Vedesti mai un tramonto d'aprile?
Il sole, dopo avere in tutta la sua pompa attraversata la valle, scendeva lento lento dietro le punte del Monte Cammarata, irraggiando quasi d'isforzo i boschi e i pendii. La parte più profonda della vallata era già immersa nelle tenebre, e il rumorio delle acque nascoste rompevano solo il silenzio. Ombre melanconiche ed uniformi velavano i dossi e le calate, e il morir quieto ma solenne del giorno le aumentava, mettendo nel villico
Una tristezza che non è dolore.
Le montagne all'ingiro, più umili del gran fratello, cerchiavano con muta eguaglianza la vasta scena, e dietro ad esse spiccava il ceruleo del cielo ingemmato dalle prime stelle. Qualche torre rompeva qua e là il monotono orizzonte, qualche squilla dava il saluto della sera, e il lontano canto del pastore addolciva la tetra calma della natura. A poco a poco però anco l'orbita infuocata del sole sparve, e con lui ogni luce animatrice. L'azzurro celeste brillò più vivo e tagliato, la luna concesse i suoi primi sorrisi, e quei raggi di argento spezzavano la tenebria e infondevano la vita pacata e solitaria della notte alle falde deserte. Le alture d'Acquaviva erano anch'esse inondate da quella luce, e perchè franate da ogni banda e segate dalla sommità ai declivii da torrentelli e gore, il contrasto dei dirupi colle spianate riusciva armonico e pittoresco. Vedute da lontano si sarebbero assomigliate a piccoli vulcani spenti, i rivoli delle cui lave impietrati brillassero al cospetto della luna, e di cui i crateri si fossero per potenza misteriosa riempiuti sotto uno smalto uniforme insieme e vago di lucidi massi e zolle fiorite. Nuotante in un oceano indefinito di splendore argenteo, il povero paesuolo s'ergeva sparso in rustici casali su quelle cime; contemplato da settentrione sembrava si librasse lassù quasi in atto di fuga, veduto da Sutera pareva rituffato da palmo invisibile nei gorghi della valle; nuova sirena, Acquaviva ingannava lo straniero; appariva bella e graziosa, era in realtà misera e poca. Abituro di mandriani e caprai, teneva aspetto di luogo delizioso, era all'incontro umile comune, eretto là in alto, fra le viscere della valle e le vette più giganti, siccome rifugio dalle bufere e dai turbini.
Questa scena alpestre, questa pace tutta montana, questa quiete riposata e tranquilla, venivano però spezzate e rotte da alte grida che partivano da Acquaviva e dalle alture vicine. Erano voci di guerra, erano urla di vittoria e rabbia, spari, rimbombi, suono d'armi percosse, lunghi sospiri soffocati, brevi bestemmie. Due schiere italiane, là, su quelle cime pure italiane, si straziavano, si uccidevano, vincevano, fuggivano, con ferri italiani, in nome d'Italia. Gli echi ripetevano quelle grida e quegli urli, e nel buio della notte avresti detto che uscissero dal seno stesso della terra, se qualche fuggitivo scorazzante alla cieca, se qualche ferito sanguinolento e sbaldanzito non fossero ad ogni poco apparsi a dar conferma alla dura realtà: nati tutti sotto lo stesso cielo, tutti parlanti l'istessa favella, tutti figliuoli della medesima patria, combattevano da ore parecchio al grido smisurato di Viva il re gli uni, Viva la libertà gli altri. Pur
?D'una terra son tutti: un linguaggio
Parlan tutti: fratelli li dice
Lo straniero: il comune lignaggio
A ognuno d'essi dal volto traspar.
Questa terra fu a tutti nutrice,
Questa terra, di sangue ora intrisa,
Che natura dall'altre ha divisa,
E ricinta coll'Alpe e col mar.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Ahi sventura! sventura! sventura!
I fratelli hanno ucciso i fratelli:
Questa orrenda novella vi do!.
Un giovane col petto squarciato, col viso sanguinoso, coi panni bruciati dal fuoco e dalla polvere, scendeva in mezzo a quel disperato turbinio dal paese lungo il corso di un piccolo torrente. Ad ogni passo inciampava, piegava le ginocchia, e se forse per solo istinto non poggiava la persona sulle mani stese al suolo cadeva e cadendo precipitava dall'alta ripa. Gli occhi smarriti, la pallida fronte, il respiro angosciato, il tremito delle membra, il sudore gelato che gli gocciava, ben dicevano che a quel misero ferito era presso la morte. Pur volle contemplare ancora un istante il triste spettacolo, e comprimendo colla destra l'affanno del cuore, si rizzò e stese la libera mano in atto di supremo saluto al paesuolo. A quello sforzo però svenne, e caduto boccheggiante sull'erba arrossata mormorò;-Italia, ricevi l'addio ultimo d'Arnoldo-e spirò. Nato e cresciuto in Acquaviva, moriva cittadino-soldato col nome di patria sulle labbra!
Guidati da Pardo, gl'insorti ributtavano con ostinato valore gli uomini di Frazitto; il quale, irato di cedere innanzi a un pugno di montanari, incuorava colle parole e coll'esempio i soldati a tener salda la bandiera del Monarca e far onore all'assisa che vestivano. E per verità combattevano da prodi, ben mostravano d'esser nipoti di quegli eroi che Murat aveva lanciati fra i ghiacci della Russia a sostegno dell'aquila francese; ma Pardo, coraggioso ed audace, ardito nelle avvisaglie e prudente ai ripari, collo sguardo rianimatore, colla parola infocata, colla mano di ferro, a tutto era pronto, tutto faceva, ordinava tutto; portato da focoso destriero, correva tutti i lati del campo, si gettava nel più folto della mischia, qui riparava i colpi diretti a un fante, là quelli minacciosi all'amico, sereno in viso siccome uomo che tenga in pugno la vittoria, orgoglioso di onorare il nome italiano. Il cavallo, quasi esso pure dividesse la gioia e l'ardenza del padrone, s'imbaldiva, impennava, correva, volava; e là dove più stretta era la tenzone, dove il fumo era più denso, dove gli spari rivaleggiavan col tuono, piombava a precipizio, questo atterrando, quello pestando.
Già da tre ore si battagliava; perocchè appena Frazitto ebbe veduto Mussomeli spoglio e deserto, aveva inseguito Cletto e raggiuntolo sulle alture. Ma la fatica non avevagli concesso di assaltar subito le barricate degl'insorti, e solo a sera potette dar il segno dell'attacco. Pardo intanto aveva raggiunta Acquaviva, raccolte le diverse brigate, distribuite armi e munizioni, dati capi e comandi, eccitati gli spiriti, studiato il terreno; e Frazitto al primo urto s'era accorto di lottare con prodi, di aver sfidato l'ingegno del più prode di Val Mazzara. Posti l'uno a fronte dell'altro, il rinnegato di Marsala e il cospiratore di Sutera, soldati di due opposte bandiere, devoti a principii ostili, fedeli a giuri avversi, non potevano nè piegare nè cedere; dal cozzo delle loro spade dovevano scaturire o la libertà delle Madonie o il servaggio della valle. Frazitto e Pardo lo sapevano; e perciò aspra e dura era la guerra; avrebber lottato sino all'infinito piuttosto che dirsi vinti e gettare le armi.
Mancava solo un'ora a mezzanotte, e Pardo voleva vincere. Serrò dunque le fila de' suoi, comandò a Cletto che ad ogni costo spezzasse la doppia schiera dei regii, ed a Diego affidò un'eletta squadra di bravi perchè cogliesse all'imprevista nelle sue ali il nemico e sfondandolo si cacciasse nel centro. Egli poi, seguito da Fuoco e Bino, e da pochi arditi, alzò il grido d'allarme e a gran furore piombò addosso al Frazitto. Fu un urto spaventevole; molti come falciati dalla morte caddero per non più risorgere. Pardo compiè prodigi; colla spada nella destra, nella sinistra la pistola, faceva largo innanzi a sè e urlando ad ogni tratto:-Muojano i nemici!-gettava di sella i cavalieri e stramazzava i pedoni. Eccitati dal calor della pugna e dal valore di Pardo, anche Bino e Fuoco rivaleggiarono coi più prodi; quei tre tanto menaron colpi e spossarono che ben presto i regi perdetter terreno e spauriti piegarono. Fu un delirio di rabbia, un violento ricambiar di fendenti e imprecazioni; nessuno rimase illeso, e il campo fu veduto seminato di agonizzanti e cadaveri, tutti feriti nel petto, caduti tutti coll'onor del valore;
Cletto e Diego, degni esecutori di Pardo, tempestarono il nemico nei lati e di fronte.
Pieni di coraggio ed entusiasti, esposero sempre sè stessi per salvar la vita dei compagni, li eccitarono ad atti di valore incredibili, apriron loro la via. E tutti, gridando Viva Italia, Viva Pardo, insegnarono ai soldati che l'amor della patria infonde in animi generosi coraggio e virtù; uccisero i feritori, feriti uccidevano. Giovani imbelli su quelle alture divennero veterani, i loro bracci parevano di ferro, i loro petti invulnerabili. Allorchè uno cadeva l'altro serrava la fila, e sempre cacciandosi innanzi portavano la strage nelle nemiche; assottigliati, raddoppiavano il valore e ben aveva diritto Pardo di gridare dal folto della carnificina:-Su, su, bravi, fatevi onore, ancora pochi colpi e nostra sarà la vittoria.-
E Orlando?
Il buon Orlando, condotti sulle alture Cletto e gli amici, era disceso in paese, e salvato dalle ire soldatesche per la divisa di capitano, aveva raccolti altri giovani e stavali alla lesta, ed il meglio possibile, ordinando, allorquando Enzo cogl'insorti di Cammarata comparve. La presenza dei fratelli dell'alto monte, di un uomo sì ardito, sì ostinato qual era Enzo, ravvivò il desiderio di menar le mani e in Orlando e nei patrioti rimasti in Mussomeli. Epperò, dato bando a qualunque assetto, tutti uniti volser le spalle al sobborgo e salirono alla volta d'Acquaviva. Ivi giunsero nell'ora in cui più dubbia ed accanita ferveva la battaglia, ed il loro arrivo (non eran molti, ma freschi e prodi) assicurò a Pardo il trionfo. Orlando ed Enzo, scorto Pardo, lo seguirono in mezzo ad un turbine di spari e polvere, e sguainate le sciabole e spianate le carabine caricarono il nemico coll'audacia dei magnanimi, onorarono sè stessi, s'accrebbero lustro. E la mischia terminava, e le grida di vittoria echeggiavano dovunque, allorchè Orlando come percosso da un pugno barcollò e cadde rovescioni: Buscemo Stampace vedutolo l'aveva preso di mira e gettato morto da sella!
Caduto Orlando, Buscemo, cacciato dal demone dell'odio, fatto coraggioso dalla paura, spronò il cavallo contro Fuoco ed avventandosegli addosso, disse con voce irata e rabbiosa:
-Fuoco, Fuoco, e la lettera l'hai recata?
-Voi Stampace?
-Rendi l'arme, gaglioffo.
-Ah, furfante!-e Fuoco, colto all'improvvisto da un colpo scaricatogli alle spalle, gettò la spada e dato furiosamente di piglio al fucile, immerse la baionetta nel ventre al traditore, e sì d'impeto che il sangue sprizzato dalla larga ferita gl'insudiciò mani e viso. Frazitto, che poco lungi duellava con Pardo, si scagliò livido di rabbia sul giovinetto, e, rizzatosi sull'animale, calò un fendente tanto assestato sul cranio di lui che il filo della spada tagliato il cerebro ripercosse sulle mascelle, Fuoco, orribilmente mutilato, stramazzò al suolo; ed intanto Buscemo veniva sollevato dai soldati e recato in salvamento. Pardo vide, intravvide, avvampò d'ira, impallidì, ed urlando vendetta piombò sul maggiore.
Diego e Cletto accorsi essi pure allo strazio del povero Fuoco, perdettero il lume della ragione, e mugghiando terribilmente si precipitarono in mezzo ai nemici. I cavalli, crivellati da palle e punture, caddero bocconi, ed i due temerari, impigliati nelle staffe, furono per loro gran malanno subito circondati. Percossi coi calci delle carabine e sforacchiati da una pioggia di colpi, Cletto e Diego penarono lunga pezza a trarsi di sotto ai morti corridori, ma appena ebbero libera la persona saltarono in piedi e alla gragnuola risposero con una fitta di botte che mai si vide la più disperata. Benchè due contro dieci, pur si difesero da eroi, e vivo sangue lor spicciava da ogni dove. Mani, coscie, reni, collo, faccia, tutto il corpo fu loro ferito, e così grondanti e sfatti incutevano spavento agli stessi assalitori. Infiacchiti e stremati, percossi senza tregua, sentirono però vacillar le ginocchia, s'accosciarono, e già moribondi tenevano in rispetto quella mano di codardi. E codardi eran davvero, perocchè ammazzavano due morti..... Non hai ancor letti i nomi di Diego e Cletto scritti a caratteri d'oro nel sacro libro dei nostri martiri?
La battaglia ora terminata, i regii in fuga, gl'insorti padroni delle alture avevano inalberato lo stendardo tricolore sul campanile. Nondimeno Pardo e Frazitto combattevano ancora, e il loro era duello a morte; serrati l'un contro l'altro, avevano le armi e le vesti spezzate, e col solo troncone della spada si squarciavano le membra chiazzandosele di sangue in omaggio d'eguaglianza selvaggia. Gli occhi volevano schizzare dalle orbite, i denti battevano, il palpito de' due cuori era febbrile e violento, un tremito di convulso livore correva loro attraverso la persona: il delirio della tenzone riusciva al suo colmo, e però fu giocoforza finissero. Raccolte tutte le sue forze Pardo abbracciò stretto l'avversario, l'atterrò, e cadendogli sopra gli tuffò e rituffò con gioia suprema l'avanzo del ferro nel petto. Frazitto non diè un grido, non mosse palpebra, e morì brandendo tuttavia stretta in pugno la sciabola gocciante. Pardo a lenti passi s'allontanò e appiè della torre poco discosta cadde svenuto.