo l'abitudine di esigere che altri ci diano. Una volta convinte che ogni gioia deriva da ciò che noi sentiamo, e non da ciò che gli altri sentono per noi, si arriva a non preoccuparsi se, o no, il nostro amore è contraccambiato. è una forma, questa, di superiore e sagace egoismo. - Io sono brutta? Che importa! Purchè colui ch'io amo sia bello. - Io non gli piaccio? Che importa! Pur ch'egli piaccia a me! - Egli mi è lontano? Ma io lo tengo chiuso nei miei pensieri dove lo trovo quando voglio. - Si noti che queste teorie, esposte con tutta franchezza all'oggetto amato, hanno un altro vantaggio. L'uomo, lo sappiamo, è assai vano. Quindi non accadrà mai che, di fronte a un simile atteggiamento, l'idolo mascolino non finisca col commuoversi. Egli si dirà che questa donna che l'ama senza scene, senza pianti, senza rimproveri, senza esigenze, che gli parla sempre di lui, approvando tutto ciò ch'egli fa, ammirando tutto ciò ch'egli dice, in fondo lo interessa più di un'altra. Egli si abituerà a mirarsi in lei come in uno specchio - uno specchio alquanto adulatore - e così avverrà che un giorno l'?Amatrice magnanima? si troverà d'un tratto promossa nella categoria delle ?Amate?!

- Oh, guarda un po', - mormora Dora, impressionata. - Hai forse ragione.

- Ed ora veniamo alla terza classe: la felicità assoluta. Qui si avrà l'insegnamento più prezioso di tutti; qui si insegnerà alla donna ad amare unicamente ciò che ha. Amica mia, quando noi avremo imparato a dirci che la cosa, o l'essere, che possediamo è l'unico che desideriamo, quando saremo convinte che ciò che ci appartiene, per il solo fatto che è nostro è l'unico degno del nostro amore - ecco che avremo trovato invero il segreto della felicità!

- Va bene, - ribattè Dora, dopo un attimo di silenzio, - ma se questa cosa, se questo essere, che oggi è nostro.... domani ci sfuggisse....

- Ah! - rispondo io, - appena ci sfugge, non è più nostro; quindi, automaticamente, cessiamo di amarlo. E cessando di amarlo cessiamo - o evitiamo - di soffrire. Del resto, ciò che è nostro bisogna saperlo tenere. E lo si tiene appunto colla felicità. Colla felicità nostra! Poichè non è che la donna felice che può rendere felici gli altri. Credimi; la Malinconica, la Rassegnata, la Sacrificata, nella vita quotidiana, è un tribolo a sè stessa e un tormento agli altri.

Dora ride e mi abbraccia.

Da quel giorno Dora ed io cogliamo la gioia a piene mani dovunque la troviamo; ed è sorprendente in quanti e quali angoli vicini e remoti la troviamo, per quanti sentieri romiti e battuti essa sboccia e fiorisce!

Volgi il capo, sconosciuta amica mia che leggi, e vedrai che tu pure già ne hai piena la casa, il giardino e il cuore....

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