- Sfiorire ed intristire.... - Le due melanconiche parole ossessionarono Vilia per parecchi giorni. Ogni volta che si guardava nello specchio diceva a sè stessa: - Tu sfiorisci ed intristisci. - Poi i doveri della vita quotidiana la chiamavano, la distraevano; doveva ordinare il pranzo per Gino, riordinare la casa per Gino, mettere ordine nelle carte di Gino; doveva sorvegliare i compiti di Luciana, condurre a passeggio Luciana; ed ecco che quando andava a passeggio si accorgeva di non essere nè sfiorita, nè intristita.
Tutti la guardavano; gli occhi degli uomini si fermavano su di lei insolenti ed insistenti, e le donne la fissavano, la studiavano, la analizzavano colla disapprovazione più lusinghiera.
La cura di Jodarsol consigliatale dal suo dottore - la cura derisa da Claudia - fece miracoli; Vilia non soffriva più nè di palpitazioni, nè di aritmie, nè di vertigini. E la vita le parve buona a viversi.
Claudia era andata in Sicilia con suo marito, e Vilia fu contenta di non vederla più.
Un giorno, in Villa Borghese, incontrò Renzo Galimberti; lo vide appoggiato alla ringhiera del galoppatoio intento a guardare delle amazzoni che passavano al piccolo trotto. Vilia sentì una improvvisa voglia di ridere al pensiero che Claudia l'aveva chiamato un ?Institut de Beauté?.
Il giovane Galimberti la scorse e la salutò; poi, vedendola così rosea e ridente, si avvicinò premuroso e offerse di accompagnarla.
Si parlò di cavalli, di società, di danze moderne; egli disse che sarebbe andato l'indomani a un concerto al Grand H?tel. Poi si parlò di Claudia; e Vilia rise, e Galimberti sorrise.
Luciana camminava davanti a loro, composta e snella, a braccetto di una sua piccola amica. Galimberti osservò che la bimba aveva dei meravigliosi capelli - erano infatti lunghi, rossi e ricciuti - e soggiunse rivolto a Vilia:
- Ecco una personcina che tra pochi anni le darà assai da pensare!....
Vilia si sentì seccata da quell'osservazione senza sapere perchè. E dopo un istante lo congedò. Egli, alto e ritto, a capo scoperto nel sole, tenne un momento stretta la sua mano.
- Verrebbe con me al lunch domani all'Excelsior?
Vilia scosse il capo.
- Ad ogni modo.... io ci sarò, - disse l'Institut de Beauté, con uno sguardo significativo.
Vilia chiamò a sè Luciana, salutò e tornò a casa.
Guardandosi nello specchio, mentre toglieva il cappello, si trovò bella. E per tutto il resto del pomeriggio si fece del massaggio alla faccia e si aggiustò le mani e le unghie. Alle sette fece una toilette ricercata, indossando una veste gialla e nera che non metteva quasi mai. ( - Sembri un affiche di qualche marca di Champagne, - le aveva detto suo marito la prima volta che gliel'aveva veduta, soggiungendo in francese perchè Luciana non capisse: - Tu es très troublante et émoustillante!).
Ma Gino quella sera non tornò a casa. Telefonò dallo studio che doveva andare in casa Ricci ad incontrare un deputato che forse si sarebbe interessato al Credito Fondiario, e ch'ella non lo aspettasse a pranzo.
Vilia, vestita di giallo e nero, pranzò sola con Luciana, la quale fece molti capricci e pianse e dovette essere mandata a letto prima delle frutta.
Vilia girellò un poco per sala e salotto, suonò un poco il pianoforte, lesse un poco il Giornale d'Italia, poi fece i conti colla cuoca, si tolse la veste gialla e nera e si coricò. Disse a sè stessa che la vita era una vacua e noiosa istituzione; e nella notte ebbe nuovamente dei ronzii nelle orecchie e delle palpitazioni di cuore.
Da parte sua Gino si seccò molto col suo deputato che non s'interessò affatto al Credito Fondiario; la cucina di casa Ricci essendo detestabile - il vecchio Ricci era stato in Inghilterra e voleva sempre le salse al curry indiano - Gino mangiò poco, digerì meno, e tornò a casa di cupo umore. Andò da Vilia per farsi consolare e la trovò sveglia, ma fredda e sarcastica; e per di più assolutamente scettica riguardo alla storia del deputato.
- Ma fammi il piacere.... ma che deputato! non parlarmi di deputati.
- E di che cosa devo parlarti? - brontolò Gino, togliendosi la cravatta. - Del curry indiano?
Vilia voltò le spalle e si sprofondò nei cuscini.
- Io conosco la signora Ricci; è un'isterica che ti vuole nella sua collezione. E tu te ne compiaci, la incoraggi, la lusinghi....
Il curry indiano è cattivo consigliere. Gino uscì dalla camera sbattendo l'uscio e andò a dormire nella stanza degli ospiti accanto alla sala da bagno. Lasciò aperte le imposte e si coricò.
Dalla finestra circondata d'edera entrò lungo la notte un avventuroso insetto, che porta il nome imponente di ?formica punzaiola?. Questo girò nel buio lungo la parete, soffermandosi, voltando la testa in qua e in là, aprendo e chiudendo le piccole forbici maligne; girò nello spiraglio della porta socchiusa che metteva alla sala da bagno, e, continuando la sua peregrinazione, avvertì che la parete di mattonelle di maiolica offriva ai suoi passi una sgradevole superficie lucida e bianca; affrettò il passo, tastando colle pinze frementi le mattonelle fredde, e scese correndo verso un rifugio più grato. Lo trovò in una spugna, piacevolmente soffice, un poco umida, piena di ombrosi corridoi; e penetrandovi frettolosamente, inconscia arbitra di due destini, vi si annidò.
L'indomani mattina Vilia si svegliò presto, ma non aprì subito gli occhi. Collo spirito ancora sommerso nel dormiveglia, tentava di ritardare l'ora del ritorno alla cruda vita mattutina, riluttante a lasciare le vaghe luminosità dei sogni per rientrare nell'aspra e materiale realtà giornaliera. Con senso fastidioso udiva battere un tappeto nel cortile, udiva nell'appartamento sopra al suo l'andirivieni di passi e lo smuovere di mobiglio. Indefinitamente, nebulosamente sentiva che era meglio dormire che svegliarsi; nello sfondo del suo pensiero ancora assopito vi era come un senso premonitore di cose disaggradevoli che l'attendevano sulla porta del giorno.
Il battito del tappeto continuò, irritante, insistente; e, nell'appartamento vicino la figlia dell'ingegnere fece i due soliti accordi al pianoforte, preludianti alle solite scale.
Vilia sospirò e aprì gli occhi. Era sveglia.
Che c'era di sgradevole a ricordarsi? Ah sì! Gino. Gino non era tornato a pranzo iersera. E, tornato, era stato antipatico e scortese. La Ricci.... già, la Ricci. E lei, Vilia, aveva passato il pomeriggio stupidamente a lucidarsi le unghie, ad aggiustarsi la faccia e ad arricciarsi i capelli, e poi aveva passato la serata stupidamente sola. Dunque, dalle quattro del pomeriggio alla mezzanotte quando s'era addormentata, otto ore gettate via; buttate nel vuoto, sprofondate nell'abisso. Otto ore non vissute e che non tornerebbero mai più. Che spreco, che sciupìo! Alla sua età non doveva permettersi di questi lussi. Alla sua età ogni ora della vita dovrebbe contare; non si poteva gettar via così il terzo d'una giornata....
Alla sua età! Odiose parole. Le pareva di non avere ancora incominciato a vivere, e già doveva dire di sè - perchè, tanto, gli altri lo avrebbero detto - ?alla mia età non si fa questo.... non si fa quello?.
Col subitaneo istinto di chi annega e stende la mano a un'asse di salvezza, il suo pensiero corse a Gino. Gino era buono; Gino l'amava; Gino l'avrebbe sempre amata. La Ricci non lo interessava affatto; la Ricci non serviva che di pretesto a Vilia per qualche rara rappresaglia, quando, ogni tanto, sentiva il bisogno di tempestare un pochino, di fare qualche piccolo litigio.
Vilia si alzò rapida e si vestì.
Gino che aveva dormito male nel letto non suo, e a cui bruciava ancora il ricordo del deputato, del curry e dell'ingiustizia di Vilia, si alzò anche più tardi ed entrò frettoloso e rabbioso nella sala da bagno. Trovò il bagno preparato, la stufa a gas accesa, la bottiglia dell'acqua di Colonia a portata di mano, e subito il suo rancore cadde e si spense. Vilia si era pentita, aveva fatto onorevole ammenda; Vilia era un angelo, la Ricci era una bestia, la Ricci che gli serviva un curry indiano e un deputato ancora più indiano - puh!
Gino con un colpo del piede gettò lontane le pantofole come se fossero state la signora Ricci, scagliò via il pygiama come se fosse il deputato, e risolvette che dopo il bagno sarebbe andato a baciare le mani a Vilia e dirle che l'adorava.
Come al solito, prima di entrare nel bagno afferrò la spugna, la tuffò nell'acqua e se l'applicò sulla faccia. Subito sentì correre sulla guancia una cosa, e si sbattè la mano sul viso; la cosa gli corse nei baffi e sull'altra guancia. Che cos'era? Gino si guardò nello specchio. Era una ?forbice?, era una formica punzaiola uscita dalla spugna!
- Porcheria! - urlò Gino, gettando da sè la spugna e sbattendosi dal collo la bestia che gli correva verso l'orecchio. Gino sentì la sua pelle nuda incapponirsi. Non solo schifo aveva, aveva anche paura! Una vecchia domestica gli aveva detto, anni fa, che quelle bestie entravano nelle orecchie e facevano impazzire la gente. Egli non aveva mai dimenticato quella disgustosa storia.
L'immondo insetto dov'era? Era sparito! Ma dov'era? Gino si cacciò le dita nelle orecchie, e pestò i piedi nudi profferendo molte bestemmie. Suonò per la cameriera e le gridò traverso la porta chiusa:
- Questa casa è una porcheria. Le spugne piene d'insetti!... è una vergogna.
Non fece il bagno, non baciò le mani a Vilia, non entrò neanche nella sala da pranzo dov'ella con Luciana l'attendevano per prendere il caffè. Uscì sbattendo l'uscio di casa e prese un esecrabile caffè in un bar.
A mezzogiorno tornò a casa, ammansito e compunto. Vilia non c'era.
Non c'era che Luciana, lagrimosa e spettinata. La mamma era uscita alle undici dicendo che non sarebbe tornata fino a sera.
La formica pinzatola, avendo compito la sua missione, passò una giornata febbrile sotto al bagno, e la notte tornò fuori nell'edera; dove, quando fu giunta la sua ora, un passerotto la mangiò.