Anche nella valle Tragara esistono avanzi di antiche costruzioni. Gli archeologi pretendono che ivi esistessero l'antico collegio degli Efebi e la villa Giulia, eretta da Augusto in onore della figlia sua dilettissima. Ivi sorgeva pure la Sellaria, quella vergognosa villa di Tiberio, dedicata alla Venere impudica, che, secondo Svetonio, era ornata delle imagini più oscene. Tali congetture però hanno poco fondamento, perchè è facile riconoscere la destinazione di tutti quegli avanzi di mura denominati camerelle e che corrono in una linea ad arco sul Tragara fino al di là del Tuoro.
Portano il nome di camerelle come alcuni avanzi della Villa Adriana a Tivoli, e sono costruite parte di roccia calcarea dell'isola, parte di mattoni. Nella loro fronte esteriore presentano una serie di camere, le cui volte sono in parte ancora in piedi. Rosario Mangone afferma che queste camerelle sostenessero una strada che doveva portare alla villa di Tiberio e si divideva in tre rami: l'uno diretto al monte Tuoro, l'altro alla villa di San Michele, il terzo alla villa di Giove.
Sopra le camerelle sorge la collina di S. Michele, una delle più graziose dell'isola, e da cui si gode la vista stupenda della sottostante città. A cavallo di questa s'innalza il forte Castello, sopra le ripide pendici del Solaro, e ai due lati si aprono vallette ricche di vegetazione che scendono al mare ceruleo. La stupenda posizione di questo colle dice da sè che lassù doveva sorgere uno dei palazzi di Tiberio. Si vedono infatti ai piedi del monte rovine grandiose ed una serie di volte che sostenevano senza dubbio la strada che portava al monte. Sulla sommità stanno giardini, case di agricoltori. Percuotendo col piede il suolo, questo manda un suono cupo, il che indica chiaramente esservi al disotto delle volte, di cui, del resto, ancora oggi si scorgono gli avanzi ad opera reticolata. In una di queste stanze io scoprii tracce di un'antica cappella dedicata a S. Michele, da cui il monte ha preso il nome. Oggi sorge solitaria sulla collina una chiesetta del santo, curiosa assai per la sua architettura moresca: circondata com'è da un muro, sulla roccia deserta, ricorda i templi della Mecca.
Si fecero pure scavi sul monte di S. Michele, ma le ricerche diedero uno scarso risultato. Gli agricoltori ridussero tutto il terreno d'intorno a terrazzi piantati ad olivi, e le case della città sono addossate al monte in guisa che da questo si può scendere benissimo su i tetti. Una sera, difatti, presi questa strada per rientrare in città e passando da un tetto all'altro, riuscii ad entrare in casa mia.
La costa orientale dell'isola s'innalza ripida sul mare per un'altezza di novecento settanta piedi, di guisa che la villa di Giove trovasi al punto più elevato della spiaggia, d'aspetto veramente selvaggio.
Scendendo dal Tuoro per la piccola valle di Matromania, verso la spiaggia a mezzogiorno, si giunge ad un punto in cui la costa si apre in uno spazio circondato da rupi tagliate a picco, dove regna una confusione fantastica di scogli, uno dei quali, aperto a foggia di portico, ha nome d'Arco Naturale. Questo è il punto più solitario dell'isola. Ai piedi giace il cupo mare, in alto si scorge il cielo limpido ed azzurro, tutto all'intorno stanno rupi rossastre, e la vista si estende fino al capo di Minerva, ed alle spiagge di Amalfi e di Salerno.
Scendendo per un ripido sentiero, si giunge alla grotta enigmatica di Matromania, piena di rovine, ed a cui si accede per un ampio arco, che dà in una caverna larga circa cinquantacinque piedi e profonda circa cento. La grotta è opera della natura, ma la mano dell'uomo l'ha migliorata: tanto all'ingresso quanto nell'interno si vedono difatti ancora avanzi di mura romane. Dentro stanno disposti a forma di semicerchio due rialzi bianchicci, dei sedili; alcuni gradini portano ad una nicchia, dove probabilmente stava la statua del nume.
Tutto là fa pensare che la grotta sia stata ridotta ad uso di tempio. Il nome di Matromania, che il popolo con innocente ironia ha convertito in quello di Matrimonio, quasi Tiberio avesse celebrato ivi le sue nozze, si pensa che derivi da Magnae Matris antrum, oppure da magnum Mithrae antrum.
Si dice che il tempio fosse dedicato a Mitra, non tanto perchè il dio persiano del Sole fosse venerato nella caverna, quanto per essersi scoperto in questa uno dei bassorilievi rappresentanti il mistico sacrificio di Mitra, tanto numerosi nel museo Vaticano. Io ne ho visti due negli Studi a Napoli, uno dei quali venne scoperto appunto in questa grotta, l'altro nella grotta di Posillipo. Rappresentano Mitra in ginocchio dinanzi al toro, nell'atto di piantargli il coltello nel collo, mentre la bestia viene ferita da un serpente, da uno scorpione e da un cane. Non è addirittura inammissibile che la grotta fosse dedicata a Mitra, essendo anche adatta al culto del sole, la sua apertura guardando verso oriente. Dalla sua profondità io potei vedere il sole che nasceva, imporporando i lontani monti ed illuminando il mare. La posizione romantica e selvaggia della grotta, le rovine dell'antico tempio, il culto mistico di Mitra, il profondo silenzio, la luce crepuscolare, lo stillare dell'acqua a goccia a goccia, e infine la vista stupenda del mare e della campagna, tutto contribuisce a produrre una profonda impressione di mistero, anche su chi nulla sa del culto di Mitra e della vita di Tiberio. In questa caverna misteriosa fu fatta la rara scoperta di una tavola di marmo con la seguente iscrizione in versi greci: ?O regione dello Stige, spirti propizi che qui avete la vostra stanza, accogliete me pure, infelice, che morte repentina colse nel fiore degli anni e dell'innocenza. Me pure aspettavano i favori di Cesare; ma ora per me, per i miei genitori, non avvi più speranza. Non avevo ancor raggiunta l'età nè di venti, nè di quindici anni: non godrò più la splendida vista del sole. Ipato fu il mio nome. Fratello, io mi rivolgo ancora a te! Genitori, ve ne scongiuro, non piangete più a lungo me poveretto?.
A quale orribile fatto possono alludere le parole misteriose di questa iscrizione? Vi è in questo un romanzo di Capri. La storia del povero Ipato è ignota, ma si può facilmente indovinare. In un'ora indemoniata, Tiberio sacrificò al sole il suo favorito, un giovanetto, qui, in questa caverna, davanti all'imagine del Dio, nella stessa guisa che più tardi Adriano sacrificò al Nilo il bellissimo Antinoo. In quei tempi i sacrifici umani, sebbene non frequenti, erano ancora in uso e venivano dedicati per lo più a Mitra.
Se questa grotta, questi scogli potessero parlare, quanti orrendi fatti dell'antichità noi apprenderemmo! La tradizione accenna a questa selvaggia riva, quale sito prediletto di Tiberio e quale teatro delle immani sue crudeltà. E' il luogo più diabolico dell'isola; procedendo sulla spiaggia, verso mezzogiorno, si arriva ad un punto denommato Salto di Tiberio. La riva cade ivi a picco sul mare dall'altezza di più di ottocento piedi. Si dice che di là il mostro precipitasse le sue vittime. Narra Svetonio: ?Si fa vedere in Capri il punto dove Tiberio spiegava tutta la sua crudeltà, facendo precipitare in mare alla sua presenza le vittime, dopo averle a lungo martoriate con ogni sorta di tormenti. Cadevano in mezzo ad una squadra di marinai, i quali le percuotevano barbaramente con bastoni e con i remi, fino a tanto che non fosse spento in esse ogni alito di vita.? Doveva essere per dir vero un piacere diabolico quello di precipitare disgraziate creature da quell'altezza, vederle balzare di scoglio in scoglio, ed udire il tonfo dei loro corpi in mare.
A pochi passi dal Salto crudele, sorge ora una casetta, sulla cui porta sta scritto Restaurant. Nella stanza trovasi ad ogni ora apparecchiata una tavola con frutta, pane ed un fiasco di lacrime di Tiberio. L'albergatore ha fatto costruire sul margine del Salto un piccolo muro ed offre così di che ristorarsi, a chi piace, sul teatro stesso di tanti orrori.
Si passa da questa casa per arrivare all'antico faro di Capri, il quale non dista che una trentina di passi dal Salto. Questo faro è in gran parte rovinato ed i suoi neri avanzi vennero alcuni anni or sono colpiti dalla folgore. I materiali giacciono all'intorno dispersi fra le vigne. Si trovano ancora in piedi avanzi di mura e di vòlte, le quali bastano a far comprendere che il faro era un edificio ampio e notevole, che poteva benissimo competere con quello di Alessandria e con quello di Pozzuoli. Il poeta Stazio in un verso lo paragona alla luna, splendore delle notti. Svetonio narra che quella torre fu atterrata da un terremoto pochi giorni prima della morte di Tiberio; ma dopo di allora è da ritenersi che sia stata ricostruita, altrimenti Stazio non ne avrebbe potuto far parola. Attualmente la sua altezza non supera i sessanta piedi.
Nel 1800 Hadrava fece in quel luogo eseguire scavi e vi rinvenne avanzi di un piano sotterraneo, alcuni marmi ed anche un bassorilievo, che rappresentava Lucilla e Crispina in atto di pregare.
Dal faro, salendo ancora pochi passi, si arriva alla rinomata villa di Giove, la quale, secondo Svetonio, era propriamente l'abitazione ordinaria di Tiberio; anzi, il tiranno, dopo l'esecuzione di Seiano, vi si tenne rinchiuso per ben nove mesi, per il timore di una congiura. Le rovine che si scorgono al capo della spiaggia a settentrione-levante dell'isola, appartengono alla villa: lo confermano la tradizione, la quale addita quella località come la più importante dell'isola; l'estensione del palazzo, le cui rovine sono le più importanti di tutta Capri, e la natura delle costruzioni, appartenenti all'epoca migliore dell'architettura romana.
Uno può aggirarsi colà in un vero laberinto di volte, di gallerie sotterranee, di infinite stanze, in massima parte ridotte poi ad uso di cantine e di stalle per il bestiame. Giacciono qua e là dispersi sul suolo capitelli, piedistalli, fusti di colonne, frammenti di marmo; alcune stanze presentano ancora avanzi di stucco e in qualche punto si osservano tracce di pitture gialle e rosse, simili a quelle di Pompei. Sul suolo sono pure frammenti di pavimenti a mosaico di marmo bianco, inquadrati da una fascia nera, come pure sono tuttora visibilissime le scale che portavano ai piani superiori.
Sembra che la villa avesse parecchi piani; l'inferiore è intieramente sepolto sotto il suolo. Nel piano superiore invece si può ancora riconoscere la distribuzione delle stanze, e, dal lato verso il mare, la pianta di un semicircolo, probabilmente di un teatro. In altro punto, nicchie e mura circolari dimostrano l'esistenza di un tempio. La villa riuniva in sè tutto quanto apparteneva allo splendore della vita principesca di allora, ed essendo stata così a lungo la sede della corte imperiale, doveva, prima che Nerone ed Adriano innalzassero i loro sontuosi palazzi, sorpassare in bellezza tutte le altre ville romane. Certo contribuiva a renderla ancora più bella la sua incomparabile posizione sul mare e la vista dei due golfi. Da questo punto Tiberio dominava tutta l'isola come un avvoltoio e scorgeva anche le navi che traversavano il golfo, provenienti dall'Ellade, dall'Asia, dall'Africa, o da Roma.
Più bella però doveva essere la vista dell'isola dal mare, veleggiando fra Capri ed il capo di Minerva e contemplando i palazzi marmorei, il faro ed i templi, imperocchè Tiberio, in cima ad ogni vetta, aveva innalzata una torre, od un tempio, fra cui quelli famosi di Minerva, delle Sirene e di Eracleo.
Rimasi lunghe ore seduto sulle rovine, cercando raffigurarmi l'antica Capri. Pensavo che dovesse essere stupenda con ogni sua sommità coronata da un tempio, con i suoi portici, teatri e ville e le strade popolate di tutto quel mondo romano, dalla corte di Cesare, da senatori, da ambasciatori d'ogni parte del mondo, dalle più belle donne della Ionia, delle Etari seducenti dell'Asia, da squadre scapigliate di baccanti, da ninfe, da dee, da tutto un popolo di figure mitologiche. Qui regnava Bacco, e la sua corte era composta di baccanti e di satiri.
Il lungo soggiorno di Tiberio a Capri non fu che una satira dell'uman genere e probabilmente la più terribile: si può facilmente indovinare contemplando i tratti del principale attore, giacchè a Napoli esistono busti e figure colossali di Tiberio. Il suo miglior ritratto però trovasi nel Museo Vaticano a Roma; quelli di Napoli lo rappresentano già avanzato negli anni; quello di Roma, al contrario, nel fiore della sua giovinezza, probabilmente perchè la maggior parte dei busti disotterrati ad Ercolano ed a Pompei appartengono all'epoca del suo soggiorno in Capri. Nella galleria Chiaramonti del Museo Vaticano esiste la sua figura colossale, scoperta a Veia, in cui è rappresentato giovane, divinizzato, ma con i suoi lineamenti reali. La sua testa appare intelligente, ben formata, la bocca regolare e di una finezza indicibile; tutti i suoi lineamenti giovanili hanno qualche cosa di dionisiaco ed anche le forme del corpo sono piene, voluttuose, in certa guisa femminili.
Questo mostro reale era, al pari di Cesare Borgia, l'uomo più bello de' suoi tempi, e, fra tutti gl'imperatori romani, Augusto solo fu di bellezza più classica. Non si dimentica la figura di Tiberio dopo averla veduta una sola volta; ognuno si aspetta di trovarsi dinanzi un mostro, una specie di demone, ed invece rimane addirittura stupito dalla bellezza de' suoi lineamenti feminei, che gli dànno piuttosto l'aspetto di un Sardanapalo. Soltanto con gli anni la bocca acquistò un'espressione di sarcasmo, d'ironia, e tutta la sua fisonomia qualche cosa di duro, di crudele e di volgare insieme, come si rivela nella testa colossale di Napoli e nel suo busto in Campidoglio. Volendo avere una rappresentazione plastica della scelleratezza bestiale, fa d'uopo contemplare la testa diabolica di Caracalla, che è la rappresentazione più perfetta di un carattere diabolico a cui sia potuta giungere la scultura. Ritengo che quell'uomo scellerato fosse davvero tale e quale la storia ce lo ha descritto. Fu il solo monarca, dopo Augusto, che abbia regnato con le forme repubblicane. Ebbe in retaggio un popolo divenuto spregevole, e trovato un mondo pessimo e proclive ad ogni sorta di abbiettezza vi si abbandonò interamente. Caligola vaneggiava di divenire il padrone del mondo e la sua potenza durò pochi anni. Egli che avrebbe voluto sorbirsi il mondo come si sorbe un uovo, fu un giorno atterrato dal caso, con tutti i suoi godimenti, che non eran che pazzie.
Dopo le guerre civili e dopo Augusto, regnò un silenzio spaventoso nella storia del mondo e quella fu l'epoca più cupa dell'umanità. Augusto fu grande e felice perchè aveva dovuto conquistare la sua signoria; i suoi successori, invece, furono miseri per non aver più nulla da conquistare. Venuti ad un tratto in possesso di un dominio già affermato, non seppero quale impiego fare del loro tempo, imperocchè anche i piaceri diventano insopportabili quando non l'interrompono il lavoro e le difficoltà. Caligola nella sua pazzia volle gettare un ponte sul mare; Claudio fu un pedante; Nerone incendiò Roma, e mentre questa era in fiamme suonò la cetra; faceva versi e voleva aver fama di abile guidatore di cocchi, e di commediante. In quel periodo di generale sonnolenza del genere umano, noi troviamo l'uno dopo l'altro, Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone, demoni e scellerati: la storia taceva.
Sarebbe però mostrarsi ingiusti con Tiberio confondendolo co' suoi successori, i quali furono soltanto scellerati volgari, senza pudore e senz'ombra di vergogna nel rivelare la loro bestiale natura; Tiberio, superiore per ingegno alla sua epoca, fu uomo fiero, diplomatico, della scuola dell'ipocrita Augusto. Tutta la sua fisonomia rivela la finezza, la dissimulazione, particolarmente il taglio della sua bocca gesuitica, la bocca più perfetta di diplomatico che la natura abbia creato: si direbbe che pronunci la sentenza di Talleyrand, che, cioè, la parola fu data all'uomo per nascondere i suoi pensieri. Infatti poi sappiamo da Tacito quanta fosse l'arte di Tiberio nel parlare: egli fu veramente l'inventore della grammatica e della logica diplomatica. Non prometteva, non giurava, non mentiva: egli era un impasto di menzogna continua. Quanto sembrano grossolani, di fronte a questo despota finissimo e signore classico della storia nuova, quegli avventurieri venuti in possesso di un trono e quei re che rompono pubblicamente i loro giuramenti! Tiberio, certamente, li avrebbe cacciati, con un sorriso di disprezzo, fra i suoi liberti. Quest'uomo non lasciò immaginare, nemmeno una sol volta, che cosa avesse in animo di fare governando, non col mezzo ruvido dei colpi di stato, bensì padroneggiando sopra gli avvenimenti. Non lasciò mai trapelare nè la sua volontà, nè i suoi disegni; basta ricordare la caduta di Seiano.
Il proscritto dell'isola dell'Elba prese una volta a difendere calorosamente il carattere di Tiberio contro le accuse di Tacito e della storia. Dopo di aver ridotta la diplomazia di Augusto a sistema del gesuitismo il più raffinato, Tiberio, compiuta la sua opera e sazio della vita, si ritirò in quest'isola per distrarsi con i piaceri materiali, e non lasciò venir meno il terrore che aveva incusso fin dal principio del suo governo, e provò i piaceri di ogni sorta. L'umana natura però è costituita in modo che non può godere in una volta poca parte di piaceri, e ciò lo dimostrano lo scoglio di Capri e la villa di Giove, nella quale erasi ritirato il signore del mondo che considerava questi luoghi come una specie di esilio. Fa orrore il pensare alle scene di cui furono testimoni queste mura, agli eccessi di rabbia di un animo che non conosceva più freno di sorta. Là dove risuonarono un giorno le armonie dei flauti della Lidia, e splenderono i sorrisi di donne superbe, mugghiano ora le mandrie dei poveri contadini. A tanto vennero ridotte le sale di Tiberio. L'edera, i fichi d'India, le malve, le rose, le cinerarie e il melagrano riempiono della loro vegetazione lussureggiante le stanze in ruina. Pendono dall'alto i festoni delle viti, discendenti dall'antico Bacco di Capri, quasi fossero gli spirti di quelle etère che quivi praticavano, un tempo, alla presenza di Tiberio, le loro danze oscene.
Sorge attualmente fra le rovine, sul punto più elevato della villa, una cappella dedicata a S. Maria del Soccorso. Vi abita un eremita. Nessun luogo mi è apparso più adatto per la penitenza, dei ruderi della villa di Tiberio, sotto il regno del quale, e durante il suo soggiorno in Capri, venne Cristo posto in croce. La cappella sorge quivi, come il cristianesimo stesso, sulle rovine del mondo pagano. Questa coincidenza è singolare, e pochi luoghi, io credo, possono ritenersi adatti del pari alla meditazione. Qui si presentano contemporaneamente all'immaginazione due figure rappresentanti i due periodi della storia del genere umano: ad occidente, il demone canuto, Tiberio, signore della terra, rappresentante del mondo pagano che sta per tramontare, ed immagine di tutti i mali; ad oriente, la figura giovanile dell'uomo Dio, di Cristo appeso alla croce, circondato di profeti ispirati di una rigenerazione novella dell'umanità. Queste due figure sorgono una di fronte all'altra, come Arimano ed Arzmud, il Dio della luce e quello delle tenebre. Come non ricordare qui la figura di Giovanni di Patmos, inondata di luce accanto alla quale l'aquila di Giove compare tutt'ora come simbolo pagano?
Seduto sopra quelle rovine, in mezzo a tali pensieri, nella meditazione del cristianesimo primitivo, vidi tutto ad un tratto il rappresentante storico di quella religione ideale nella persona dell'eremita, sudicio frate francescano, e poco mancò non mi ritraessi dallo spavento. Era un vecchio monaco, dalla lunga barba bianca, vestito di una tonaca nera, zoppo, brutto, con due occhi da falco. Mi parve che sorgessero davanti a me Tiberio o Mefistofele, e mi dicessero, con sorriso beffardo: ?Redivivo! soltanto mutato d'aspetto?. Tale è la storia del cristianesimo.
Il vecchio frate mi condusse zoppicando nella sua cella. Diedi uno sguardo ai suoi libri, e su di uno lessi il titolo seguente: Leggende delle sante vergini che vollero morire per Nostro Signore Gesù Cristo. Anche il solitario Tiberio leggeva libri che parlavano di vergini; non erano però di quelle che volevano morire per il suo contemporaneo, bensì i libri della etéra greca Elefantide, i quali insegnavano la scienza del piacere, ed erano allora di moda in Roma. Svetonio narra che Tiberio teneva quei libri nella sua stanza a Capri. Trovai, del resto, qualche cosa di lascivo anche presso l'eremita; egli mi fece vedere la copia di un bassorilievo esistente nel Museo di Napoli: un vecchio nudo, a cavallo, che portava in sella, davanti a sè, una ragazza parimenti nuda con una fiaccola in mano; un giovanetto, esso pure nudo, guidava il cavallo verso la statua di un Dio. La somiglianza del vecchio con Tiberio mi parve così sorprendente, che io credetti che quel bassorilievo rappresentasse una scena notturna nella sua villa di Capri, forse un sacrificio a Priapo. La catena sola, che il vecchio portava al collo, era quella stessa dei gladiatori combattenti e degli altri condannati, e non si addiceva affatto all'imperatore Tiberio. L'eremita aveva copiato il bassorilievo ad acquarello, con somma diligenza e con vera intelligenza del nudo. L'opera apparteneva alla sua abitazione, imperocchè era stata scoperta fra le rovine della villa. Sebbene in modo incompleto, due volte furono praticati scavi intorno a questa: la prima volta da Hadrava nel 1804, la seconda da Feola nel 1827. Vi si trovarono bei pavimenti di marmo, uno dei quali venne adattato davanti all'altare maggiore nella cattedrale di Capri; parecchie belle statue, fra cui una piccola in lapislazzuli acquistata poi da un Inglese; var? busti, che andarono dispersi, e mosaici, attualmente raccolti nel Museo di Napoli.
Nessun imperatore può vantare una villa da cui si goda una vista pari a quella che ha dinanzi a sè l'eremita nella sua cella. Dalla sua finestra ei vede i due golfi di Napoli e di Salerno, e le più belle coste e le isole d'Italia.
L'aria quel giorno era limpidissima, ed io vidi distintamente Pesto, Castel Baro e la lontana punta di Licosa. Al cadere del sole i monti e il mare rivestirono dei colori dell'iride, ed io mi chiesi sorpreso se ciò era realtà o piuttosto una fantasmagoria di sogno.