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Chapter 3 No.3

Del difetto d'energia nei guidatori delle nostre rivoluzioni, degli errori che s'accumularono, della incertezza, delle contraddizioni ch'emergono ad ogni passo dalla storia dei fatti trascorsi, fu detto da molti. Un fremito d'ira generosa si levò nell'anime veramente Italiane al vedere, come per colpa dei pochi l'Italia cadde nel gemito della paura anzichè nel ruggito del lione ferito.

Come accadesse, come avvenisse ch'uomini puri nelle intenzioni, amatori del nome italiano e consecrati fin dai primi anni alla carriera politica, si lasciassero travolgere a tanta debolezza da commettere i destini della loro patria a una illusione di tutela straniera anzichè all'armi e al consiglio de' forti, non fu detto mai, ch'io mi sappia. Forse, quando i buoni fremevano la parola del dispetto e della rampogna, le piaghe erano troppo recenti, perchè il raziocinio potesse frammettersi alla passione, e perchè riuscisse di risalire per mezzo agli errori alla sorgente d'onde partivano. Fu guerra di particolarità, di minuzie, di fatti isolati; fu grido d'uomini ai quali la prepotenza degli eventi struggeva l'ultima delle speranze che fan bella la vita, e non lasciava che l'ultimo appello della creatura al cielo, la maledizione agli uomini ed alle cose.-Esce a ogni modo da quelle accuse un senso di sconforto, una disperazione dell'avvenire, che può ridurre l'anime nuove e incerte alla inerzia e le forti e deliberate a vivere d'una vita propria, intima, individuale, a ricoverarsi nella solitudine e nel concentramento dalla fallacia dei progetti e dal sorriso dei tristi. Oggi, è urgente di ritrarre quell'anime dall'isolamento in cui giacciono, di rinfiammarle alla costanza dell'opere, di riconfortarle ad osare, mostrando come nessuna fatalità pesi sopra di noi, ma il solo errore degli uomini, e non invincibile, non inevitabile da chi riassuma in poche massime le vicende passate a trarne insegnamento al futuro. Ora-e per somma ventura-quegli uomini, ch'ebbero un istante le sorti italiane nelle mani, son fatti uomini del passato; quei nomi son retaggio dei posteri, e noi possiamo favellarne senz'ira ed amore; possiamo esaminare più sedatamente qual violazione di principio trascinasse la rovina dei tentativi italiani. Un tentativo fallito si riduce quasi sempre ad un principio violato.

Nelle rivoluzioni più che in ogni altra cosa l'armonia è condizione essenziale del moto. Quando esiste disparità, sconnessione, disarmonia tra gli elementi e la tendenza che ad essi s'imprime, tra chi dirige e chi segue, non v'è speranza.

Gli uomini nati a governare e compiere le rivoluzioni son quei che stanno interpreti delle generazioni contemporanee, miniatura del loro secolo; che riassumono in sè i voti segreti, le passioni, le tendenze, i bisogni delle moltitudini; che si collocano innanzi d'un passo alle genti che seguono, ma come centro in cui vanno a metter capo tutti gli elementi esistenti, tutte le fila ordinate all'intento. Indovinare il pensiero generatore della rivoluzione, e assumerlo proprio, fecondarlo, svilupparlo, e guidarlo al trionfo-tale è il primo ufficio di chi dirige le rivoluzioni. Senza quello si cade tra via scherniti o infami, per impotenza o per tradimento.

Ora, furono essi tali i capi delle nostre rivoluzioni?

No; non furono.

Vediamo l'ultima rivoluzione dell'Italia centrale.

Noi lo dichiariamo: noi la togliamo ad esempio, non perchè gli errori notati v'appajano più manifesti che altrove; nè perchè a noi piaccia diffondere un biasimo non meritato sui nostri fratelli delle Romagne. Noi li amiamo come Italiani: noi li veneriamo come quei che sorsero mentre noi giacevamo; come quei che diedero all'Italia e alla Europa un esempio d'opinione popolare e concorde; come quei che pajono incaricati di affacciare ai popoli una continua protesta in nome nostro contro la tirannide che ci conculca.-I moti del 1820, e 21, furono predominati dagli stessi errori, errori, come dicemmo, più dell'epoca che degli uomini. Vero è che l'epoca ora è mutata, e gli stessi moti dell'Italia centrale lo provano; però l'anacronismo politico, commesso da chi resse que' moti, sgorga più evidente dall'ultime vicende che dalle prime. Poi le piaghe sanguinano tuttavia-e noi scriviamo coll'ultimo gemito di Ciro Menotti, e coll'eco dei fucili di Rimini nell'orecchio.

La rivoluzione dell'Italia centrale presenta distinte due classi d'uomini: i molti insorti, e i pochi moderatori dell'insurrezione.

Che volevano gl'insorti?

Chiedetelo al pensiero che ordinava quei moti-chiedetelo al grido levato dai primi a insorgere in tutte le terre che afferravano spontanee il concetto di vita-chiedetelo al palpito di tutti i cori, al fremito generoso che invase la intera Penisola, quando narrarono i colpi di fucile tratti dalla casa Menotti, all'ardore che fece correre all'armi la gioventù di Bologna quando il vento recò ad essa l'eco del cannone di Modena-all'entusiasmo della gioventù parmigiana non avvertita, non coordinata, non commossa dalle congiure-alle stampe, ai bandi, ai colori adottati, ai viaggiatori che corsero da un punto all'altro per affratellare le varie contrade, alla bandiera che sventolò tra quei moti. Quella bandiera fu la bandiera italiana-quei colori erano i nazionali italiani-quelle prime voci erano voci di patria, di fratellanza, di lega italiana-quel fremito, quel tumulto, quel moto era il voto dei forti, serbato intatto per quaranta anni di sciagure e di persecuzioni; concentrato allora intorno ad un nome-al vecchio nome d'Italia, a quel nome immenso di memorie, di gloria, di solenne sventura, che i secoli di muto servaggio non avevano potuto spegnere, e che mormorato all'orecchio era trapassato di padre in figlio, come il nome del temuto nella lunga cattività degli Ebrei. Volevano l'unità, l'indipendenza, la libertà della Italia; volevano una patria; volevano un nome, col quale potessero presentarsi al congresso futuro de' popoli liberi, e che cacciato sulla bilancia Europea promovesse d'un passo la civiltà. Però la gioventù insorta non s'arretrava davanti a ostacoli di lunga guerra, o di disagi d'ogni genere; chiedeva la gioventù Bolognese fin dal secondo giorno del movimento d'invader la Toscana; chiedevano i nazionali di Reggio e Modena di conquistare Massa e Carrara alla libertà; chiedevano più tardi le guardie civiche condotte dal Zucchi di movere per la strada del Furlo al regno di Napoli; però che ogni uomo a' quei giorni-tranne chi reggeva-sentiva profondamente che si trattava d'una causa italiana, non Bolognese, o Modenese: ogni uomo-tranne quei del governo-sentiva ch'era venuto tempo per gl'Italiani di manifestare alla nazione e all'Europa con qualche atto solenne il loro concetto, il principio che li guidava, la intenzione in che s'erano mossi-del reato non curavano. Quel primo momento di rivoluzione, di manifestazione generosa è sì bello, bello di sacrificio individuale, di speranza infinita e d'audacia Titanica, che può scontarsi colla morte in campo, o sul palco: nè gl'insorti pensavano allora doverlo, per la inerzia di pochi, scontar col ludibrio.

Con siffatti elementi, con questa tendenza del popolo insorto, quali erano i doveri degli uomini che il voto dei più, il caso e le circostanze elessero a capi?

I doveri de' capi-noi lo dicemmo-emergono dal voto, dalla tendenza predominante le moltitudini; stanno scritti nella bandiera adottata dalle moltitudini. Ogni rivoluzione è la manifestazione, la espressione pubblica d'un bisogno, d'un sentimento, d'una idea; e quando un popolo insorge, la scelta dei capi costituisce un contratto tacito fra quel popolo ed essi. Il primo, eleggendo, dice ai secondi: noi ci levammo per rivendicare un diritto usurpato o violato; ci levammo per ottenere un miglioramento di condizione che i governi ci vietano; ci levammo perchè noi, maturi per salire d'un passo nella carriera del progresso, eravamo pure inceppati e costretti alla inerzia da una prepotenza d'ostacoli materiali. Ora, insegnateci la via; noi la ignoriamo; ma eccovi braccia e mezzi; traetene il maggior partito a guidarci dove noi vogliamo: vi seguiremo attraverso i pericoli.-I secondi, accettando, rispondono: noi sacrificheremo ogni cosa allo sviluppo di cotesta idea; noi poniamo vita, senno, consiglio dove voi ponete le sostanze e la vita. Seguiteci con fiducia, però che dovunque, tra i pericoli inevitabili, vedrete ondeggiare la nostra insegna, voi sarete certi, ch'ivi è la via che avete trascelta.-Queste condizioni a noi pajono intervenire più solennemente tra la nazione e i suoi capi, che non se fossero proferite a parole; perchè dove il mandato sgorga dalle circostanze e dal voto pubblico è più santo che non sarebbe uscendo da formole; nè i popoli manifestano mai così solenni i loro voti, come quando li manifestano colle azioni. Non giova illudersi; chi fraintende quel voto può meritare compianto-ma qual nome serba la patria a chi, intendendolo, lo delude, e inganna deliberatamente le migliaja che glie ne fidano lo sviluppo?

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