Quella che Landru non uccise
Parigi, 26 Novembre.
.... Uscivo questo pomeriggio dalla Direzione del Matin, dove ero andata a salutare l'amabile De Jouvenelle e la sfolgorante Colette, allorchè il vecchio usciere - un sorridente cerbero che conosco - mi fermò, e additandomi una donna che in quel punto scendeva le scale uscendo dagli uffici di redazione, susurrò misterioso: - Sa chi è quella signora?
Io non lo sapevo; ed egli, abbassando ancor più la voce, mi informò:
- è quella.... che Landru non uccise!
- Landru! - Subito mi si affacciò alla niente la imagine del terribile uomo supposto uccisore di almeno dieci donne. Tratto in arresto per una frivola mancanza (faceva un breve viaggio senza biglietto) ecco che venne alla luce la più mostruosa serie di delitti che sia mai stata attribuita ad un essere umano. Una donna che era partita con lui non era più tornata; una seconda donna ch'egli aveva condotto nella sua villa a Gambais, non aveva più dato nuove di sè; una terza donna ch'egli aveva promesso di sposare era sparita.... E così via. Il Matin pubblicò il suo ritratto, e da ogni parte di Parigi affluirono alla redazione di quel giornale e all'ufficio della S?reté lettere, telegrammi, ricerche di parenti d'altre donne che, partite col sorridente Barbableu, non erano mai più ritornate.
Gli abitanti del villaggetto di Gambais (a un'ora da Parigi) lo vedevano arrivare ogni poche settimane sempre con una compagna nuova ch'egli installava con affettuose premure nella solitaria villa. E per alcuni giorni i passanti scorgevano quella donna, ignara e lieta, aggirarsi nel giardino, cogliendo fiori o seduta all'ombra degli alti alberi secolari.
Per ben dieci volte Landru aveva fatto il viaggio da Parigi a Gambais in lieta compagnia, prendendo - particolare trasecolante! - un biglietto d'andata e ritorno per sè, e un biglietto di sola andata per la sua compagna! Quelle giovani donne erano tutte eleganti; molte portavano ricche vesti e preziosi gioielli.... Poi da un giorno all'altro, non si vedevano più.
Ciò che si vedeva era, al calar della notte, delle nuvole di fumo denso e giallastro uscire dai camini della villa; un fumo così acre e fetido che i contadini passando esclamavano tra loro: - Ma che orrenda cucina si fa mai in quella casa! - (Orrenda cucina, invero!)
Ciò che si vedeva - o qualcuno almeno dice di averlo veduto - era una misteriosa automobile chiusa, che nelle notturne ore s'avviava dalla villa verso lo Stagno delle Brughiere - un'acqua viscida e profonda sull'orlo di un bosco vicino....
- Quella che Landru non uccise!... - Non stetti ad ascoltare di più; scesi rapida dietro la snella figura che già spariva allo svolto della scalinata. Volevo vederla, questa donna scampata da una morte così atroce; volevo vedere se il suo viso portava le traccie del passato terrore.
Giunsi quasi contemporaneamente a lei nel grande vestibolo, ed ella, uscendo, si volse a tenere con atto cortese la porta aperta dietro di sè.
Pioveva; sul boulevard Montmartre passavano frettolosi i viandanti sotto gli sgocciolanti ombrelli; in mezzo alla via correvano veloci le carrozze tutte occupate.
La mia automobile stazionava vicino al marciapiede.
Mi volsi e guardai quella donna che, senza ombrello, ferma sullo scalino del Matin pareva incerta se avviarsi o no; non era bella, ma aveva un viso estremamente interessante e due grandi occhi scuri, mobilissimi. Seguendo l'impulso del momento io le rivolsi la parola.
- Vuole ch'io la conduca.... quelque part?
Ella mi guardò un po' stupita e non rispose subito. Indi chiese repentina: - Lei appartiene alla redazione del Matin?
- Sono scrittrice, - risposi evasivamente.
- Ah! - vi fu un attimo di pausa. - E.... sa chi sono io?
Allora, guardandola fisso, io ripetei la frase dell'usciere.
La donna si volse di scatto e un'espressione indefinibile le passò sul volto. Era come un tic nervoso che per un attimo le sconvolse i lineamenti.
- Ah!... - fece di nuovo. E tacque.
In me la smania dell'esplorazione psicologica era nata, e s'agitava.
- Venga a prendere il thé con me al Grand H?tel, - dissi, seguendo l'impulso irrefrenabile dello scrittore davanti ad un'anima nuova, ad un'esperienza nuova.
- Che strana idea! - esclamò lei, e rise. Aveva un sorriso bellissimo; ma non era un sorriso consenziente; anzi, vidi i suoi occhi vagare inquieti per il boulevard, come s'ella meditasse la fuga..
D'improvviso mi balzò nel ricordo un consiglio datomi un giorno a Roma da un eminente personaggio diplomatico: ?Se mai volete ottenere qualche cosa da qualcuno?, mi aveva detto lui, ?ricordatevi di guardarlo fissamente in mezzo agli occhi: proprio tra le due sopracciglia! Quindi esprimete lentamente e con ferma volontà il vostro desiderio. Vedrete che nove volte su dieci riuscirete nel vostro intento?.
Allora io, ferma su quel trottoir parigino, incurante dei passanti, fissai con intensità ipnotizzante quella sconosciuta; la fissai nel centro della fronte tra le due sopracciglia nere, e ripetei il mio invito.
Ella ebbe uno strano gesto delle spalle, un istante d'esitazione.... Indi accettò.
Il foyer del Grand H?tel era pieno di una folla cosmopolita, profumata e mormorante. L'orchestra suonava dei languidi ?Hesitations? e dei sussultanti ?Shimmy-shakes?. Trovammo una tavola appartata in mi angolo, tra fronde e fiori; e ci venne servito il thé.
- Volete aprirmi per un istante la vostra anima? - diss'io.
La donna volse su me i suoi occhi un poco spiritati. Aspettava.
Ed io l'interrogai.
- Foste amata da.... quell'uomo?
Ella chinò il capo in segno di affermazione.
- Che cosa vi siete detta quando scopriste che era un assassino?
Un attimo di silenzio. Indi ella disse lentamente, deliberatamente: - Io lo sapevo già.
- Lo sapevate!... Quando?
- Prima di andare da lui. Mademoiselle Marchadier, quella ch'egli.... - la voce cadde d'un semitono.... - ch'egli strozzò e bruciò, era una mia amica.
- Voi sapevate.... sapevate ch'egli l'aveva uccisa?
- Lo immaginavo. Essa mi aveva fatto delle confidenze molto strane. Poi era sparita. Nessuno aveva più saputo nulla di lei.
- Ma allora.... - E mi mancò la voce per continuare.
Gli occhi spiritati si fissarono su me con una espressione stranissima. - Già. Allora sono andata lo stesso da lui.
- Ma voi.... siete dunque un'isterica? siete una pazza? - esclamai.
- Può darsi. - E la sconosciuta si strinse nelle sottili spalle. - Siamo tutte un poco squilibrate, noi donne oggigiorno. Non trovate?
Io non rispondo. Contemplo smarrita e stupefatta questa enigmatica creatura; e guardandola negli occhi mi pare di guardare nelle torbide acque di quello Stagno delle Brughiere che nasconde tanti orrendi misteri.
L'orchestra frattanto intona un malinconico valzer e la mia vicina si volge subitamente a me.
- Volete proprio guardare nella mia anima? Ebbene....
Colle labbra pallide e le mani strette convulsivamente in grembo essa mi fa il seguente racconto:
- Sappiate che io ho sempre avuto orrore di tutto ciò che è consueto, usuale, terre-à-terre.
Il mio sogno era di vivere una vita stravagante e fuori del comune. Sognavo delle avventure fantastiche, degli amori bizzarri.
Invece parve che la mia esistenza dovesse scorrere sulle grige linee della più tediosa convenzionalità. Mio padre era notaio in un piccolo villaggio, ed io, la maggiore di quattro sorelle, avevo, a quanto pare, un certo talento per la musica. Fatto sta che quando ebbi sette anni mia madre cominciò ad insegnarmi il pianoforte. Si principiò col Diabelli; poi venne lo Czerny; poi il Cramer; poi le mazurke di Chopin.... Alla terza mazurka mia madre morì.
La maggiore delle mie tre sorelline aveva allora otto anni; e mio padre volle ch'io le insegnassi la musica. Così ricominciai da capo col Diabelli, col Cramer, collo Czerny.... Quando fummo alle mazurke di Chopin, mia sorella sposò il farmacista del paese.
Le altre due sorelle avevano allora nove e dieci anni; ed ecco che si dovette ricominciare anche con loro il Diabelli, il Cramer....
Stavolta, arrivate allo Czerny io scappai di casa col figlio del sindaco, e venni a Parigi.
E qui speravo che cominciasse per me la vita strana e avventurosa che avevo tanto sognato. Ma quasi subito il figlio del sindaco mi lasciò, ed io, per poter sussistere, dovetti cercare delle altre bambine che volessero imparare il Diabelli, il Cramer, lo Czerny e il Chopin.
Disgustata della vita sognai di morire. La morte almeno me la potevo scegliere e foggiare a piacer mio.
- Ah, vivaddio! - dissi un giorno alla mia amica, Céline Marchadier; - la vita è quella che è. Ma la morte è quella che noi vogliamo. Io voglio trovare pel grigio dramma della mia vita un finale inedito!
Ella rideva; e mi rimproverava d'essere romantica ed esaltata. Aveva una piccola anima borghese, Céline. E colla sua piccola dote borghese s'apprestava a trovare una calma felicità nel matrimonio.
Aveva infatti incontrato il fidanzato dei suoi sogni: una onesta persona, con modi corretti, con barba rassicurante, con villa in campagna.... Landru!
Céline partì un giorno per la villa di Gambais col suo fidanzato; mi disse che sarebbe ritornata la settimana seguente.
Non la vidi mai più.
Ricevetti da lei una strana lettera:
?Questa villa?, diceva essa, ?è lugubre. La parete della mia camera, accanto al mio letto, è tutta chiazzata di macchie scure.... Il giardino mi fa orrore. Figurati che in un angolo, sotto a delle foglie secche, ho visto due cani e un gatto morti; avevano tutt'e tre intorno al collo uno spago, quello spago impeciato che adoperano i calzolai.... Ce n'è molto in questa casa di quello spago....?.
Una seconda lettera, datata il giorno seguente, diceva:
?Credo che quest'uomo sia un maniaco! Tutto il giorno mi ha fatto raccogliere delle foglie secche e portarle nella cucina.... Domani torno a Parigi?.
E un terzo messaggio mi giunse da lei; era una cartolina tutta sgualcita ch'io stessa le avevo scritto: ella aveva cancellato a matita l'indirizzo e riscritto il mio; le parole erano quasi illeggibili. La carta era infangata come se fosse stata gettata sulla strada, e poi raccolta da qualcuno e impostata. Diceva:
?Vieni, vieni subito! è pazzo. Sta accendendo un gran fuoco.... Ho paura?.
Immediatamente, con una mia vicina e suo figlio, partii per Gambais. Trovammo la villa chiusa e silenziosa. Nel villaggio nessuno sapeva nulla.
L'indomani e l'indomani ancora, tornai sola a Gambais, ma il cancello del giardino era sempre chiuso.
Una terza volta, in un grigio pomeriggio di marzo, feci da sola quel viaggio; e già me ne tornavo via, scoraggiata e depressa, allorchè sulla strada solitaria che conduce alla stazione mi trovai d'improvviso faccia a faccia con un uomo. Era lui!
Lo riconobbi subito. Era tal quale Céline me lo aveva descritto.
Mi fermai, come paralizzata; senza respiro. Quell'uomo mi guardò in faccia - non so dire l'impressione di ribrezzo e insieme d'orribile attrazione che provai. Rimasi ferma a guardarlo, e un gran freddo mi correva come una serpe viva per la schiena.
- Buona sera, - disse lui. - Cercate qualcuno?
Aveva una voce stranamente morbida e bassa.
- Sì, - balbettai; - cercavo.... volevo.... delle notizie di Céline Marchadier.
Vi fu un attimo di silenzio. Poi quell'uomo si avvicinò di un passo.
- Io posso darvene, - disse, - se volete entrare nella mia villa....
Io volevo gridare, volevo fuggire. Già mi vedevo correre urlando per quella strada solitaria, inseguita da questo spaventevole uomo, pazzo ed assassino.... Ma egli mi teneva ferma, come catalettica, sotto il suo sguardo, e non potevo parlare, non potevo muovermi.
D'improvviso mise una mano sul mio braccio. Come una sonnambula io lo seguii.
. . . . . . .
Non vi dirò ciò che provai quando fui chiusa in quella casa con lui. Quando ridomandai di Céline, egli disse: - Prima mangiamo!
E mi preparò egli stesso una cena: - Da studenti!... - diceva lui ridendo.
- Le piacciono queste avventure, signorina?
Ed io, tra me e me, pensavo:
- Quando mi ucciderà? E come?... Mi salterà al collo improvvisamente e mi strangolerà? Oppure in questo vino che mi offre avrà già messo un narcotico o un veleno?...
Egli frattanto mi parlava, mi parlava di cose indifferenti.
Ed io lo guardavo.... lo guardavo. Guardavo le sue mani scure e nervose.... e me le figuravo intorno al sottile collo di Céline....
Ed ecco ch'egli si mise a parlare di lei; disse ch'era partita per l'America....
A quelle parole io fui presa come da una crisi isterica e scoppiai in una risata, una risata convulsa, frenetica, rotta da singulti. Landru mi guardava con aria stupefatta.
A un tratto si alzò, andò nella stanza attigua ch'era la cucina, e tornò portando un bicchierino di liquore.
- Bevete, - comandò.
Io ridevo ancora; mi battevano i denti; ero tutta scossa da un tremito violento. Gli presi di mano il bicchiere, e d'improvviso, guardandolo negli occhi, domandai:
- è veleno?
Egli trasalì; vidi lampeggiare nei suoi occhi la sorpresa ed il furore.
- Oppure... - continuai singhiozzando e ridendo, - oppure mi strozzerete? Sì!... sì!... mi strozzerete colla cordellina impeciata, come strozzaste i due cani e il gatto?...
Egli fece un balzo in avanti e mi afferrò le braccia; il suo terribile viso era vicino, vicino al mio.... Sentii che la mia ultima ora era venuta. Mi balenò il pensiero che era questa la morte, la morte strana, la morte trasecolante che avevo desiderato....
E glielo dissi! Gli gridai sulla faccia - forse con un senso istintivo che questo solo mi poteva salvare - la mia voglia di morire.... di morire sgozzata da lui che sapevo assassino!
- Uccidetemi! uccidetemi!... ho bisogno di morire così! Mettetemi le mani alla gola.... e stringete! Stringete! Cacciatemi le unghie nelle carni....
E rantolavo di voluttà.
Egli indietreggiava da me con gli occhi sbarrati.
- Che donna! Che donna! - esclamò. - Mio Dio! che donna!...
Sentii ch'ero salva. Sentii che in quell'uomo mostruoso sorgeva per me qualche cosa che somigliava alla passione....
Fuori era già notte; e pioveva. Si udiva lo scroscio della pioggia nel giardino, e il vento correva mugolando intorno all'ampia casa.... mentre quell'essere nefando mi svelava gli abissi della sua anima demoniaca.
Parlava piano, chino in avanti, accarezzandosi la barba colle mani scure e sottili.
- Tu mi hai capito, tu sola! - sussurrava. - Tu sai che gli altri uomini quando vedono una donna si domandano: ?Come sarà quella donna nell'amore?? Ebbene, io no! Io, quando vedo una donna, mi domando: ?Come sarà quella donna.... nella morte?? Si dibatterà come una furia, con urli orrendi che bisognerà soffocare? O si torcerà con piccoli gemiti e strilli, come un cagnolino che si tortura?... Il bisogno di veder morire le donne che mi piacciono è in me come una frenesìa, come un parossismo di desiderio....
. . . . . . .
La narratrice interruppe l'orrendo racconto e si coprì il volto. L'orchestra del Grand H?tel sospirava ?Shadows?.
Io balzai in piedi.
- Basta! - gridai. - Non voglio saper altro. Non mi dite di più!
Allora la sconosciuta si alzò; era terrea in volto, ma sorrideva.
- Non avete i nervi forti, - disse.
E, sempre con quel sorriso ambiguo, mi salutò e uscì dall'albergo.
. . . . . . .
Passata la prima emozione di questo incontro, io ora mi domando: ho forse guardato per un istante nei più profondi abissi della mostruosità umana?...
Oppure quella donna che veniva dalla redazione del Matin, non sarebbe essa forse una mia collega e rivale.... fabbricatrice di favole?
Non lo so. Forse non lo saprò mai.
Ignoro tutto di lei, persino il suo nome.