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Chapter 6 No.6

Chiunque si sia recato da Salerno ad Amalfi, seguendo la strada lungo il mare, deve ricordare questa gita con vera soddisfazione. Non ve ne è un'altra ugualmente bella in tutto il regno di Napoli, e di tante escursioni che ho fatto in tutta quanta l'Italia, questa è quella che mi ha lasciata più grata impressione di tutte le altre.

La strada segue sempre la spiaggia del mare, mantenendosi ad una certa altezza, e piegandosi a tutte le sinuosità del suolo. Si hanno a sinistra i monti e le fresche valli, popolate di villaggi, le quali scendono al mare che rimane disotto, mentre lo sguardo può intanto benissimo abbracciare Pesto, i monti delle Calabrie, il capo Licosa e il golfo Policastro.

Il primo abitato che s'incontra in vicinanza di Salerno è Vietri; la posizione di questa piccola città mi ha ricordato Tivoli. Giace in una gola ampia e grandiosa, sulla riva di un torrente, il quale fornisce l'energia necessaria a parecchi molini, ed è un paese bruno, d'aspetto bizzarro, con parecchie chiese e cappelle. Sulla spiaggia del mare possiede il suo piccolo porto popolato di barche. Quasi tutti i paesi situati in alto hanno un piccolo borgo alla marina, dove si possono godere scene di vita marinaresca con maggior evidenza che nei quadri. Quando dall'alto di quelle rupi si contemplano le barchette, che ora compaiono sulle onde e ora spariscono, si direbbe che siano sospese per aria.

Tutte le torri che ancora si scorgono sulla spiaggia del mare, tutti i castelli situati sulle alture, fanno pensare ai tempi in cui i Normanni fondarono in queste contrade il loro meraviglioso regno, quel regno che segnò un'epoca nella storia della civiltà ed esercitò una grande influenza nell'Occidente e nell'Oriente.

In quel tempo erano, a dire il vero, assai strane le condizioni dell'Italia meridionale; aspre signorie di Greci e di Longobardi, scorrerie continue degli Arabi e repubbliche fiorenti come quelle di Amalfi, di Gaeta e di Napoli.

In questa bella Salerno, che oggi riposa tranquilla in riva al suo mare, regnava allora il principe longobardo Guaimaro, quando comparve davanti alla città una flotta saracena e gl'infedeli diedero l'assalto alle mura. I Salernitani erano infiacchiti al pari dei Sibariti e dei Bizantini e la città, male guardata, stava in pericolo di cadere. Fortuna volle che si trovassero per caso in quel momento a Salerno quaranta pellegrini normanni che tornavano di Terra Santa, a bordo di un legno amalfitano. Domandarono subito armi, si precipitarono fuori della porta ed attaccarono con impeto i mussulmani. I Salernitani, animati dall'esempio, tennero lor dietro, e dopo un sanguinoso combattimento i Saraceni furono sbaragliati e costretti a levar l'assedio. Guaimaro ricompensò generosamente i pellegrini, i quali, ritornati in patria, eccitarono la fantasia dei loro compaesani con le narrazioni delle bellezze della spiaggia di Salerno, dei prodotti di quel suolo fertilissimo, della primavera perpetua che vi regnava e dei tesori che colà, uomini arditi e coraggiosi avrebbero potuto acquistare.

Gli avventurosi Normanni s'imbarcarono allora pel mezzodì d'Italia, guidati da Dragut. Ciò avvenne in principio del secolo XI e la stirpe dei Normanni fu più fortunata di quella dei napoleonidi e di Murat.

Sismondi osserva che da quell'epoca, nella lingua dell'Irlanda, si mantenne dell'antico dialetto scandinavo la voce figiakasta, vale a dire desider? di fichi, locuzione figurata per esprimere un desiderio intenso.

Giungemmo frattanto a Cetara, luogo delizioso quanto mai sulla spiaggia del mare, una vera e fertile oasi in mezzo ai monti. Di questo paese mi colpì l'architettura tutta moresca. Le case sono piccole e ad un sol piano, con logge e verande circondate di viti; i tetti sono convessi e tinti di nero. La chiesa piccola e di architettura bizzarra, sorge in un boschetto di aranci. Tutto l'insieme del paese aveva un carattere così esotico, che non si sarebbe mai pensato di essere nel centro d'Europa. Allo splendore di un magnifico sole, le piante e i fiori sembravano sorridere e le piccole case con le loro verande, parevano sepolte nella verzura. Tutto era pulito, bello; v'eran piante di aranci, di carrubbe e di gelsi; stupendi cactus in fiore e magnifiche piante di aloe contribuivano a dare un carattere esotico al paesaggio.

Cetara fu il primo punto occupato dai Saraceni su questa riviera. Quivi essi si fermarono e in seguito estesero i loro domin?, fondando colonie ad Amalfi, Minori, Maiori, Scala e Ravello, perchè i mussulmani facevano scorrerie continue su queste spiaggie, prima ancora di conquistare la Sicilia. Costoro erano attirati e indotti su questi lidi, dalle continue lotte dei Greci, con le città e con i Longobardi. La stessa città di Napoli ne diede l'esempio in principio dell'anno 836, quando si rivolse, per mezzo del suo console Andrea, agli Arabi, onde avere soccorso e liberarsi dalla signoria di Sicardo principe di Benevento, e quella repubblica, allora fiorente, strinse lega con i Saraceni senza tener conto nè degli anatemi del sommo pontefice, nè delle minacce degli imperatori greco-romani. Tale lega durò circa un mezzo secolo e si narra che a quei tempi il porto di Napoli presentasse un aspetto addirittura saraceno. Quando, dopo la morte di Sicardo avenuta nell'839, la signoria longobarda cadde a Salerno e a Benevento, e pugnavano per questa fra di loro Radelchi e Siconulfo, quest'ultimo chiamò una banda di Saraceni e prese ai suoi servizi il mussulmano Apolofar con un certo numero di Cretesi. Gli Arabi presero liberamente stanza in Salerno e vi si stabilirono definitivamente, fabbricando case nei dintorni della città.

Finalmente, nell'anno 871, Radelchi e Siconulfo fecero la pace, dividendosi gli stati di Salerno e di Benevento e stabilirono la condizione che non si dovesse permettere più agli Arabi il soggiorno nella costa fra Amalfi e Salerno; ma ad onta di ciò, molti si fecero battezzare e vi rimasero. Costoro avevano già data a quella località un'impronta tutta moresca che non si è più cancellata. Altri Arabi vennero poi dalla Sicilia, di modo che nel corso del secolo IX tutta quanta la Calabria si trovò in pericolo di diventare mussulmana; a Bari regnava un sultano, Taranto cadeva nelle loro mani e minacciavano di prendere Roma stessa, dove i Saraceni sorpresero e saccheggiarono le chiese di S. Pietro e di S. Paolo, mentre Napoli continuava a stare con loro in buone relazioni, ad onta degli sforzi dell'imperatore Ludovico II.

Si stabilirono nuovamente in Cetara nell'anno 880 e la repubblica di Napoli assegnò loro alcune terre sulle sponde del Sebeto. Essi presero pure dimora alle falde del Vesuvio, nei dintorni classici di Pompei, non che sul Garigliano, donde partivano per fare scorrerie in tutta quanta la Campania. Fondarono parimenti la loro colonia di Agropoli, nelle vicinanze di Pesto.

Ai tempi del dominio dei Normanni si ritirarono più di una volta da queste contrade e molti abbracciarono il cristianesimo, altri rimasero al servizio di Ruggero, portando nella bella provincia di Salerno le costumanze e la civiltà orientale. Lo stesso nome di Cetara sembra che sia di origine orientale.

Il sole intanto si era fatto cocentissimo, riflettendosi sulle nude rocce dove camminavamo in fretta, e noi eravamo ancora a buona distanza da Amalfi. L'aspetto della riviera si faceva a mano a mano sempre più bello. Al nostro fianco sorgevano monti altissimi, le cui cime si perdevano nelle nubi, mentre la loro tinta oscura, sotto la sferza del sole che rendeva sempre più azzurre le onde del mare, faceva un grande contrasto con lo splendore di questo e con la limpidezza del cielo. Sorgevano qua e là, sul pendio dei monti, rovine di antichi castelli dei tempi normanni indicanti i luoghi dove un giorno esistettero villaggi. Stupenda ci apparve la posizione di Maiori e di Minori nei due punti più belli della riviera, due piccole città al pari di Cetara, appoggiate al monte e circondate da giardini amenissimi.

Le spiagge di Minori e di Maiori sono quanto c'è di più ridente in questo golfo, da Salerno ad Amalfi e Sorrento, ed io non esito a dichiarare che superano in bellezza la stessa spiaggia di Sorrento, a costo anche di esser tacciato di un'eresia. Sono due punti di una magica tranquillità, ristretti in breve spazio, freschi, ombreggiati e ridenti; si direbbero appartati da tutto il resto del mondo. Non ho veduto luoghi più graziosi. Il primo che s'incontra è Maiori, fondato da Siccardo di Benevento nel secolo IX; il paese giace quasi in riva al mare. Il monte situato dietro l'abitato, ridotto a foggia di terrazzi, è coltivato a giardini nei quali sorgono casette bianche e pulite che hanno l'aspetto di altrettante ville. Più in alto torreggia pittorescamente un antico castello.

Le strade ed i sentieri solitari e tranquilli si addentrano nei monti dai quali scaturiscono acque limpide e fresche. Tanta solitudine romantica ricrea l'animo e fa nascere il desiderio di vivere colà tranquilli, o almeno di trascorrervi un'estate. Ivi davvero l'abitante dei paesi settentrionali comprende che cosa significhi la figiakasta.

Trovammo colà, in riva al mare, una locanda graziosa, dipinta a colori vivaci, dove ci procurammo vino, ottimi fichi neri e aranci stupendi. Il sole che splendeva di fuori, quella tranquillità profonda, il frangersi delle onde sulla spiaggia e l'atmosfera pregna di profumi, conciliavano il sonno.

Poco dopo ci trovammo mezzo addormentati in un caffè del vicino borgo di Minori. Quivi le case sono piccole e basse quanto quelle di Pompei e le stanze così piccole che appena possono contenere quattro persone. Alla tavola della locanda il padrone ci girava attorno con un ventaglio in mano smovendo l'aria, cacciando le mosche e narrando nel suo dialetto una quantità di storie, parlando sopratutto della fabbricazione dei maccheroni, industria speciale della riviera di Amalfi, la quale ne provvede tutto il regno di Napoli.

Partimmo da Minori nelle ore calde del pomeriggio e, girato che avemmo un promontorio, ci trovammo di fronte ad Atrani, il quale è separato da Amalfi da una gigantesca rupe. La posizione di Atrani è imponente. Sorge a foggia di piramide sulla riva del mare, che in quel punto è altissima e scende assai ripida, addirittura a picco. L'architettura delle case, le quali hanno tutte la propria loggia, produce un aspetto piacevolissimo per il bianco delle mura che si stacca sul fondo nero della rupe. Questa, forma vicino al paese una verde valletta ed alla sua sommità si presenta il paesetto di Pontone. Sulla sommità delle falde di quei monti tutte rivestite di pini marittimi sorgono antiche torri e castelli. Si scorgono intorno villaggi che giacciono ancora più alti fra vigne e castagneti e dove sarebbe molto faticoso l'arrampicarsi. Oltre Pontone, soprastano Atrani gli altri paesetti di Minuto, Scala, e Ravello. Quest'ultimo è particolarmente notevole per i ricordi dei Saraceni. Vi si sale da Atrani percorrendo una ripida e faticosa strada, ma romantica, attraversando gallerie coperte e camminando fra vigneti, castagni e boschi di carrubbe. A misura che si sale, la vista del mare si fa più bella. Dalla cima delle nere rupi, coronate di torri, si getta lo sguardo sull'azzurro delle onde che si direbbero sgorgare dalla gola di Pontone. Si vedono pure verdeggianti pendici, seminate di case, dove per buona ventura gli abitanti non hanno più a temere le scorrerie saracene.

Arrivammo all'abbandonato monastero delle Clarisse e ivi trovammo le prime tracce dell'architettura moresca. Salimmo quindi alla villa Cembrano, casa di campagna di un ricco signore napoletano, la quale sorge tra le rose e gli oleandri, su di un altipiano da dove lo sguardo spazia nel mare. Questa villa è propriamente bella e sopra tutto attrasse la mia attenzione il pergolato, il quale forma un rettangolo attorno al magnifico giardino. Esso è sostenuto da pilastri bianchi, sui quali corre un tetto di verdi tralci, da cui pendono i grappoli in abbondanza; nel giardino poi, tenuto con molta cura, crescono i più bei fiori, e tutte le piante meridionali, nella vegetazione rigogliosa del mese di luglio. Sul margine dell'altipiano sorge un belvedere, circondato di statue, invero orribili, le quali però in distanza producono buon effetto. Si gode di là la vista dell'ampiezza del mare, delle coste delle Calabrie con le cime dei loro monti coperte di neve, dell'imponente punta di Conca e del bel capo d'Orso, presso Maggiori, tutte vedute severe che bisogna ammirare e tacere, anzichè provarsi a farne la descrizione. Nel contemplare da quegli orti di Armida, fra le rose e le ortensie, il mare magico nel quale si riflette l'azzurra tinta di un cielo limpidissimo, nasce il desiderio di poter volare. Io credo che a Dedalo ed a Icaro venne desiderio di poter spaziare per l'aria in una bella sera d'estate, sedendo su di un promontorio dell'isola di Creta.

Salimmo ancora più in alto, al convento di S. Antonio; anche questo è collocato in amenissima posizione ed è di stile interamente moresco, con archi spezzati e colonnette graziose. Raggiungemmo quindi l'antica Ravello e ci trovammo tutto ad un tratto in una città moresca, con torri e case di stile arabo, fabbricata di tufo nero solitaria e tranquilla, abbandonata, quasi morta, sopra una verde pendice del monte. Si direbbe che è segregata da tutto il resto del mondo; non si vedono che alberi e rocce e da qualche punto il mare in lontananza. Nei giardini si osservano alte torri nere, case di stile moresco con arabeschi in parte rovinati, finestre ad arco con piccole colonne.

Sulla piazza del Mercato, presso la chiesa, sorge un antico edificio di architettura araba, con ornati di gusto fantastico e con colonne meravigliosamente lavorate negli angoli. Il tetto riposa sopra una graziosissima cornice. Questo edificio è designato col nome di teatro moresco e non vi è dubbio che era il palazzo degli antichi signori di Ravello, imperocchè questa città, ora deserta e derelitta, fu un tempo una colonia fiorente di Amalfi che contava trentaseimila abitanti. Ricche famiglie vi avevano introdotto il lusso a cui davano origine le loro relazioni con l'Oriente e il continuo commercio con i Saraceni stabiliti in Sicilia. Fra le più illustri erano annoverate le famiglie degli Afflitti, dei Ragadei, dei Castaldi e sopratutto dei Ruffoli. Si erano fabbricate tutte palazzi di stile moresco, con vasche, con getti d'acqua di vero gusto arabo, su disegni e sotto la direzione di artisti arabi. E' noto che Ravello si mantenne in relazione continua con i Saraceni, molti dei quali vi avevano presa dimora e gli Arabi vi tennero il presidio fino ai tempi di Manfredo. Avvenne perciò che questa piccola città fu una delle prime che accolse nell'Italia meridionale l'architettura araba ed oggidì è una delle poche che ne conservi ancora gli avanzi.

Trovai in Ravello maggiori avanzi di architettura moresca che in Palermo stesso, dove i castelli di Cuba e della Zisa sono per la massima parte distrutti. Il palazzo Ruffoli in Ravello è una vera miniera di architettura moresca di quei tempi, e di queste contrade. Esso trovasi in un giardino, ed appartiene da tre anni all'inglese sir Nevil Reed, il quale lo ha fatto per primo sgombrare dalle macerie. E' addirittura un piccolo Alhambra, uno stupendo edificio a tre piani, che conta più di trecento stanze sostenute tutte da colonne moresche. Le sale sono ornate di rabeschi in puro stile arabo-siculo e un tempo debbono essere state magnifiche. Esistono ancora nei giardini una rotonda di stile moresco, alcuni avanzi di mura, fra le quali una torre quadrata di gusto bizzarro, rovine di porticati, di bagni, di archi e di cortili, i quali debbono aver fatto parte di una specie di castello cinto di mura, e da questi ruderi è agevole farsi un'idea delle grandi ricchezze che dovevano aver accumulato un tempo le famiglie distinte di Ravello.

In tutte le città impoverite del regno di Napoli, queste reliquie di tempi migliori provano la triste decadenza delle contrade. Due volte furono in fiore queste regioni predilette dalla natura: la prima nell'antichità greca, come lo attestano le rovine di Pesto; la seconda durante le Repubbliche del medio evo, allorquando Napoli, Gaeta, Amalfi, Sorrento, riempivano i mari delle loro flotte, ben molti anni prima che lo spirito repubblicano, avanzo degli ordinamenti politici greci e romani, risorgesse nell'Italia settentrionale e desse origine alle repubbliche di Pisa, di Genova e di Venezia. Nella prima epoca furono i Romani quelli che spensero il fiore della civiltà nell'Italia meridionale; nella seconda epoca cominciò a venir meno sotto il dominio dei Normanni; e quindi, a poco a poco, quelle contrade si vennero riducendo alla misera condizione in cui si trovano attualmente. Manca tuttora una buona storia di quelle Repubbliche dell'Italia meridionale dal secolo VII ai tempi di re Ruggiero di Sicilia, e gli archivi di Napoli potrebbero fornire tutti gli elementi necessari, se non fossero chiusi, ed impenetrabili più della sfinge egiziana.[4]

Vidi intanto, mentre mi trovavo nei giardini del palazzo Ruffoli, un meraviglioso fenomeno di luce in mare. Il sole stava per tramontare, ed i monti di Pesto e di Salerno cominciavano ad oscurarsi, assumendo una tinta dolce di verde cupo, mentre sopra a Pesto stava un'ampia nuvola bianca, la quale non tardò a tingersi in rosso acceso. Si sarebbe detto che divampasse in cielo un immenso incendio, la cui luce si proiettasse in mare, sembrando fosse in fiamme tutto quanto il golfo di Salerno; a poco a poco il mare assunse prima un color d'oro, quindi verde pallido, violaceo, gialliccio, finalmente grigio, finchè vennero le tenebre. Colpito da quegli scherzi indescrivibili di luce, non potei più muovermi finchè fu notte.

Potrei ancora narrare molte cose di Ravello, particolarmente dell'antico duomo edificato da Niccolò Ruffoli nel secolo XI, il quale possiede un pulpito raro in mosaico ed antiche porte di bronzo e dove si conserva in un'ampolla il sangue di S. Pantaleo, che bolle al pari di quello di S. Gennaro; ma non conviene vedere tante cose, e sopratutto descriverle molto a lungo.

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L'ISOLA DI CAPRI

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L'isola di Capri.

Un mese intiero ho vissuto nell'isola di Capri ed ho goduto, in tutta la sua pienezza, la solitudine magica di quella marina. Così potessi io riprodurre le sensazioni ivi provate! Ma è impossibile descrivere con parole la bellezza e la tranquillità di quella romita solitudine. Giampaolo Richter, contemplandola dalla terra ferma, ha paragonato Capri ad una sfinge; la bella isola a me è apparsa simile ad un sarcofago antico, fiancheggiato dalle Eumenidi scarmigliate, su cui campeggiasse la figura di Tiberio. La vista dell'isola ha sempre esercitato su me un vero fascino per la sua conformazione monumentale, per la sua solitudine, e per i cupi ricordi di quell'imperatore romano, che, signore del mondo intiero, considerava quello scoglio come sua unica e vera proprietà.

Una domenica, di buon mattino, con un tempo stupendo, andammo a Sorrento, in barca, e di là ci dirigemmo verso Capri. Il mare non era meno tranquillo del cielo; le linee del paesaggio si perdevano all'orizzonte in una luce vaga ed indecisa; Capri però ci appariva davanti imponente, grave, rocciosa, severa, con i suoi monti selvaggi, con le sue rupi rossastre di roccia calcarea, tagliate a picco. Sull'altura si scorgeva un bruno castello rovinato; qua e là avanzi di batterie e gole aperte di cannoni abbandonati, solitari, già quasi ricoperti dal ginestro selvaggio dai fiori gialli; scogli aspri e ripidi, in cima ai quali svolazzavano falchi di mare e uccelli indigeni, assuefatti al sole, come dice Eschilo; in basso caverne, grotte oscure, misteriose; sul dorso del colle una piccola città di aspetto gaio, con case bianche, mura alte e una cupola di chiesa; più in basso ancora, sulla zona ristretta della spiaggia, un piccolo porto per i pescatori ed una fila di barche tirate in secco.

Suonavano le campane allorquando approdammo; una graziosa fanciulla, figlia di un pescatore, si avanzò nell'acqua, afferrò la barca e, tenendola ferma alla riva, ci permise di scendere a piedi asciutti. Nello spiccare un salto sul suolo dell'isola di Capri, che io mi ero raffigurata tante volte sotto il nordico cielo natio, mi parve di trovarmi nella stessa mia casa. Tutto era silenzio e tranquillità; non si vedevano che un pescatore e due ragazzi intenti a bagnarsi presso uno scoglio, due giovanette sulla spiaggia, e tutto all'intorno rupi severe. Ero dunque giunto in una solitudine selvaggia e romantica insieme. Da quel punto della marina partiva un sentiero ripido e scosceso, che, fra mura di giardini, conduceva alla piccola città. Quei giardini aperti nei seni della rupe erano coltivati a viti, a olivi e ad agrumi, ma la vegetazione ne era meschina, specialmente per chi ne veniva dalla lussureggiante Campania. Anche gli alberi a Capri sembrano eremiti. Si accede alla cittadina per un ponte di legno e per una vecchia porta, dall'aspetto romito, in cui par che regni la pace e s'ignorino le umane necessità. Alcuni abitanti, vestiti a festa, stavano ciarlando, seduti sui gradini della chiesa. Parecchi ragazzi giocavano allegramente sulla piccola piazza, davanti al tempio, che pareva fatta appositamente per i loro giuochi. Le case, piccole, con i tetti a terrazza, avevano quasi tutte una pianta di vite arrampicantesi per le mura. Un'angusta stradicciuola, non mai percorsa da nessun veicolo, ci condusse alla locanda di Don Michele Pagano, di fronte alla quale sorgeva una stupenda palma. Anche quivi sembrava di arrivare in un eremo ridotto ad albergo per i pellegrini.

Eravamo appena entrati nella nostra camera, che un canto, giù nella strada, ci chiamò alla finestra. Era di domenica: una processione strana, caratteristica attraversava il paese. Seguivano la croce uomini e donne, quelli con cappucci bianchi, queste con bianchi veli. I cappucci erano circondati di una corona formata di foglie di roveto spinoso. Gli uomini ai fianchi portavano una fune, certo in segno di penitenza. La processione era dedicata alla crittogama. Tutte quelle teste coronate di frondi offrivano un quadro pagano: si sarebbe detta una processione di sacerdoti di Bacco coronati di pampini e diretti ad un tempio di Dionisio. Quasi tutti gli uomini portavano la corona di spine, compresi quelli che non rivestivano l'abito della confraternita. Mi colpì in modo particolare la figura di un vecchio invalido, canuto di capelli e di barba, il quale, con quella corona, aveva davvero l'aspetto di un satiro. Dopo gli uomini venivano le donne e le fanciulle con bianchi veli. Le strade essendo tanto strette da dare il passaggio a stento a due persone per volta, erano stipate da un muro all'altro.

Questa processione fu la prima cosa che vidi a Capri. Siccome poi vissi colà felicissimi giorni e nessuna località al mondo così completamente visitai, perlustrando ogni suo angolo più remoto, ogni sua grotta accessibile, e posi affetto a Capri e ai suoi abitanti, voglio usare a quest'isoletta il trattamento di quei navigatori riconoscenti, che appendevano una tabella votiva e sotto vi scrivevano: Votum fecit; gratiam recepit.

Il nome dell'isola, presso i Greci ed i Romani, era Caprea. Spiegando la parola latinamente, significherebbe isola delle capre; ma altri la derivarono dalla lingua fenicia, nella quale Caprain significa due città. I Greci la considerarono quale isola delle sirene, e tuttora un punto della spiaggia si chiama la Sirena. Se non che, le isole delle Sirene di Omero giacevano di fronte a Capri, verso Amalfi ed il Capo Minerva; e quella denominata oggi Capo di Campanella, è ritenuta per l'isola di Circe. Tuttavia, tutto il tratto di mare all'intorno è mitologico e ricorda l'Odissea ed il canto delle sirene, le quali traevano alla rovina i naviganti, allorquando dal golfo di Posidonia si accostavano a questi ripidi scogli, sorgenti appena sulle onde. S'ignora di dove vennero i primi abitatori dell'isola, ma molto probabilmente dalla terra ferma e furono i vicini Osci. Si ritiene pure che vi approdassero i Fenici, e ad essi si è attribuita la fondazione delle due città, imperocchè l'isola, parte piana e parte montuosa, dovette di necessità avere due centri di popolazione. Strabone ha difatti lasciato scritto: ?Capri ebbe anticamente due città, ma ora non ne possiede che una?. Più tardi vennero i Greci nel bel golfo di Napoli, nel cratere, come lo chiamano gli antichi geografi, e presero stanza lungo le coste e nelle isole. Secondo quanto asseriscono poi Tacito e Virgilio, si stabilirono in seguito a Capri i Telebori, gente di stirpe arcanica. Il primo Greco signore dell'isola si chiamava Telone.

In quel periodo, circa otto secoli prima della nascita di Cristo, i Greci si stabilirono nei due golfi di Posidonia e di Napoli, edificarono Cuma e Napoli, s'impossessarono delle isole di questo stupendo mare, e imposero all'alto abitato di Capri il nome che ancor oggi conserva di Anacapri, che è quanto dire Capri superiore. Prestando attenzione al linguaggio che oggi parlano quei di Capri, si ritrovano parole di origine greca, e di tipo greco sono le fisonomie distinte e nobili delle donne, di foggia greca i paramenti, l'acconciatura dei loro capelli, ed il modo con cui dispongono il mucadore, sorta di velo col quale sogliono ricoprirsi il capo. Sebbene più tardi i Romani abbiano essi pure posseduta l'isola, tuttora, come a Napoli, in gran parte è sangue greco quello che scorre nelle vene de' suoi abitatori e dei Greci; essi hanno la grazia e la dolcezza che li rendono accetti allo straniero e che rendono idilliache persino le loro nude rocce e fanno dimenticare anche quel demone che fu Tiberio. In quell'epoca i Greci costrussero nell'isola dei templi, dei quali rimangono parecchie vestigia. Si e detto pure che la gioventù di Capri fosse valentissima nei ludi ginnastici che allora si praticavano nella palestra greca.

Augusto s'innamorò di Capri, diede ai Napoletani l'isola fiorita d'Ischia e prese possesso del classico scoglio. Narrasi che sbarcando la prima volta su questa spiaggia, gli si annunciasse, quale felice presagio, che un vecchio elce disseccato avesse preso tutto ad un tratto a rinverdire, e che l'imperatore ne avesse provato cotanto piacere da decidersi al cambio dell'isola.

Augusto, quando per gli anni gli venne meno la salute, si recava a respirare l'aria pura della Campania. Il clima balsamico della fresca isola, la rara bellezza naturale delle sue rupi, il carattere tutto greco degli abitanti, gli andarono a genio ed egli si fece costruire a Capri una villa con magnifici giardini. Sorgeva questa, secondo le ricerche degli archeologi, in quel punto dove si trovano attualmente i ruderi grandiosi della villa di Giove, ai quali il popolo dà di preferenza il nome di ?villa di Tiberio?. La località è stupenda. Situata nel punto più elevato della spiaggia orientale, vi si gode la vista dei due golfi e dell'ampio mare di Sicilia. I ricordi spaventosi di Tiberio hanno però spento nell'isola la memoria di Augusto, e non si sa più nè dove abbia questi abitato, nè dove sia stato, nè che cosa vi abbia fatto. Fu senza dubbio negli ultimi anni che soleva venire a Capri. Poco tempo prima di morire, vi trascorse quattro giorni in compagnia di Tiberio e dell'astronomo Trasillo, abbandonandosi interamente al riposo e acquistandovi un ottimo umore, secondo quanto narra Svetonio: ?Allorquando approdò nel golfo di Pozzuoli, era giunto pure colà un legno di Alessandria d'Egitto. I passeggeri e la ciurma indossarono abiti candidi, offrirono sacrifici, cantarono le lodi dell'imperatore, augurandogli lunga vita, commercio, libertà e benessere. Questa cosa gli procurò tanta soddisfazione da fargli distribuire alle persone del suo seguito quattrocento monete d'oro, dopo essersi fatto promettere d'impiegarle unicamente nel fare acquisto di merci provenienti da Alessandria. Anche nei giorni seguenti continuò a far loro doni, particolarmente di toghe e di palli, e ordinò che i Romani parlassero greco e vestissero alla foggia greca ed i Greci alla romana e parlassero latino. Volle assistere pure ai riti degli Efebi e diede loro un banchetto, cui assistè. Accordò loro facoltà infine di portar via pomi, altre frutta ed ogni specie di doni. Si prese in una parola ogni ameno sollazzo. Diede ad un isola vicina a Capri il nome di Agrapopoli, a motivo dell'ozio in cui vivevano le persone del suo seguito che colà si recavano e si compiacque di dare ad un suo favorito, Masgaba, il nome di Ktiste, quasi lo ritenesse il fondatore dell'isola, e nel vedere, al sorgere delle mense, circondata da una folla di lumi la tomba di quel Masgaba, il quale era morto un anno prima, improvvisò ad alta voce un verso greco che diceva:

Veggo in fiamme la tomba del fondatore.

Domandò di poi a Trasillo, compagno di Tiberio, che gli stava di fronte, se sapesse di qual poeta fosse il verso; e non avendo questi saputo dirlo, improvvisò un secondo verso dicendo:

Non vedi Masgaba onorato di fiaccole?

e domandò del pari di chi fosse. Ed avendo Trasillo risposto che di chiunque fossero, i due versi erano eccellenti, l'imperatore proruppe in uno scoppio di risa, e non cessò dallo scherzare. Poco dopo si portò a Napoli, quindi a Nola, dove morì?.

Tali sono i particolari narrati da Svetonio intorno all'ultimo soggiorno di Augusto a Capri. Per quanto scarsi, bastano a dare un'idea della vecchiaia serena dell'imperatore, il quale si compiaceva scherzare con gli abitanti dell'isola. E questa serenità appare tanto più notevole, ponendola a confronto di Tiberio, che pure a Capri invecchiò.

La piccola isola fu durante undici anni il centro di Roma e di tutto il mondo. I tempi erano diventati cupi al pari dell'eremita che viveva su quello scoglio; la storia stessa del mondo non era più che un cupo monologo dell'uomo dalla testa di Medusa.

Mentre io stavo seduto sulle rovine della villa di Giove, contemplando lo splendido golfo irradiato dal sole, il Vesuvio che fumava mi parve quasi il Tiberio della natura, e pensai che spesso da questo punto Tiberio lo contemplasse cupo e pensoso, ravvisando la sua stessa immagine personificata nel demonio della distruzione. Nel contemplare il vulcano e ai suoi piedi la fertile Campania e il mare avvolto di luce, il monte solitario che terribile signoreggia quella felice regione mi sembrò quasi un simbolo della storia dell'umanità ed il vasto anfiteatro di Napoli la più profonda poesia della natura. Cupo, solitario, maligno verso la terra beata che si stende a' suoi piedi, al pari del vulcano, l'eremita di Capri dominava un giorno sopra il mondo intero che obbediva alle sue leggi. L'animo suo mostruoso, invaso dal demone della distruzione, non sognava che sentenze di morte, ruine di città, proscrizioni, esil?. La memoria ne dura ancora nel popolo; i secoli non l'hanno spenta giacchè più tenace si mantiene la ricordanza del male che quella del bene. Quei di Capri danno a Tiberio il nome di Timberio, come dicono Crapi invece di Capri. Ad ogni passo nell'isola s'incontrano traccie del terribile imperatore. Il vino più prezioso ha nome Lacrima di Tiberio, come quello del Vesuvio porta il nome di Lacrima Christi. E a dire il vero, rara cosa dovettero essere le lacrime di un uomo qual fu Tiberio.

Appresi nell'isola una credenza popolare che mi ha profondamente stupito. Il popolo ritiene che nelle viscere della terra, dove esistono i ruderi della villa di Tiberio, sia sepolta una statua colossale in bronzo dell'imperatore a cavallo e che tanto esso quanto il destriero abbiano gli occhi di diamante. Si narra che lo vedesse un giovanetto caduto per caso in una fessura della roccia, ma che si sia perduta la traccia del luogo. Raccolsi questa favola dalla bocca un frate francescano, che abita quale eremita alla villa di Tiberio e la trovai pure riportata nel libro di Mangone sull'isola. Essa ricorda la tradizione tedesca molto simile dell'imperatore Barbarossa, se non che dubito assai che il popolo desideri vedere tornare in vita Tiberio. Egli venne a Capri nell'anno XXVI dopo la nascita di Cristo, e vi dimorò undici anni, finchè venne a morte a Capo Miseno, dove si era recato per breve tempo. Aveva dedicata l'isola a Venere e l'aveva ornata magnificamente di tutte le divinità dell'Olimpo. Le ville da lui erette alle dodici divinità maggiori, i molti altri edifici, congiunti alla forma caratteristica delle rocce, dovevano produrre un colpo d'occhio fantastico. Oggi, rimangono ancora numerose vestigia di tutte quelle costruzioni, e molte ancora stanno sepolte sotto terra; nelle vigne si scorgono fra le macerie l'aperture delle volte e degli archi come reliquie di una festa selvaggia e producono sinistra impressione, poichè la fantasia le popola di cupe figure, bizzarre ed orribili.

Morto il tiranno, rimase deserto il teatro delle sue orgie, e la magnificenza di Capri tramontò.

Il popolo narra che i Romani vennero nell'isola e ne atterrarono tutti gli edifici; ma questo fatto, per dire il vero, non è confermato dalla storia, la quale del pari non dice se i successori di Tiberio visitarono Capri. Certo Caligola dimorò nell'isola: ivi si fece radere per la prima volta la barba, vi vestì la toga e si formò alla scuola di suo zio. Anche Vitellio, l'imperatore crapulone, fu da giovanetto nell'isola, e più tardi, sotto il regno di Commodo, vi vennero mandati in esilio Crispino, la sua consorte e Lucilla sua sorella, secondo quanto narra Dione Cassio e come venne confermato da un bassorilievo scoperto a Capri nel secolo scorso, bassorilievo che rappresenta le due principesse nella mesta attitudine di chi domanda protezione.

Le sorti dell'isola divennero in seguito eguali a quelle delle spiagge vicine. Dopo la caduta dell'Impero romano, passò, come Napoli, in possesso prima dei barbari, poscia dei Greci, e nel secolo IX sotto la signoria della fiorente repubblica di Amalfi, che l'ebbe in dono dall'imperatore Ludovico.

Al principio della signoria dei Normanni sull'Italia meridionale, Capri fu tolta agli Amalfitani dal prode Ruggero; quindi fu posseduta dai Normanni, dagli Hohenstaufen, dagli Angioini, dagli Aragonesi, e retta da capitani. Nel 1806 gl'Inglesi la tolsero ai Napoletani, la occuparono in nome di Ferdinando re di Sicilia, vi si fortificarono validamente e vi posero a comandante quell'Hudson Lowe che doveva più tardi acquistare sì triste celebrità, come carceriere di Napoleone a S. Elena. Gl'Inglesi tennero l'isola quasi tre anni, fino a che se ne impadronirono i soldati di Murat con un ardito colpo di mano. Lo storico Pietro Colletta, allora ufficiale del Genio, fu quegli che, dopo aver esplorata accuratamente Capri, segnò il punto dove era possibile dare l'assalto; e l'isola fu presa il 4 ottobre 1808, dopo viva lotta, ed Hudson Lowe, fatto prigioniero, fu portato a Napoli.

Basteranno questi brevi cenni a dare un'idea delle vicende storiche di Capri. Se non che, di tutti questi avvenimenti più recenti, nella popolazione dell'isola si serba scarsa ricordanza. Colui che vive ancora di più nella memoria di tutti, è il crudele Tiberio, di cui spesso, non senza stupore, ho udito ripetere il nome terribile sulle labbra di allegri ragazzi, intenti a giuocare. Lo si sente ad ogni istante, in qualunque punto dell'isola; si è ormai immedesimato con questa. La storia di quell'uomo la stringe da ogni lato, ed ha aggiunto alla natura già di per sè severa, il carattere tragico della storia, rendendola accetta a quanti sono capaci di apprezzare questo senso della natura, come nella storia. Il terribile ed il piacevole vi producono un singolare contrasto.

Le valli ridenti sono circoscritte da rupi tagliate a picco, prive di ogni vegetazione, nude, gigantesche. Ad ogni momento s'incontrano uomini semplici, rispettabili per la loro povertà e per la loro fede, nobilitati dal lavoro; in essi nulla ricorda quel Tiberio che fu mostro umano di diabolica corruzione. Il continuo contrasto che regna a Capri mi ha sempre procurato un grande stupore. L'isola ha tante rocce nude da dare l'impressione di un deserto; ma ha pure grande varietà di tinte, verdura di piante e splendore di fiori. Da questo complesso di deserto e di rocce ne deriva un insieme che ha un aspetto imponente e grazioso ad un tempo. L'animo si sente sereno, inclinato ai pensieri tranquilli; la solitudine invita alla vita romita. Monti, rocce, valli esercitano un'influenza magica; racchiudono lo spirito come dietro ad un'inferriata, attraverso la quale si può contemplare il più bel golfo della terra, circoscritto dalle più amene spiagge.

Le somiglianze tra il suolo di Capri ed il suolo di Sicilia sono molte e sorprendenti: la stessa tinta rossiccia delle rocce calcaree, lo stesso quadro grandioso e fantastico di monti, la stessa vegetazione. Questa è tutta meridionale, ma scarsa. Nelle fessure delle rocce, sulle pendici dei monti, crescono tutte le piante delle isole meridionali di Europa ed imbalsamano l'atmosfera dei loro profumi aromatici. Crescono colà il mirto, il rosmarino, la ruta, il citiso, l'albatro; i roveti, l'edera, la clematite si avviticchiano alle rovine, le ricoprono, ed il ginestro con i suoi fiori gialli d'oro occupa tutte le alture. La più bella pianta dell'isola, quella per avventura alla quale va debitrice del suo nome, non è affatto il caprifoglio o piede di capra, bensì il cappero, che sorge contro ogni muro, contro ogni rupe, che rallegra co' suoi abbondanti fiori bianchi dai lunghi pistilli violacei. Sulle pendici stesse, gli abitanti con grande lavoro hanno formato a forza di muri piccoli piani, i quali costituiscono i loro campi ed i loro giardini. Ivi crescono abbondanti tutte le piante e tutti i fiori della Campania: gli elci, i gelsi e gli olivi; scarseggiano i pini ed i cipressi, ma vi abbondano per contro le carrubbe, i fichi, i mandorli; vi sono anche, ma più scarsi, i noci ed i castagni; abbondantissimi invece e di una inarrivabile bellezza gli aranci ed i limoni, i cui frutti raggiungono non di rado il volume di una testa di bambino. La vite non è lussureggiante di fronde come nella Campania, ma ricca di grappoli, che maturati da quel sole ardentissimo, producono un vino eccellente. Quelli che poi danno alla piccola isola un aspetto tutto siciliano sono i fichi d'India, che vi crescono in quantità enorme. La loro forma bizzarra, africana, corrisponde meravigliosamente alla severità delle rocce e allo splendore di quel sole tropicale.

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