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Chapter 10 No.10

La Sicilia fu il primo paese europeo ove sbarcarono i Saraceni dopo che la signoria araba ebbe allargati i suoi confini sui lidi settentrionali dell'Africa. Le loro prime scorrerie nell'isola risalgono al VII secolo: provenivano dall'Asia, in seguito dall'Africa, da Candia, dalla Spagna, come corsari, senza un fine prestabilito. Solo nell'827 iniziarono un piano regolare di conquista.

Michele Amari, nella sua Storia dei Mussulmani in Sicilia, ricostruì dalle fonti originali, con fedeltà storica, le vicende dell'invasione araba. Egli si servì per ciò delle cronache di Giovanni Diacono di Napoli, dell'830, e delle cronache dettate dall'Anonimo Salernitano, della fine del x secolo; nonchè, presso i Bizantini, delle cronache di Costantino Porfirogenito e del suo continuatore, e presso gli Arabi, delle storie di Ibn-el-Athir Nowairi e di Ibn-Kaldum.

Una rivoluzione militare era scoppiata in Sicilia, che mal sopportava il giogo bizantino; il duca Eufemio decise allora di strappare l'isola all'odiosa dominazione di Costantinopoli; ma le truppe non erano siciliane e ben presto passarono al partito bizantino, costringendo i ribelli a cercare scampo in Africa ed a gettarsi fra le braccia degli Aglabiti. Per odio e per desiderio di personale vendetta, Eufemio divenne allora traditore della sua fede e della sua patria: fece in Kairewan la proposta a Ziadeth-Allah d'inviare nell'isola un esercito, perchè, con l'aiuto dei Siciliani insorti, la conquistasse.

Nel suo atto Eufemio sperava anche di conseguire un sogno ambizioso: quello di divenire imperatore. Le opinioni in Kairewan erano discordi: gli uni protendevano per l'impresa, gli altri la ritenevano troppo arrischiata: Ased-ben-Forad, il cadì settuagenario della città, stimato da tutti per la sua sapienza, riuscì a persuadere i recalcitranti ed egli stesso volle assumere il comando della spedizione.

Il 13 giugno dell'827, in un centinaio d'imbarcazioni, 10.000 fanti, composti di Arabi, Berberi, Saraceni fuggiti dalla Spagna, Persiani e sopra tutto Africani, salparono dal porto di Susa e quattro giorni dopo sbarcarono presso Mazzara e sconfissero in un sanguinoso scontro il duce Palata, mentre Ased, durante la mischia, seguendo l'esempio di Alì e di Maometto, stava in preghiere e recitava il capitolo la-Sin del Corano.

Poscia i Saraceni mossero contro Siracusa e si accamparono, come narra lo storico arabo, in alcune grotte intorno alla città, cioè nelle famose latomie. Per un anno rimasero dinanzi alla città, dove i Greci, incoraggiati dalle promesse di soccorso fatte dal doge di Venezia Giustiniano Partecipazio, opposero gagliarda resistenza. I Saraceni furono decimati dalla peste, come era avvenuto a tutti gli eserciti che, nei tempi anteriori, avevan stretto d'assedio Siracusa, particolarmente ai Cartaginesi ed agli Ateniesi. Lo stesso Ased-ben-Forad vi perdette la vita, per malattia, nell'828. Si dovette eleggere un nuovo condottiero, che fu Mohamed-ibn-el-Gewari. Ma presto, ridotto a mal partito, come un tempo quello di Nicia, l'esercito saraceno dovette nella stessa direzione battere in ritirata, inseguito dai nemici.

Guidati da Eufemio, gl'infedeli si arrestarono a Minoa e, rinforzati di nuove truppe, poterono impadronirsi di Agrigento. Panormo cadde nell'831. Questa città veniva dai Maomettani chiamata Bulirma; più tardi prese il nome di Palermo. Ivi si stabilì Ibrahim-ibn-Abdallah-ibn-el Aglab, che fu il primo valì (governatore) della Sicilia. Sotto il suo successore anche Castrogiovanni, l'antica Ema, passò in potere dei Saraceni. Siracusa e Taormina continuarono a resistere, difendendosi con grande valore: di quel memorabile assedio rimangono documenti che attestano l'eroismo dei Siracusani ai tempi di Nicia e di Marcello. Tutti i viveri erano consumati; i miseri abitanti dovevano nutrirsi di ossa triturate e di cadaveri; essi speravano sempre negli aiuti dell'imperatore Basilio, che avea appunto inviato il suo ammiraglio Adriano con una flotta in soccorso della città.

Per dimostrare il culto che ancora a quei tempi inspirava l'antica Siracusa, basta riportare la singolare tradizione la quale narra che, nel mentre Adriano se ne stava inoperoso sulle coste dell'Elide nel Peloponneso, vennero alcuni pastori ad annunziargli l'apparizione avuta nelle paludi di alcuni demoni, che avevan annunziata loro la caduta di Siracusa pel giorno appresso. I pastori vollero inoltre condurre l'ammiraglio sul luogo indicato, ed egli udì le voci che annunziavano la resa dell'eroica città. Così difatti avvenne: il 21 maggio 878 Siracusa dovette arrendersi; i Saraceni, entrati nella città, compirono gesta vandaliche, trucidarono gli abitanti, saccheggiarono le case, vi appiccarono poscia il fuoco, e largo bottino vi fecero, perchè il paese anche allora era un centro di grande commercio bizantino.

Di quell'epoca esiste un prezioso documento, una lettera del monaco Teodosio all'arcidiacono Leone, nella quale egli descrive l'assedio e la sua prigionia, nonchè quella dell'arcivescovo. Dopo che la città fu presa e ne fu trucidata la maggior parte degli abitanti, i Saraceni trascinarono l'arcivescovo e l'autore della lettera a Palermo, davanti al grande emiro. Allorchè gl'infedeli comparvero dinanzi alla città col bottino raccolto, i loro correligionari andarono ad incontrarli, cantando inni di vittoria. Si sarebbe detto-scrive il monaco,-che colà si fosse dato appuntamento tutto il popolo d'Islam, da oriente a ponente, da settentrione a mezzogiorno. I prigionieri furono condotti dinanzi all'emiro, che stava seduto a terra. E sembrava fiero del suo potere assoluto. Egli rimproverò all'arcivescovo il disprezzo che i cristiani nutrivano per Maometto, rimprovero a cui il degno sacerdote rispose con l'energia e la sincerità di un martire, così che gli valse, e valse al monaco suo compagno, il carcere. Di là quest'ultimo scrisse la lettera.

Il 1o agosto del 901 anche Taormina si arrese e così l'intera Sicilia passò in potere della mezza luna maomettana ed ebbe, da quel momento, leggi mussulmane, lingua e costumi arabi. Quella Sicilia che aveva dato a Roma ben quattro papi (Agatone nel 679, Leone II nel 682, Sergio nel 687 e Stefano III nel 768), correva ormai il rischio di andare perduta per la cristianità, tanto più che gli Arabi non si comportavano da popolo fanatico, ma si sforzavano piuttosto d'indurre i Siciliani ad abbracciare la fede di Maometto. Narra Albufeda che Achmed, governatore dell'isola nel 959, portò seco in Africa trenta giovani della nobiltà siciliana e li costrinse ad abbracciare l'islamismo. Parecchie chiese e parecchi monasteri cristiani furono però distrutti, molte corporazioni religiose soppresse; altre ottennero la tolleranza mediante il pagamento di forti tributi, riuscendo così a sopravvivere anche sotto questa dominazione. Allorquando i Normanni discesero nell'isola, trovarono valido appoggio nei cristiani in Val Demone e nella Valle di Mazzara; a Palermo trovarono un vescovo greco, Nicodemo, che compiva il suo ufficio nella chiesa di S. Ciriaco.

La signoria degli Arabi fu, secondo la natura di quel popolo, irrequieta e agitata: mentre la minacciavano la guerra con i Greci delle Calabrie e di Bisanzio, era travagliata all'interno dalle fazioni; più di una volta le ribellioni di Siracusa, di Agrigento, d'Imera, di Lentini, di Taormina ne minacciarono la sicurezza.

Fino a che durò la dominazione degli Aglabiti di Kairewan, l'isola fu governata dai loro valì; ma quando, sui primi del x secolo, successero a quella dinastia i Fatimidi, e il califato di Tunisi fu riunito a quello egiziano, la Sicilia divenne del pari egiziana, senza lotta sanguinosa fra gli antichi e i nuovi signori.

La signoria dei Fatimidi fu l'epoca più fortunata della dominazione araba in Sicilia: l'isola fu elevata a dignità di emirato, indipendente dall'Egitto, e Palermo ne divenne la capitale. Primo emiro ne fu Hassan-ben-Alì, nel 948; e nel 969 l'emirato della sua stirpe divenne ereditario. La sapienza di Hassan non fu meno apprezzata della sua energia; egli seppe domare i var? partiti, restituire all'isola la tranquillità, ed incutere timore alle Calabrie ed all'intera Italia, Roma compresa. Invano contro di lui tentò una spedizione l'imperatore greco Costantino Porfirogineta; il suo esercito fu battuto, la sua flotta distrutta. Anche Abal-Kasem-Alì, successore di Hassan, diede da fare all'Italia con le sue scorrerie, e per poco lo stesso imperatore Ottone II non cadde nelle sue mani. Frattanto i continui bottini che gli Arabi portavano a Palermo, rendevano ricca la città; nuove continue schiere di arabi veniano a stabilirsi dall'Africa, e l'isola cominciò a rifiorire, come la Spagna era rifiorita sotto i Mori.

I regni di Jussuf, dal 990 al 998, quello di Giaffar, al principio dell'xi secolo, e quello del suo successore Al-Achals furono del pari felici. Questo stato di cose durò circa ottant'anni, finchè le sollevazioni africane si estesero anche nell'isola e generarono la scissione del governo in tante piccole signorie, le quali portarono alla caduta finale della dominazione araba in Sicilia.

L'ultimo emiro dell'intera isola fu Hassan-Samsan-Eddaula, contro il quale insorse il fratello Abu-Kaab: questi riuscì a cacciarlo in Egitto nel 1036. Cominciarono così a sorgere nelle varie città dei piccoli tirannelli arabi, ed altri, approfittando del movimento, ne vennero dall'Africa, per impadronirsi della signoria. L'imperatore Michele Paflagonio capì che era giunto il momento per la riconquista dell'isola e vi spedì il valoroso Giorgio Maniace con un esercito; ma questi non riuscì nell'intento e vi riuscirono invece, nel 1072, i Normanni.

Come abbiam detto, la dominazione degli Arabi in Sicilia fu assai diversa da quella dei Mori in Spagna; le due regioni, fra le più belle dell'Europa meridionale, furono conquistate dagli Arabi africani, ma in condizioni assai diverse: i Mori in Spagna distrussero un possente impero cristiano, che già possedeva i suoi buoni ordinamenti di governo e di amministrazione, ai quali dovettero sostituirne altri. La loro signoria, sorta dal califfato degli Ommiadi, assunse carattere regolare ed ortodosso di fronte a quello degli Abassidi d'Asia; il passaggio si compì con eroismo cavalleresco, a contatto della cristianità, che dovette nella lotta raddoppiare di energia. Ed infine, la Spagna era una vasta e ricca contrada. In Sicilia, invece, gli Arabi non ebbero da distruggere una grande potenza indigena, ma solo dovettero cacciare i Greci-bizantini indeboliti e quasi imbarbariti. La conquista per essi fu facile: trovarono delle città in piena decadenza e non dovettero lottare col cristianesimo, col quale piuttosto si confusero, ristretti essendo i confini dell'isola e non offrendo i suoi monti quel rifugio che avevano dato i Pirenei agli Spagnuoli.

I Mori raggiunsero in breve in Spagna uno splendore che abbagliò l'intera Europa; illustrarono il loro regno con meravigliosi monumenti architettonici e con una cultura scientifica che fece epoca nella civiltà europea; e poterono così mantenersi per ben settecento anni nella terra conquistata. Gli Arabi in Sicilia invece non riusciron durante i duecento anni di dominazione ad uscire da loro stato caotico. Ad onta dell'opinione dei Siciliani d'oggi, i quali guardano con una certa compiacenza romantica il periodo della dominazione araba nell'isola, si può affermare che il regno dei grandi emiri di Sicilia non differì gran che dagli stati barbareschi d'Africa.

I Saraceni, del resto, non erano affatto rozzi, nè barbari. Tutti presero parte alla cultura scientifica d'Oriente, sviluppatasi con grande rapidità. Anche la poesia, le arti, le scienze orientali piantarono le loro radici nell'antico suolo dorico di Sicilia. La storia moderna della letteratura dell'isola accolse anche gli Arabi-siculi nel catalogo de' suoi scrittori compilato dall'Amari. Ma noi regaleremmo assai volentieri tutti quei verseggiatori dai nomi ampollosi per un'opera sola, la storia araba di Sicilia di Ibn-Kalta, che andò perduta; per questa rinunceremmo del pari al Divano di Ibn-Hamdis di Siracusa.

I monumenti che soli rimangono della loro presenza in Sicilia, sono quelli dell'architettura Kairewan, la città donde pervennero, rinomata per la moschea fondata da Akbah nel VII secolo, e quale sede del califfato. Di là portarono gli Arabi il gusto della buona architettura, ma non costruirono nelle sicule contrade notevoli edifici come i Mori in Spagna. Nessuna traccia di qualche loro bella moschea rimane a Palermo, e lo stesso Alcazar, divenuto più tardi castello dei Normanni e degli Svevi, non conserva niente della parte dagli Arabi edificata. Palermo fra tutte le città si distinse per lusso e ricchezza, e divenne presto un centro voluttuoso, tutto orientale. Ivi e in altre città gli Arabi edificarono i loro mercati, le loro ville cinte di giardini. Nel periodo più florido della loro dominazione, sotto il governo di Hassan-ben-Alì e di Kasem, dei quali ci e stato tramandato che costruirono città e castelli, l'architettura moresca necessariamente si estese. Nessun contrasto doveva esser maggiore di quello offerto allora dallo stile grazioso e fantastico dell'Oriente con quello severo e maestoso dei tempi dorici in Sicilia. L'architettura moresca si mantenne anche nei periodi posteriori; fu, come la scrittura e la lingua araba, usata talvolta anche dai Normanni e dagli Svevi, e dalla fusione del tipo saraceno col tipo bizantino-romano nacque quello stile misto che prese il nome di arabo-normanno: dal che si può argomentare che i Saraceni in Sicilia dovettero elevare splendidi edifici. Ma il tempo ha distrutto tutti i palazzi degli emiri, la cui magnificenza produsse tanto stupore nel principe normanno Ruggero, e dei monumenti di architettura araba non rimangono più che la Cuba e la Zisa, due ville presso Palermo, costruite senza dubbio dai Saraceni, ma poi alterate grandemente e restaurate e in tempi posteriori ampliate.

Le due ville stanno fuori della Porta Nuova, sulla strada che mette a Monreale. La Cuba (parola che in arabo significa arco o vòlta) è stata da parecchi anni adibita a caserma di cavalleria ed ha subito tali rovine e alterazioni che ben poco ormai si riconosce dell'antica disposizione. All'esterno è un edificio quadrato, regolare, costruito con pietre ben lavorate, proporzionato e diviso da archi e da finestre, in parte finte e soltanto ornamentali, secondo l'usanza araba. Sulla cornice in cima all'edificio si scorge ancora un'iscrizione araba, indecifrabile. L'interno fu completamente devastato e trasformato; soltanto nella sala centrale, in origine molto probabilmente sormontata da una cupola, sono avanzi di pittura e bellissimi rabeschi di stucco.

Boccaccio collocò in questo palazzo la scena della V novella della sesta giornata del suo Decamerone, e lo storico Fazello ne descrisse la magnificenza, riportando quello che ne avevano detto scrittori antichi, imperocchè a quel tempo-secolo XVI-il castello era già rovinato. Così egli ce lo descrive: ?Unito al palazzo, fuori le mura della città verso ponente, trovasi un pomario di duemila passi di circonferenza, detto parco, ossia Circo reale. In questo giardino, rallegrato da acque perenni, crescono meravigliose specie di piante e qua e là si vedono cespugli di alloro e di mirto odoroso. Colà, dall'entrata all'uscita, si stendeva un lungo portico, con parecchi padiglioni aperti a forma circolare, adibiti per gli svaghi del re, uno dei quali tuttora rimane in buone condizioni, con nel mezzo una grande vasca fatta con pietre regolari e commesse con mirabile arte. La vasca esiste ancora, ma priva d'acqua e di pesci. In questo pomario sorgeva lo stupendo palazzo dei re saraceni, in un angolo del quale si tenevano raccolte fiere d'ogni sorta. Oggi tutto è rovinato; i giardini sono stati ridotti a vigne di privati e solo se ne giudica l'estensione dai muri di cinta in massima parte ancora in piedi. I Palermitani continuano ancora a dare a questo luogo l'antico nome saraceno di Cuba?.

Il palazzo nelle sue parti principali esiste ancor oggi, tale e quale ci fu descritto da Fazello, ed in particolare si possono ancor vedere le mura di cinta del giardino ed in questo gli avanzi dell'antica vasca.

La Zisa era una villa ancor più bella, più vasta. La famiglia spagnuola di Sandoval, di poi proprietaria, l'alterò grandemente con nuove costruzioni, ma la preservò anche in tal modo dalla sua completa rovina. Lo stile è lo stesso della villa Cuba; ha la forma ben proporzionata di un dado, semplice, costruita con pietre regolarmente lavorate, divisa in tre parti da cornici, archi e finestre. Guglielmo il Malo la fece restaurare e probabilmente anche l'ampliò, poichè non potrebbesi spiegare altrimenti l'asserzione di Romualdo da Salerno: che quel re cioè avesse fatto costruire un palazzo chiamato la Zisa. ?In quel tempo-ha lasciato scritto Romualdo-re Guglielmo fece edificare presso Palermo un palazzo di meravigliosa architettura, cui diede nome Zisa e che circondò di ameni giardini e arricchì questi con appositi acquedotti, di grandi vasche in cui si allevavano dei pesci?. La Zisa mantenne sempre il suo carattere arabo, nonostante che re Guglielmo vi facesse notevoli modificazioni. Il suo interno, interamente restaurato, contiene parecchie sale e appartamenti, che niente conservano del loro carattere arabo; soltanto il portico d'ingresso ha serbato un certo aspetto di antichità. Ivi, nel muro, sono nicchie ed archi sostenuti da colonne, fra le quali sgorga in una vasca di marmo una fonte, tappezzata di muschio e di piante rampicanti. L'arco superiore alla fonte è di stile arabo ed ha notevoli ornati e rabeschi originalissimi e fantastici. Gli affreschi e i mosaici, rappresentanti palme, ramoscelli d'olivo, pavoni e figure di arceri, sono di origine normanna, e normanna è pure l'iscrizione cufica sulla parete, riprodotta anche dall'orientalista Morso nella sua opera Palermo antica, nonchè dal de Sacy. La già nominata iscrizione, ora illeggibile, in cima al palazzo, è invece araba.

La fonte dal portico sgorgava in una bella vasca, ancora esistente nel 1626, come ne fa parola il monaco bolognese Leandro Alberti nella sua descrizione dell'Italia e delle sue isole. La vasca era sita di fronte al portico, aveva forma regolare, lunga cinquanta passi ed era rivestita tutta di muratura. Nel mezzo vi sorgeva un grazioso e piccolo edificio, al quale si accedeva per mezzo di un ponticello di pietra, ed in cui esisteva una saletta a vòlta, lunga dodici passi e larga sei, con due finestre; di là, dice l'Alberti, si passava in una bella stanza destinata alle donne, con tre finestre a duplice arco, sostenuto nel mezzo da una colonnetta di marmo.

Parecchie scale portavano al piano superiore del palazzo, ove erano varie camere a v?lta, con colonne ed archi di stile arabo; e nell'interno c'era un cortile a porticato. Tutto quanto l'edificio era coronato di merli. Le sale, con le pareti rivestite di mosaici, coi pavimenti di marmo e di porfido nei colori più svariati, dovevano essere indubbiamente stupende. Ma l'Alberti trovò già la Zisa ridotta in tale stato di ruina da fargli esclamare melanconicamente:

?In verità, io non credo possa esistere animo gentile che, dinanzi a quest'edificio già così bello e in parte ora caduto, in parte minacciante rovina, non provi un senso di profonda compassione?. Quanto bella doveva essere questa villa ai tempi degli emiri, dei Normanni, di Federigo, sotto questo splendido cielo, in quelle notti serene di questa amena contrada che fa pompa, dal lido del mare ai piedi del monte, de' più deliziosi aranceti dai frutti d'oro!...

Ho visto pochi panorami simili a quello che si gode dal tetto a foggia di terrazzo di questo castello; di là si scorgono tutti i dintorni di Palermo, dalla spiaggia ai monti, dintorni di una bellezza che la parola non sa, nè può descrivere. Basti dire che si abbraccia con lo sguardo tutta la Conca d'oro, co' suoi neri monti, maestosi e severi, tali da sembrar tagliati dallo scalpello greco, co' suoi giardini ricchi d'aranci, cosparsi di ville, con la sua città turrita e piena di cupole, col suo mare sempre meraviglioso, con la mole gigantesca e imponente da una parte del monte Pellegrino, dall'altra del capo Zafferano, che si protende in mare, co' suoi monti coronati di neve nel lontano orizzonte, perduti in una atmosfera pura, serena, tranquilla. Terra, mare, aria, luce, colà tutto ricorda l'Oriente. Nel fissare dal tetto della Zisa i giardini, vien fatto di attendere l'uscita delle belle odalische al suono di una mandola, e di un emiro dalla lunga barba, in caftano rosso e pantofole gialle. Là si prova quasi il desiderio di vivere secondo i precetti del Corano.

Non è errato credere che, specie ai tempi della dominazione spagnuola, il fanatismo religioso abbia cercato di distruggere l'antica dimora dei Saraceni. I principi normanni, invece, rimasero colpiti dallo splendore dei palagi e dei giardini arabi e l'imitarono nelle loro costruzioni. Ruggero pel primo edificò delle ville in quello stile, Favara Mimnermo ed altre, come ha lasciato scritto Ugo Falcando, contemporaneo degli ultimi principi normanni. Le fontane sopratutto furono da questi imitate e le vasche di foggia orientale; molte ne costruì difatti Federigo II, giovandosi della ricchezza d'acqua di cui Palermo godeva sin dai tempi più antichi. A prova della passione che gli Arabi dimostrarono nel costruire vasche, basta citare la descrizione che Leonardo Alberti fa di quella della Zisa, e la descrizione che l'ebreo Beniamino di Tudela, nella sua breve opera su Palermo, fa della vasca Albehira. Beniamino di Tudela venne in Sicilia nel 1172, ai tempi di Guglielmo il Buono, per visitarvi le corporazioni israelitiche, e così descrisse l'Albehira: ?Nel centro della città sgorga la più copiosa delle fontane, quella circondata da mura cui gli Arabi diedero il nome di Albehira. Vi si mantengono pesci di varie specie e vi navigano le barche reali, ornate d'oro, d'argento ed elegantemente dipinte; il re con le sue dame vi si reca spesso per diletto. Nei giardini reali trovasi inoltre un castello, le cui pareti son rivestite d'oro e d'argento, e i pavimenti sono formati di marmi rarissimi; contiene statue d'ogni sorta. Non vidi mai altrove edifici paragonabili ai palagi di questa città?.

S'ignora ove sorgesse l'Albehira; Morso ha cercato di provare che Beniamino alludesse al così detto Mar Dolce, nome dato alle rovine arabe del castello di Favara, presso il pittoresco convento del Gesù, fuori le porte della città, sotto la grotta famosa per i suoi fossili. Queste rovine presero il nome di Mar Dolce perchè si trovavano di fronte ad una vasca; gli Arabi però le dicevano Case Djiafar.

Fuori di Palermo esiste ancora una quarta villa o palazzo saraceno, quello di Ainsenin, dal popolo soprannominato Torre del Diavolo, le cui rovine giacciono nella pittoresca valle Guadagna, attraversata dall'Oreto e dominata dal monte Grifone.

Questi sono gli unici monumenti di costruzione saracena che, a ricordo della dominazione araba, rimangono in Palermo. Con l'invasione spagnuola scomparve la graziosa architettura orientale e cominciarono anche a venir meno ai tempi di Federigo II le tradizioni dell'islamismo, sopratutto allorquando, nel 1220, gli Arabi ancor rimasti nell'isola furono trasportati a Nocera nelle Puglie, avendo durante l'assenza di Federigo, guidati da Mirabet, tentato di riacquistare la loro indipendenza. D'allora in poi il linguaggio e i costumi arabi andarono perdendosi in Sicilia ed una nuova nazionalità, quella spagnuola, cercò di stabilirvisi, cominciando col cancellare ogni traccia dei predecessori.

Nell'ultimo secolo, quando la scoperta di Pompei riaccese in tutta Italia lo studio dell'antichità, si prese a indagare pure con ardore le vicende della dominazione araba in Sicilia. Le iscrizioni esistenti nelle chiese e nei palazzi portarono allo studio della lingua araba ed in Palermo sorse anzi una cattedra speciale per l'insegnamento di questa. Ma la cosa non avvenne senza grottesca soperchieria, la quale valse a provare sino a qual segno ogni tradizione araba fosse scomparsa dall'isola in cui un tempo gli stessi re cristiani avevano parlato quella lingua. Il maltese Giuseppe Vella venne a Palermo e si spacciò per dotto orientalista, falsificando anche un codice contenente parecchie corrispondenze degli Arabi in Sicilia. L'abile falsario seppe ingannare tutta quanta l'Europa erudita, fintanto che, smascherato, venne rimosso dalla cattedra e imprigionato.

Frattanto però presero a dedicarsi allo studio dell'arabo parecchi Siciliani, fra i quali Airoldi, Rosario e Morso, quest'ultimo in special modo, che successe al Vella nella cattedra e fu in relazione con i maggiori orientalisti, col Tichsen, col Silvestre, col Sacy, con l'Hammer e col Frahn, e molto si adoperò nell'interpretazione delle iscrizioni cufiche esistenti in Palermo. Ne risultarono opere veramente utili, come la Rerum Arabicarum quae ad historiam siculam spectant ampla collectio di Gregorio, pubblicata a Palermo nel 1790; le Notizie storiche dei Saraceni siciliani del Martorana, pubblicate del pari a Palermo, nel 1833; ed infine la Storia dei Mussulmani in Sicilia, dovuta all'insigne Michele Amari, ma di cui furono editi soltanto i due primi volumi.

Lo studio delle antichità arabe risvegliò anche l'amore per l'architettura saraceno-normanna, e divenne così generale, che molte botteghe della bella via Toledo di Palermo sono oggi ornate alla foggia araba e in stile arabo sono costruite molte ville di ricchi possidenti nella campagna.

Il gusto corrotto dei palazzi e delle ville siciliane è noto a tutti per la sua straordinaria bizzarria. Mentre si avevano sott'occhio dei modelli graziosissimi e si avevano alle porte di Palermo la Cuba e la Zisa, mentre esistevano nella stessa città edifici dell'epoca normanna o posteriori, come, per esempio, il palazzo del tribunale, che insegnavano come anche in edifici grandiosi si potesse unire la semplicità all'armonia delle proporzioni ed alla sobrietà della decorazione, si preferì innalzare costruzioni di gusto esageratamente barocco, come la villa del principe di Palagonia, o ricorrere al gusto cinese, come nella regale villa della Favorita.

In questi ultimi tempi veramente si è fatto ritorno allo stile arabo-normanno, e farà epoca fra le moderne costruzioni la villa Serra di Falco, innalzata a poca distanza dalla Zisa da quel duca che è altamente benemerito per lo studio delle antichità siciliane. I magnifici giardini di questa palazzina dànno l'illusione di rivivere ai tempi di Hassan.

In Palermo, il marchese Forcella innalzò pure un bel palazzo di stile arabo-normanno, nel quale sono però alcune cose grottesche come in tutte le imitazioni di architettura passata. Questo palazzo sorge in piazza Teresa, presso la porta dei Greci; il proprietario vi spese ingenti somme e i lavori non ne sono peranco ultimati. All'esterno le finestre sono a doppio arco di sesto acuto, divise da una colonnetta, guarnite con vetri colorati. Le sale sono parecchie e ricche, in specie quelle centrali, di gusto tutt'altro che arabo, con le pareti rivestite di marmi e di pietre dure, preziosi quelli e queste, di vario colore, a disegni graziosissimi. La volta è ornata fantasticamente, e il pavimento è in marmo di vario colore; questa profusione di marmi prova la ricchezza mineralogica dell'isola. A rendere quest'edificio simile ad un'Alhambra non manca nemmeno una fontana. Altre stanze furono dal ricco marchese decorate in stile romano e pompeiano e dimostrano l'abilità dei Siciliani nell'affresco, imperocchè tutte le imitazioni di pitture antiche furono colà eseguite unicamente da artisti nati e vissuti nell'isola.

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