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Chapter 3 No.3

Ho visitato le tre più belle città marittime d'Italia: Napoli, Palermo e Genova, che gareggiano fra loro per magnificenza di posizione. Senza dubbio il primato spetta a Napoli, nessun'altra città potendo vantare un panorama naturale così classicamente grandioso, un Vesuvio, un golfo così bello, spiagge come quella di Castellammare e di Sorrento, isole così pittoresche. Le svariate tinte, la grandiosità, l'ampiezza di tutto questo non hanno le uguali al mondo; tutto qui ha il carattere dell'immenso, tanto l'opera dell'uomo quanto quella della natura, e tutto qui è avvolto in un mare di luce.

L'occhio non riesce ad afferrare in una sol volta tutto il quadro, a meno di non restringere la prospettiva, di salire sopra una collina, oppure di inoltrarsi in mare, da dove le forme della città si perdono e rimangono visibili soltanto quelle della natura.

Genova, invece, ed anche Palermo si possono abbracciare con un sol colpo d'occhio; la prima, disposta ad anfiteatro co' suoi splendidi palagi, con le sue ville sui monti; la seconda distesa nella fertile vallata, con le sue cupole, co' suoi campanili, incoronata di monti dall'aspetto severo, che si estendono ai due lati, dal monte Pellegrino al capo Zafferano, lasciando fra essi breve spazio di mare. Entrambe, come ho detto, formano un quadro meraviglioso, visibile, apprezzabile con un solo sguardo. A Napoli, invece, tutto è grande, sterminato ed immerso in una luce in cui l'occhio si smarrisce ed in cui non può contemplare che una cosa alla volta. Salendo, per avere una idea di Napoli, sino a Castel S. Elmo, ai Camaldoli, o sul Vesuvio, i quali sono i punti più adatti per ammirare il panorama, ovunque Napoli si presenta come un'ampia città indefinita, dove prevale l'aspetto della campagna, la vista del mare. Le infinite case che sorgono attorno al golfo, non presentano caratteri architettonici, non dànno altra idea che d'un'immensa popolazione colà agglomerata. Si direbbe quasi che a quella gente basti il luogo e la vista, che dinanzi a tante meraviglie di natura, abbiano incrociato le braccia e rinunziato a gareggiare con quella natura stessa. Nessuna di quelle case emerge sulle altre; non si vedono che tetti a forma di terrazze, fatti a bella posta per godere il panorama; poche cupole di chiese, e queste poche bassissime ed appena visibili; quasi nessun campanile su quella monotona distesa. Costantinopoli è almeno assai più pittoresca, con le sue cupole, i suoi arditi minareti che sorgono fra i pini e i cipressi, dando alla città un aspetto caratteristico, simpatico. La mancanza di carattere architettonico in Napoli, la sua uniformità monotona, mi hanno sempre colpito ed io le ho spiegate per mezzo della sua storia, delle varie sue signorie, tutte passeggere, della inazione del suo popolo, della mancanza di attività diretta ad un dato scopo, della sua tendenza a vivere alla giornata, della sua cura del presente soltanto e di vivere il più gaiamente possibile. La storia non ha lasciato sulla città un'importanza e perciò questa città monumentalmente non ha veruna importanza. Nè le dinastie succedutesi rapidamente le une alle altre, nè il popolo espressero le loro idee per mezzo di quei monumenti che sono i ricordi più tangibili delle varie fasi di civiltà, la rappresentazione più visibile delle idee che predominarono per un dato tempo, o che tuttora sussistono.

Nota veramente caratteristica di Napoli è che quasi tutte le sue glorie sono glorie musicali: Scarlatti, il suo discepolo Porpora, Leonardo, Leo, Francesco Durante, Pergolese, Paisiello, Cimarosa, e tutti quei maestri che fino a Bellini, a Mercatante uscirono dal Conservatorio di Napoli, sono le più belle illustrazioni della città. Con questo non voglio dire che Napoli non abbia avuto altri uomini illustri; soltanto furono celebrità isolate, perchè quivi nessuna scienza o disciplina fu tenuta mai in grande onore.

Lascio da parte la descrizione e torno al carattere architettonico di Napoli, dove l'assoluta mancanza di opere monumentali colpisce in special modo chi, come me, giunge da Roma, la città più monumentale del mondo ed essa stessa monumento della storia universale. Anche indipendentemente da questo carattere monumentale, che è proprio di Roma, io credo che non vi sia altra città dove l'architettura e il paesaggio siano in tanta armonia e dove, indipendentemente dalle bellezze naturali, i monumenti portino da sè a suscitare l'ammirazione. Per cogliere queste perfette armonie, basta salire sul Monte Testaccio, sul Monte Mario, a San Pietro Montorio, sulla torre del Campidoglio; e per convincersi dell'imponenza architettonica di Roma, basta gettare uno sguardo su questa dal Pincio, da dove la città si presenta maestosamente, in linee grandiose e severe, come un monumento storico colossale.

Di là si scorgono i vari periodi di civiltà, le rovine del paganesimo, la cupola trionfante del cristianesimo, e le vicende del papato ci sfilano dinanzi, e tutto il significato di Roma si presenta alla nostra mente.

A Napoli, invece, in questa città di vita lieta, senza pensieri, i monumenti architettonici che attirano la nostra attenzione non sono nelle rovine, nelle chiese. Le reliquie dell'antichità sono scomparse; qui non si costruiva per l'eternità. L'unico e stupendo monumento che Napoli possegga dei tempi antichi sono le catacombe, più vaste forse di quelle di Siracusa, alle quali devesi aggiungere la meravigliosa grotta di Posillipo. Quanto a chiese Napoli ne possiede un bel numero, ma nessuna veramente pregevole: la noncuranza tutta democratica con la quale vengono lasciate nascoste fra le strade e le case, senza campanili, con orribili facciate, provano sufficientemente quanto il popolo napoletano, che pure formicola di preti e di frati, sia stato in ogni tempo indifferente nella religione. Qui non vi furono mai grandi ardori per la fede di Cristo, per la grandezza della Chiesa, e sotto gli Hohenstaufen anzi lunga ed accanita fu la lotta fra Napoli e il papato. La tendenza a vivere lietamente e piacevolmente, ha impresso un carattere di mondanità anche alle cose di religione; per convincersi di questo basta visitare la più bella chiesa moderna della città, S. Francesco di Paola, edificata da Ferdinando I per sci?rre un voto dopo la sua restaurazione nel trono. E' un'imitazione del Pantheon di Roma e serve principalmente di decorazione alla Piazza Reale; per convincersi poi quanta poca serietà e dignità ecclesiastica presenti, basta guardare il suo porticato, dove sono sempre negozi di spinette, che vengono suonate per prova continuamente.

A Napoli anche i palazzi, che dopo le chiese sono gli edifici più notevoli in ogni città italiana, sono sperduti fra dedali di casupole e per lo più sono grandi edifici di pessimo gusto, ed anche quando hanno qualche cosa d'imponente, come il superbo palazzo Maddaloni, simile ad una fortezza, non si possono osservare sufficientemente, perchè mancano di aria libera intorno a sè. A Napoli nulla ricorda il medio evo; tutto è moderno.

Osservando Napoli sotto l'aspetto architettonico, si finisce per convincersi che le sole abitazioni degne di attenzione, di ricordo, sono le amene ville che popolano le colline, l'arsenale, gli edifici che circondano il porto, il palazzo reale ed in special modo i tre grandi castelli che dominano da ogni parte il panorama della città. Da Castel S. Elmo, sul pittoresco Vomero, si ammira tutta Napoli; è uno spettacolo magico, soprattutto nell'ora indecisa del crepuscolo.

Nel golfo sorgono poi Castel Nuovo e Castel dell'Uovo, le due bizzarre moli di roccia, di color grigio e di aspetto cupo e minaccioso: sono le briglie del cavallo focoso di Napoli.

Volevo visitare Castel dell'Uovo, che è uno degli edifici più antichi di Napoli, poichè risale a Lucullo e fra le sue mura perì Romolo Augustolo, ultimo degli imperatori romani, ma non mi fu concesso. Federico II ultimò il Castello nel 1221, non immaginando certo che quello sarebbe stato il carcere degli ultimi suoi discendenti; giacchè qui, dopo l'infelice battaglia di Benevento, nella quale re Manfredi perdette regno e vita, per molti anni languirono i miseri figli suoi, e l'unica sua figliuola, Beatrice, dovette la sua liberazione da quelle mura soltanto al Vespro Siciliano.

Era il 5 giugno 1284, quando i Siciliani al comando dell'illustre ammiraglio Ruggero di Lauria, sostennero la famosa battaglia navale dinanzi a Napoli.

Dagli spalti del castello la figlia di Carlo d'Angiò ne fu spettattrice e con ansia ne attese l'esito; con non minore ansia dovette contemplarla attraverso l'inferriata del suo carcere l'infelice figlia di Manfredi; la principessa vide la flotta napoletana ripiegarsi da prima, poi sbaragliata e posta in fuga. Suo fratello Carlo fu fatto prigione e due galere siciliane gettarono l'ancora dinanzi al Castello, e Lauria chiese che venisse subito consegnata la figlia di Manfredi, minacciando in caso di rifiuto di far decapitare il figlio di Carlo d'Angiò a bordo del suo legno, innanzi a tutta Napoli. La misera fu tolta dal carcere, consegnata ai Siciliani e soltanto diciotto anni dopo, quando già aveva trascorsa tutta la sua giovinezza in prigione, riacquistò la sua libertà, fu condotta trionfalmente a Messina, dove sua sorella Costanza, moglie di Pietro d'Aragona, l'accolse nelle sue braccia, come una morta risuscitata. Nello stesso castello morirono pure i figli di Manfredi.

Castel Nuovo è ancora più imponente, e rappresenta senza dubbio il maggior monumento architettonico di Napoli. Di esso è famoso il bell'arco trionfale che Alfonso I di Napoli vi fece costruire nel 1470, su disegno di Giuliano Da Murano, o secondo altri, di Pietro Di Martino. Sorge sopra a colonne corinzie, fra due torri, ed ha numerosi bassorilievi di gran pregio, nei quali è riprodotto l'ingresso del Re vittorioso di Napoli. Le sue porte in bronzo sono opera di Guglielmo Monaco. Disgraziatamente quest'arco, veramente pregevole monumento, si trova nascosto come in un castello ed è sottratto quindi alla vista del pubblico. Si era parlato di trasportarlo davanti alla Cattedrale, ma l'idea non ebbe più seguito.[1]

Castel Nuovo venne edificato da Carlo d'Angiò nel 1283 e i più cospicui edifici di Napoli furono opera degli Angioini, come parimenti risalgono a quel periodo le chiese più importanti della città. Queste sono i veri monumenti storici di Napoli, non solo per le tombe che racchiudono, ma perchè la maggior parte di esse attinge la loro origine da fatti storici, come si vedrà quando ci tratterremo a parlarne.

La cattedrale fu incominciata da Carlo I sulle rovine di un antico tempio dedicato a Nettuno, e venne ultimata da Roberto I. Essa segna l'inizio dell'epoca degli Angioini. S. Domenico Maggiore venne eretta da Carlo di Calabria, nel 1289, per sci?rre un voto da esso fatto quando cadde prigione nelle mani di Ruggiero Lauria. L'altra chiesa di S. Lorenzo Maggiore venne fondata nel 1265 da Carlo I, ugualmente per sci?rre un voto da esso fatto dopo la battaglia di Benevento. S. Pietro Martire fu edificata da Carlo II d'Angiò; S. Chiara, da Re Roberto nel 1310; l'Immacolata, abbellita da affreschi di Giotto, venne fondata da Giovanna I, per ricordare le sue nozze con Ludovico di Taranto; S. Giovanni a Carbonara, Monteoliveto e S. Antonio Abate, tutte chiese edificate da Ladislao e da Giovanna. Anche lo stupendo monastero di S. Martino, sopra S. Elmo, ripete la sua origine dagli Angioini; e da ultimo il Carmine Maggiore ed il Purgatorio sul Mercato che segnò la caduta degli Hohenstaufen. Infatti, nella prima di queste due ultime chiese trovasi la tomba di Corradino e la statua erettagli nel 1847 dal re Massimiliano di Baviera; e nella seconda cappella sorge la colonna di porfido innalzata da Carlo I, sul punto dove vennero decapitati Corradino e Lodovico di Baviera. In essa si legge la seguente epigrafe:

ASTURIS UNGUE, LEO PULLUM

RAPIENS AQUILINUM

HIC DEPLUMAVIT, ACEPHALUMQUE DEDIT.

Nè i Normanni, nè gli Hohenstaufen lasciarono edifici in Napoli e sarebbe inutile ricercare gli avanzi di quella architettura moresco-normanna, i quali, al contrario, si trovano abbondantemente in Sicilia. Lo stabilirsi della dinastia degli Angioini a Napoli, dopo perduta la Sicilia, procurò a questa città l'unica epoca in cui fiorirono la scultura e l'architettura, facendo subentrare allo stile romano delle basiliche, quello germanico. Questo periodo di rifiorimento durò fin verso gli ultimi tempi del secolo XIV e raggiunse il suo apogeo sotto il regno di re Roberto, fautore ed amante delle arti belle. Napoli diede allora i natali ai due Masuccio, il secondo dei quali fu pure scultore distinto. Egli fece le tombe di Carlo di Durazzo, di Caterina d'Austria, di Roberto di Artois, e di Giovanni di Durazzo, nella grandiosa chiesa di S. Lorenzo, da lui ultimata sugli antichi disegni; costrusse pure la chiesa gotica di S. Chiara, collocando in quella, a tergo dell'altar maggiore, il capolavoro della scultura napoletana, la tomba di re Roberto, morto nel 1343. Questa è di stile gotico, ed è ornata di parecchie statue. Sebbene le forme non si presentino all'occhio ancora purissime, il complesso della composizione è artistico ed ha una semplicità di buon gusto. S. Chiara è ricca di monumenti sepolcrali, perchè riposano in questa chiesa parecchi altri Angioini, fra i quali Carlo di Calabria, figlio di Roberto, Giovanna I, ed altre principesse.

In generale, però, tutte le tombe degli Angioini fanno l'effetto di mancare di serietà e di dignità. Nella stessa maniera che le tombe di questa stirpe, passata senza alcuna influenza nella civiltà e vissuta nel piacere e nella crudeltà, non destano nell'animo commozione di sorta, nè la più lontana riflessione, parimenti l'arte non riuscì ad acquistare una forma espressiva e a dar loro un carattere netto. Il loro stile gotico è ricco, talvolta bizzarro, tal altra ingenuo, ma il più comunemente è di gusto assai equivoco. Anche dinanzi a questi monumenti ci si accorge di essere a Napoli, dove, non per la caduta degli Angioini, non per colpa dei tempi, l'arte cadde nel manierismo, nel barocco, nell'esagerazione, come appare entro e fuori a molte chiese, come quella del Gesù Nuovo, più simile ad una rocca che ad un tempio cristiano. Qui gli stessi edifici gotici furono indegnamente deturpati dai numerosi restauri, resi necessari dai frequenti terremoti, ed eseguiti senza spirito, senza sentimento artistico.

Ma dove questo pessimo gusto veramente trionfa, è nei tre obelischi della Concezione, di S. Gennaro e di S. Domenico, che reggono in cima la statua adorata del santo, e sono sopracarichi di statue, di figure, di ornati, peggiori dei quali è impossibile concepirne. In questi monumenti si rivela grandemente l'influenza spagnola, la quale regnò per molti anni e di cui non è rimasta un'unica memoria pregevole, giacchè governò queste belle contrade per mezzo dei suoi vicerè. Gli Spagnuoli lasciarono però alcuni ricordi di quel periodo, fra i quali la grandiosa Fontana Medina, opera di Domenico Auria, eseguita per ordine del vicerè Olivares nel 1593. Poi, la fontana fu per tre volte mutata di posto, sotto i vicerè Carlo Alba e Montery fino a tanto che donna Anna Caraffa, moglie del vicerè Medina, la fece collocare là dove attualmente si trova.[2]

E' opera grandiosa, ma di poco effetto, sopraccarica di figure, di tritoni, di delfini e di mostri marittimi tra i quali si leva la statua di Nettuno, in una conchiglia sostenuta da tre satiri. L'acqua assai genialmente sgorga dalle punte del suo tridente; ma il miglior ricordo dei vicerè spagnuoli rimarrà sempre la via Toledo, aperta alla metà del secolo XVI dal vicerè don Pietro di Toledo.

Ho visitato anche le meravigliose catacombe napoletane e ne sono uscito con una impressione di terrore e di ammirazione insieme, sopratutto di viva curiosità per quei tempi oscuri nei quali quei sotterranei furono costruiti ed abbelliti onde servire da dimore. Le catacombe di Siracusa hanno un aspetto assai men cupo, le loro gallerie essendo disposte simmetricamente. Al contrario, le catacombe romane, nelle parti almeno fino ad oggi rese praticabili, sono strette e basse. Sono semplici corridoi e stanzucce di modeste dimensioni, che non cessano con questo di apparire meno meravigliose, quando si ricordi che colà i cristiani celebravano di notte i loro misteri, e di là il cristianesimo uscì, per prendere possesso prima di Roma, quindi del mondo intero.

Le catacombe di Napoli furono scavate nel tufo, nelle colline a settentrione della città, al disotto di Capo di Monte; e si ritiene che si estendano fin verso Pozzuoli. Non potevasi rinvenire una qualità di pietra più facile ad essere scavata per tali abitazioni sotterranee di questo tufo vulcanico, di colore gialliccio; ed uno può farsi agevolmente un'idea esatta e chiara del modo in cui vennero aperte quelle caverne e quelle grotte, osservando le pareti di quel tufo stesso, che si lasciano in piedi per servire di ponti, nelle case in costruzione. Anche nelle strade nuove di Posillipo si trovano grotte e caverne scavate nella roccia, le quali non servono soltanto di magazzini, ma ancora di abitazioni.

I grandiosi scavi fatti in tal guisa sotto terra, i quali a poco a poco formarono un laberinto troglodito, dovevano avere uno scopo e servire a qualche uso. Sembra inverosimile che i Cimméri, primi abitatori delle sponde del golfo di Napoli, avessero fissata in quei sotterranei la loro dimora, perchè non è possibile immaginare una razza d'uomini capace da volersi cacciar nelle tenebre, nelle viscere della terra, in presenza di una natura così splendida e di un cielo così sereno. Nelle abitazioni di tal natura dei popoli primitivi, che si trovano nella valle Ispica e a Malta penetra sempre la luce nel giorno. Da principio quelle catacombe poterono servire di ricovero in caso di pericoli contro assalti di nemici, e quando si ampliarono, togliendo di colà i materiali che servirono alla costruzione della città, è naturale che sia sorto il pensiero di farle servire ad uso di sepolture. è accertato poi che non furono i cristiani a seppellire per primi i loro morti nelle catacombe di Napoli, bensì i Greci e i Romani, e basta osservarle per persuadersene. In una di queste vaste stanze trovasi oggidì ancora una piccola colonna, sulla quale sta scritto il nome Priapos in caratteri greci.

L'epoca nella quale le catacombe cominciarono a servire di sepolture è incerta. Furono certamente ridotte a tale uso per la natura dei luoghi, ma non vennero scavate appositamente per questo scopo. I Romani, per esempio, i quali abitavano la pianura, collocavano le loro tombe all'aperto, mentre gli Etruschi, abitatori dei paesi montuosi, le aprivano nelle rupi. Però, fin dai tempi della Repubblica, si scavarono camere mortuarie nel tufo vulcanico, onde collocarvi i sarcofagi; e oggigiorno le tombe degli Scipioni possono dare una piccola idea della catacomba.

In origine queste non dovettero servire di sepoltura che alle classi povere, impossibilitate a sostenere la spesa di sontuosi monumenti all'aperto e che dovevano scavare nel tufo i così detti loculi, dove deponevano le urne cinerarie dei loro cari. Nelle catacombe di Napoli si conservano avanzi di pitture le quali risalgono ai tempi dei pagani; la maggior parte però appartengono all'èra cristiana. I primi cristiani, infatti, dopo aver cercato in quelle dimore sotterranee rifugio contro le persecuzioni e luoghi adatti alla celebrazione del loro culto, cominciarono ad ornare le tombe dei loro cari in quell'asilo con immagini e simboli riferentesi alla fede.

Nelle catacombe di Napoli questi avanzi di pitture rivestono quasi un carattere pagano e si riconosce sulle pareti di queste tombe cristiane il carattere gaio degli affreschi di Pompei, e gli stessi simboli sono in qualche punto pagani, per esempio quelli della vendemmia e del torchio, tolti dal culto di Bacco. Vi si scorgono tralci di viti e grappoli d'uva, dei quali si cibano gen? ed uccelli, ed il Cristo si vede rappresentato sotto le spoglie di Orfeo. I simboli cristiani però vanno acquistando a poco a poco il loro predominio e si cominciano a vedere: Cristo, il buon pastore che pasce le pecore e porta un agnello sulle spalle, il cervo, il pesce, il pavone, la colomba, la croce e gli angeli. Produce una profonda impressione vedere questi antichi affreschi cristiani, anneriti dal fumo delle fiaccole, ed osservare in questi luoghi tenebrosi i princip? dell'arte cristiana, che tengono dietro allo stile pompeiano ed assumono a mano a mano il carattere bizantino, succedendo i simboli cristiani alla mitologia pagana, mentre la novella religione si preparava ad uscire alla luce del giorno ed a popolare le chiese.

Nelle catacombe si riscontrano propriamente le origini del culto cristiano e non deve far meraviglia se questo ha serbato, uscendo all'aria libera, un carattere severo, quale si rivela nelle rappresentazioni della morte, nella maestà terribile dei santi bizantini e de' suoi Cristi. Chi sa se il modo cristiano di considerare la morte, l'abnegazione ascetica, l'idea del martirio, del disprezzo della vita, del dolore; se finalmente l'intolleranza, il fanatismo, si sarebbero radicati così profondamente nella religione cristiana, quando questa si fosse sviluppata liberamente sulla terra, alla luce del sole, in presenza delle bellezze della natura, invece di esser costretta a cercar ricovero in quelle regioni sotterranee, alla luce delle fiaccole, relegata e costretta ad abitare presso le tombe dei martiri, col timore continuo di novelle persecuzioni?

Nessuna cosa mi ha prodotto in Napoli tanta viva impressione quanto la visita di queste catacombe e di quelle di Pompei. Sono preziosi ricordi della storia del genere umano che giacciono sotto terra; quelle catacombe si potrebbero a buon diritto chiamare la Pompei del cristianesimo. Segnano quelle e questa una grande epoca dell'umanità, ma fra esse vi è pure un grande contrasto. Nelle dimore abbandonate dagli antichi cristiani tutto è severo; mentre nella città pagana tutto è sorridente, i templi, le abitazioni le pitture; e tutto rivela una popolazione portata al vivere lieto, che si compiaceva della bellezza delle forme e che aveva tolti tutti i suoi Dei dalle regioni della poesia. E qui si trovano anche le delizie di altre generazioni di uomini appartenenti però alla stessa razza. Sono Greci e Romani come quelli di Pompei, che appartengono ad uno stesso periodo, ma molto diversi da quelli. Sembra che non abbiano dimenticato lo spirito pompeiano, allegro e vivace.

Coi ricordi di Pompei hanno trasportato pure su quelle oscure pareti gli affreschi, i graziosi rabeschi, il torchio di Bacco per ornamento delle tombe. I novelli abitatori, seduti presso le tombe, celebrano con i defunti le loro agapi e fanno risuonare quei luoghi del canto monotono delle loro preghiere. Verrà però il giorno in cui essi usciranno alla luce, portando fuori la loro religione devota alla morte e diffonderanno per tutto il mondo le reliquie dei loro martiri, offrendole all'adorazione dei fedeli sugli altari infranti, dove sorgevano le statue degli Dei bellissimi dell'antica Grecia. Pompei fu sepolta dalle ceneri del Vesuvio; dalle catacombe usciranno le ceneri che copriranno il mondo di mestizia.

Queste mie idee saranno considerate quali sogni fantastici di catacombe? Ognuno penserà come crederà più opportuno. Certo è però, che non si potrebbe trovare luogo più adatto alla teologia speculativa di quelle regioni sotterranee, dove regnano cupe tenebre, aria pesante e un odore nauseabondo. In quei laberinti di stanze, di gallerie e di corridoi, che occupano tanta estensione; fra mezzo a quelle pareti fiancheggiate da tombe, da ossami, da nicchie, da loculi non si cammina, bensì si passa, si striscia, come altrettante ombre.

Le fiaccole stentano a mandare la luce e a quel chiarore fioco e debole, le figure dipinte sulle pareti con le mani sollevate in alto, quasi mirassero ad uscire dai loro abissi e a volare alla luce del giorno, assumono l'aspetto di spettri. Iscrizioni greche, latine ed anche ebraiche, in parte cancellate e in parte ancor oggi decifrabili, fanno comprendere essere quello un mondo dove tutto è simbolo, mistero e allegoria. Due vecchi ricoverati dell'ospedale di S. Giovanni dei Poveri, sono mantenuti nel convento alla porta delle catacombe per accompagnare in quelle i forestieri. Tengono fiaccole e guidano i passi del visitatore. Ciceroni più adatti di essi non si sarebbero potuti trovare. Non camminano, strisciano con la loro lunga tonaca di colore turchino, con la fiaccola in mano, come spettri. Nel considerare quei due poveri vecchi incurvati per gli anni, canuti e col viso pallido del pallor della morte, mi sembravano morti essi pure al pari degli scheletri sui quali proiettavano la luce incerta delle loro fiaccole ed avrei detto che da ben mille anni si aggirassero fra le catacombe. In una delle sotterranee stanze lessi sotto due figure, in una nicchia: Votum solvimus, nos quorum nomina Deus scit, e mi parve che quelle parole misteriose, di cui rimane nascosto il significato, si potessero porre in bocca delle mie due vecchie guide, quasi non fossero più due viventi. Le guardai in faccia, ed al vederle così pallide, con quell'aspetto di spettri, mi colse tanto ribrezzo e terrore che non volli saperne più di catacombe.

Ne avevo oramai abbastanza di tutti quei misteri, di quelle regioni sotterranee, di quella profonda e continua notte e di quelle scene di morte, e provai un desiderio irresistibile di tornare alla luce del sole, tra i vivi. Pregai le mie due guide di tornare indietro, di condurmi fuori di quelle caverne ed esse sorrisero e subito rifacemmo la strada percorsa. Nell'uscire, però, ebbi campo di persuadermi che i miei ciceroni erano esseri viventi, perchè mi ringraziarono di cuore della moneta che diedi loro onde potessero andare a bere alla mia salute.

Non v'è modo migliore per conciliarsi con l'idea della morte, uscendo dalle catacombe di Napoli, che recandosi a visitare il nuovo camposanto di quella città. Dicono che sia il più bello d'Europa, ed io non ho difficoltà a crederlo, imperocchè la sua posizione è stupenda, ed i monumenti che vi sorgono, come in un ameno giardino, ricreano la vista. Si trova collocato al di sotto di Poggio Reale, sopra una piccola collina, la quale domina la strada di Nola e dalla quale si gode il panorama magnifico della città, del golfo, della spiaggia di Sorrento, del Vesuvio e della ricca vegetazione che si estende ai suoi piedi.

Quasi tutta questa collinetta è ricoperta di monumenti, la maggior parte dei quali ha la forma di tempietti, sostenuti da colonne. In certi punti ve ne sono moltissimi che fiancheggiano le strade, e nel percorrer queste si ha una lontana idea di quello che fosse la via Appia ai tempi antichi. Altri monumenti sorgono isolati, altri in gruppi e formano tutti tante piccole necropoli. In cima alla collina si trovano un porticato a colonne ed una chiesa assai grande, dove si celebrano le messe per i morti. La maggior parte dei tempietti appartengono alle confraternite della città, e queste istituzioni benefiche, le quali senza distinzione di classi sociali hanno scopo non solo di dar sepoltura ai morti, ma anche di soccorrere i poveri e di assistere gli ammalati, sono in numero di centosettantaquattro, ed i nomi di esse si leggono sui frontoni di alcuni monumenti. Altri di questi tempietti sono tombe di famiglie; in essi vi sono piccoli spaz? per una cappella, chiusa da un'inferriata, in cui si vedono o un piccolo altare, od una statua della Madonna, o una lampada eterna e il più delle volte i ritratti, o i busti dei morti. Ognuno può ivi recarsi a pregare per i propri defunti, che in tal guisa, non diventano totalmente estranei alla pia associazione alla quale appartennero in vita. Questi monumenti sono quasi tutti di stile antico, di gusto puro, semplici, di forme graziose, taluni ornati di pitture di genere pompeiano, e producono in complesso grata e soave impressione. Vi sono fiori da per tutto, cespugli di oleandri, di amaranti, di tulipani, di ortensie, di mirti, che bandiscono, nell'armonia dei loro colori, totalmente la desolazione. Stando fra tutti quei fiori e gettando lo sguardo sulla Campania felice, sul mare illuminato dai raggi del sole cadente, non si può fare a meno di riconoscere che qui si è molto bene e lodevolmente pensato anche ai morti. Questo bel camposanto venne aperto nell'anno 1845.

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