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Chapter 5 No.5

Fata luminosa

La Fata Luminosa sono io.

Questa dichiarazione può sembrare mancante di modestia. Infatti, scrivendolo, arrossisco.

Tuttavia, trattandosi di narrare una storia che ha la sua brava morale, la racconto tale e qual'è.

E forse a Lola farà piacere.

Incontrai Lola in montagna. L'estate era stata torrida, ma io, occupata a scrivere degli articoli illustranti la barbarie della perfida Albion, non me ne ero accorta. Un giorno alzando gli occhi per caso al calendario m'avvidi che l'estate era già lontana. Ed io non ero stata in campagna! Non ero stata, come ogni anno, a 1000 o 2000 metri d'altitudine!

- Dov'è la più vicina montagna? - chiesi a chi mi stava accanto, mettendomi in fretta il cappello.

- Macugnaga, - mi fu risposto.

- Avanti. Vado a Macugnaga. Addio a tutti.

Invano si protestò che Macugnaga in ottobre sarebbe vuota, che a Macugnaga sarei gelata....

Partii.

Il sole d'ottobre - il più bel sole dell'anno - raggiava in un cielo di lapislazzuli quando arrivai lassù, e i ghiacciai del Monte Rosa fumigavano abbaglianti e le valanghe balzavano e rotolavano tonando, come per un foot-ball di giganti.

E Macugnaga era vuota.

Meglio così. Tutta questa gloria di sole e di neve era per me, per me sola.

Ma facevo i conti senza l'oste: l'oste di Macugnaga chiudeva i suoi alberghi, e se non volevo dormire nelle pinete o sul ghiacciaio, dovevo scendere con lui al piano.

Scesi; ma il meno possibile. Mi fermai a mezza montagna, a Ceppo - ridente villaggetto che si posa come una driade montana, con un piede sul pendìo e l'altro nel torrente - e presi alloggio nel piccolo H?tel des Alpes, presso la signora Maria. (Signora Maria! se voi leggerete questo racconto, sentitevi nel cuore il mio saluto).

E a Ceppo conobbi Lola. Passando un meriggio accanto alla scuola, la vidi, circondata dai suoi venti o trenta bambini, che tutti le strillavano qualche cosa. Lei non rispondeva. Teneva fissi su me gli occhi, occhi immensi, neri, ardenti.

Le dissi qualcosa; ella si fece rossa e poi pallida e mormorò il mio nome. Mi parve lusinghiera, sebbene esagerata, la sua commozione.

Nel pomeriggio venne a trovarmi. Mi portò molti fiori. Era magra, esaltata, febbrile.

E nel villaggio mi dissero: - Ah, la maestrina? Poveretta! va consunta.

Anche lei me lo disse un giorno, ansando un poco: - Vado consunta. - E nella sua voce vi era insieme una grande paura e un certo romantico compiacimento. - L'hanno detto tutti; anche i dottori di Milano; e il dottore di qui, che mi fa delle iniezioni. è tutto inutile! Vado consunta.

Io ne ebbi grande dolore e pietà. Quando salivo correndo per la montagna, al sole e al vento, pensavo a lei, e mi dicevo: - Povera Lola, che non può!... - Perdendomi nei boschi d'abeti, arrampicandomi per l'arida morena, traversando il torrente e scivolando sui sassi levigati e bagnandomi fino alle ginocchia nella gelida acqua, arrivando infine alla croce sul ghiacciaio e guardandomi intorno, col mondo ai miei piedi e soltanto il cielo sopra di me, pensavo: - Povera Lola!... povera Lola che non deve muoversi, che non deve stancarsi....

E ad ogni cappelletta, ad ogni crocifisso sull'orlo delle vie alpestri mi fermavo a dire una piccola preghiera perchè Lola guarisse; ad ogni Madonnina ammantata d'azzurro, impallidita dal sole e dalle pioggie, sussurravo piano: - Oh Madonnina, fate guarire Lola.

Ma in fondo al cuore sapevo che Lola non poteva guarire.

Lola si aggrappò a me con un affetto febbrile e appassionato. Ad ogni passo la incontravo, ferma a guardarmi con quegli occhi troppo lucenti. Le bambine della scuola avevano tutti i momenti ricreazione perchè la maestra doveva uscire; lieve e lenta passava davanti alla bianca porta e sotto alle verdi finestre dell'H?tel des Alpes.

Allora, un giorno, l'invitai ad entrare.

Poi l'invitai a rimanere; ed ella passò i suoi pomeriggi sdraiata sul divano a guardarmi scrivere; talvolta, in pieno sole, uscivamo entrambe sul terrazzo. Non permettevo che mi parlasse. Era l'ora in cui le veniva la febbre; aveva le guance infocate, le mani brucianti: e i brevi capelli neri le si arricciavano sulla fronte sudata.

Sempre, quando arrivava e quando partiva, io la baciavo. Ed ogni volta che la baciavo, lei mi diceva:

- Grazie!

Venne il novembre, e il sole si ritirò da Ceppo; si ritirò con garbo, un poco ogni giorno, allontanandosi gradatamente dal villaggio come un amante infedele che medita un tradimento.

- Ora per tutto l'inverno il sole in paese non verrà più, - disse la signora Maria. - Tornerà in aprile. E spero che allora, - soggiunse, china ad aiutarmi a chiudere la valigia, - tornerà anche Lei!

- Anch'io lo spero, - dissi con un sospiro, pensando come di rado mi sono concessi i ritorni.

Tutto il villaggio si radunò davanti alla Posta per salutarmi alla partenza; soltanto Lola non c'era.

Io avevo prescelto di fare a piedi i dieci o dodici chilometri di via maestra che scendono allegramente a valle tra rocce e abeti; e alcuni dei miei nuovi amici mi accompagnarono per un tratto di strada. Ma già tutti se n'erano tornati indietro al villaggio allorchè, a uno svolto, vidi Lola seduta su un tronco d'albero ad aspettarmi. Aveva le braccia piene di fiori e gli occhi pieni di lagrime. (Non mi piacciono nè le lagrime quando sono per me, nè i fiori quando sono colti).

- Non dovevate venire così lontano, - la sgridai. - Come farete ora a tornar su?

Tremava tutta. - Addio, addio! Non La scorderò mai, - disse. - Ella è stata per me.... una fata luminosa!

- Che esagerata! - risi, baciandola.

E lei subito mormorò il suo solito - Grazie!

- Addio, Lola. Andate a casa. Badate di far giudizio. E mangiate molte uova.

- Addio, Fata Luminosa, - singhiozzò lei.

E la lasciai così - sola, in mezzo alla strada maestra; piccola e scura sullo sfondo del Monte Rosa, col suo male e la sua malinconia. Ricordo che dopo qualche chilometro - e i fiori ciondolavano le teste di qua e di là, stanchi d'essere portati come io di portarli - passai davanti a una piccola cappella. Mi fermai a guardare. Dentro, una Madonnina sorrideva in atteggiamento assai mite, quasi le rincrescesse d'aver messo per errore il piede sulla testa del serpente. Sette stelle le incoronavano il capo.

Le posi sul davanzale i fiori. - O Madonnina dalle Sette Stelle! - pregai. - Fate guarire Lola.

E ripresi la via.

. . . . . . .

Il destino mi trasse lontano, e Lola era già da un pezzo scordata, quando mi giunse a Parigi (rispeditomi dal mio indirizzo ?stabile? di Milano, dove non mi trovo mai) una cartolina. Era scritta in una grande calligrafia chiara e infantile; e diceva:

?Fata Luminosa!!... Noi siamo ventinove bambine che le vogliamo bene. La nostra maestra ci parla sempre di lei. Andremo questa primavera a cercare le viole nei boschi per lei?!

Sorrisi. Come era sentimentale e romantica Lola!... Con una cartolina ringraziai collettivamente le ventinove bambine; che a loro volta mi risposero con un'altra cartolina. Nella stessa calligrafia grande e tonda cominciava anche quella, al solito:

?Fata Luminosa!?.

(Mi sembrò che il portiere dell'albergo presentandomela avesse un piccolo sorriso).

E in primavera mi giunsero le viole. Ogni otto giorni arrivavano delle scatolette di cartone schiacciate, piene di muschio - talvolta ancor umido - su cui posavano pallide ed avvizzite delle violette boschive. Mi seguivano da Milano a Roma, da Roma a Genova, da Genova a Montecarlo, da Montecarlo a Parigi.... Un giorno di nebbia nera a Londra, al mio ritorno da un tragico viaggio in Irlanda, ecco sul mio tavolo il solito pacchettino sgangherato, con dentro i cadaverini di viole mammole. Tutta una piccola primavera morta!

Le gettai via con impazienza.

Ma nel cuore me ne rimase, lene e lieve, il profumo.

Alfine la mia felice ventura mi ricondusse in Italia. Ed ecco che un giorno mi venne annunciata una visita. Sospirai, ed entrai nel salotto.

In un angolo sedeva una figuretta, una figuretta esile sotto un grande cappello di feltro. Si alzò e mosse con passo trepido verso di me.

- Fata Luminosa! Non mi riconosce?

Era Lola. Una Lola rosata, abbronzata, ingrassata.

- Ma Lola! Come state? Ma state meglio, molto meglio!

- Sono guarita, - disse Lola. - Peso quarantanove chili. - Per Lola è l'obesità, poichè a Ceppo ne pesava trentasette. - E lo devo alla Fata Luminosa.

- Silenzio! Non siate sempre così esagerata, - dissi severamente. E l'abbracciai.

Notai che stavolta non mi disse grazie.

- Sono guarita, - disse; - e lo devo a Lei che mi ha incuorata e consolata; a Lei che non aveva paura di baciarmi; a Lei che....

- Lo dovete alle uova. E alle iniezioni del dottore. - E in cuor mio soggiunsi: - E alla Madonnina delle Sette Stelle.

Lola chiese ed ottenne una licenza di due mesi dalla sua scuola. E quei due mesi li passò con me.

Parlandomi, o parlando di me, essa mi chiamava invariabilmente: ?Fata Luminosa?. Non ci fu verso di farla smettere. E - devo confessarlo? - da principio questo nomignolo mi lusingava deliziosamente. Quando per la casa mi udivo chiamare così, accorrevo lieta e sorridente. E a poco a poco anche gli altri in casa - un po' per ridere di Lola, un po' per prendersi gioco di me - cominciarono tutti a chiamarmi con quell'appellativo.

.... Ebbene, se io dovessi dire quale martirio, quali sacrifici m'impone oggi quel nome, non mi si crederebbe.

Vengono dei momenti nella vita, dei momenti nella giornata in cui non si è, nè si vuol essere, una fata luminosa. Quando si ha molto da fare, quando si ha fretta, quando le cose non vanno pel loro verso, quando si è nervosi e contrariati, allora è odioso, è insopportabile sentirsi dare della fata luminosa.

?Fata Luminosa!?. Con queste due esecrabili parole Lola mi ha amareggiata l'esistenza. Un tempo io facevo press'a poco ciò che mi garbava. Al mattino mi alzavo quando mi pareva; mi vestivo come mi piaceva; quando aveva voglia di ridere, ridevo; quando avevo voglia di far bronci, li facevo. Ora non più.

Ora, all'alba, prima ancora ch'io abbia aperto gli occhi, mentre lo spirito è voluttuosamente inabissato nelle lontane, vellutate profondità del sonno, odo al mio capezzale un saluto alacre e festoso:

- Ben svegliata, Fata Luminosa!

Allora mi tocca aprire gli occhi e abbozzare un sorriso il più possibile luminoso; mi tocca rispondere a tono - non con un inarticolato brontolìo, ma giuliva come risponderebbe una fata desta all'aurora:

- Ah! buon giorno! buon giorno!...

Alzata di malavoglia nel grigiore mattutino, infreddolita e lugubre, penso di indossare una certa vestaglia di flanella regalatami da mia suocera (che disprezza le apparenze) e infilare i piedi in un paio di pantofole paleontologiche, ma che serbano i resti d'una fodera di pelliccia. Così, appuntate le chiome à la sans-fa?on, apro la mia porta per dire che mi si porti il caffè-latte. Lo prenderò, sola, con un certo ?confort?, leggiucchiando il giornale.

Ma ecco le voci dei familiari che da lungi mi salutano: - Ti aspettiamo, fata! - E il trillante soprano di Lola che esclama:

- Ah! ora viene la fata!... la Fata Luminosa!

Richiudo la porta. Getto uno sguardo nello specchio e mi convinco che, lungi dal sembrare una fata, somiglio piuttosto (come direbbe la mia toscana amica, Pia) a ?Quella che diede la via ai fulmini!...?

Con ira getto lungi da me la vestaglia di flanella, scaglio una dietro all'altra, fuori dei piedi! le pantofole colla pelliccia; mi vesto, mi calzo, mi profumo.... e mi presento con un sorriso estatico alla soglia della sala da pranzo.

- Ah! eccola la fata! La Fata Luminosa!

La morale? Sì, al principio di questo racconto vi ho promesso una morale.

Eccola. Se tu, caro amico sconosciuto che mi leggi, hai la fortuna di avere nella tua casa una donna - sia essa moglie o sorella, suocera o cognata, zia o nipote; sia essa allegra o arcigna, indulgente o rigida, angelo o megera - tu prenderai l'abitudine di dirle, e lo dirai tutti i giorni, incessantemente:

- Ah, Clelia! (o Sofia, o Luisa, o come del caso), tu sei invero una fata luminosa!

Basta questo semplice mezzo perchè la tua casa divenga un paradiso.

Quando la vedi un poco torva, un poco severa, quando la senti litigare coi fornitori, gridare colla cameriera, dare gli otto giorni alla cuoca, assestare qualche scappellotto ai bambini strillanti.... presto, prima che venga il tuo turno, hop-là! senza por tempo in mezzo, apri la porta e chiama con voce soave:

- Sei tu, mia Fata Luminosa?

Ella ti dirà: - Sì. Sono io. - (Perchè non può dirti: - No, non sono io!).

E nove volte su dieci la bufera si dileguerà.

Ma questo non è tutto. Nove volte su dieci quell'appellativo la indurrà non soltanto a comporsi un'espressione intonata all'epiteto; ma inclinerà anche la sua anima alla blandizia.

A poco a poco, ella prenderà la consuetudine - direi quasi il vizio - di essere adorabile e adorata, di effondere intorno a sè luce e letizia, di sentirsi il sorriso sempre presso alle labbra, la carezza sempre dentro alla mano, e la bocca sempre ?di perle piena e di rose e di dolci parole?.

.... Così, quasi per incanto, pronunciando queste due parole evocatrici di raggi e di lucentezze, ecco che il mondo intorno a noi si riempirà tutto di fate luminose.

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