I tentativi di rivoluzione italiana tornarono fino a quest'oggi in nulla. Perchè?-Siam noi codardi tutti? Mancano elementi rivoluzionari? O veramente il mal esito de' moti italiani era dipendente dalla direzione che le fazioni diedero a questi moti?
Lo straniero scelga, se vuole, la prima causa. Noi, Italiani, adopriamoci a rintracciar la seconda.
Noi non siamo codardi. I popoli non sono codardi mai, quando l'impulso che li move è potente-noi men ch'altri-e l'Europa lo sa.
Gli elementi di rivoluzione non mancano all'Italia. Quando un popolo diviso in mille frazioni, guasto dalle abitudini del servaggio, ricinto di spie, oppresso dalle bajonette straniere, divorato per secoli dall'ire municipali, stretto fra la cieca forza del principato e le insidie sacerdotali, senza insegnamento, senza stampa, senz'armi, senza vincoli di fratellanza fuorchè nell'odio e in un pensiero di vendetta, trova pur modo di sorgere tre volte in dieci anni-e il nemico interno sfuma davanti alla potenza di un voto espresso, senza un colpo di fucile, senza un grido d'opposizione, senza una voce che sorga a difendere la causa della tirannide: quando in dieci giorni la bandiera italiana sventola sopra venti città, e gli uomini della libertà invocano confidenti i comiz? popolari per concertare le opportune riforme: quando nè persecuzioni, nè sventure, nè delusioni, nè morti possono spegnere il pensiero rivoluzionario-e le prigioni sono piene-e i cannoni s'appuntano contro al popolo-e i dominatori tremano d'una congiura ad ogni romore notturno-compiangete quel popolo che le circostanze condannano ancora all'inerzia, ma non lo calunniate: v'è una scintilla di vita in quel popolo, che un dì o l'altro porrà moto a un incendio: v'è una potenza in quel pensiero intimo di libertà, educato con tanto amore e tanta energia di costanza, in quel voto che cinquecento anni di silenzio non hanno potuto sperdere-che il Genio potrebbe trarne miracoli-ma il Genio solo;-e dov'è il Genio che abbia governati fin qui i tentativi italiani? Dov'è tra quei che stettero al maneggio delle cose nostre, l'ingegno che abbia indovinato il segreto di quei tentativi?
Le moltitudini non mancano alla libertà in Italia, nè altrove. Nei due terzi dell'Europa, le moltitudini han fin d'ora un istinto del bene che può bastare a rigenerarle; soltanto esse non possono esserne interpreti ancora, e abbisognano d'uomini che s'assumano di ridurre i loro sentimenti a sistema politico, che concentrino in una giusta direzione quanti elementi s'agitano incerti e indefiniti negli animi non educati.-Quand'altro non fosse, le moltitudini soffrono, le moltitudini sono oppresse, conculcate dall'aristocrazia, immiserite dai daz?, dalle imposte e dalle dogane, dissanguate dai frati ai quali l'altre classi son già sottratte. Le moltitudini hanno dunque bisogno di mutamento: v'anelano, e lo accetteranno qualunque volta sia loro proposto. Tutto sta nel guidarle; nel convincerle che i mutamenti torneranno loro efficaci; nel persuaderle, che in esse è potenza sufficiente per ottenerli.
Intanto le rivoluzioni italiane hanno presentato finora un aspetto singolare all'osservatore. Nei loro princip? furono brillanti, unanimi, confidenti, audacemente intraprese, prosperamente operate: poi, dati i primi passi, languirono, si mostrarono incerte, paurose; e le moltitudini si stettero inerti, indifferenti, sfiduciate dell'avvenire-sorsero come stelle: svanirono come fuochi di cimitero. Simili a quelle creature che nascono bellissime di forme e d'espressioni, ma col germe della distruzione già sviluppato, colla condanna del destino sulla fronte, e delle quali tu diresti ammirandole: morranno prima d'avere raggiunto il fiore della giovinezza-le rivoluzioni italiane ti s'affacciano belle e pure nel concetto primo, ma inceppate, sviate, o soffermate a mezzo il cammino da un ostacolo prepotente che tutti indovinano, pochi hanno espresso liberamente.
D'onde procede l'ostacolo?
Noi lo diremo francamente: mancarono i capi; mancarono i pochi a dirigere i molti; mancarono gli uomini forti di fede e di sagrificio, che afferrassero intero il concetto fremente nelle moltitudini, che intendessero a un tratto le conseguenze; che, bollenti di tutte le generose passioni, le concentrassero tutte in una sola, quella della vittoria; che calcolassero tutti gli elementi diffusi, trovassero la parola di vita e d'ordine per tutti; che guardassero innanzi, non addietro; che si cacciassero tra il popolo e gli ostacoli, colla rassegnazione di uomini condannati ad essere vittime dell'uno o degli altri; che scrivessero sulla loro bandiera: riuscire o morire,-e attenessero la promessa. Siffatti uomini mancarono ai tentativi: nè giova indagarne la causa-ma quando sorgeranno e Dio li caccierà fra le turbe, l'Italia rinata darà solenne mentita a quanti l'accusano di codardia, o la vilipendono ineguale al disegno.
E badate, o Italiani, che la questione è decisiva per voi. Però che se non mancarono i capi, mancarono le moltitudini: mancarono e mancano gli elementi di rigenerazione. A questo bivio siam tratti: abbiamo a scegliere tra l'errore dei pochi e l'impotenza de' molti: abbiamo a rinegare le speranze in un vicino avvenire o la venerazione nei capi che ci guidarono. Per noi, la scelta non è dubbia: gli altri che ripongono l'onore del nome italiano nell'adonestare le colpe italiane, vedano se giovi meglio alla patria il sagrificio dei pochi colpevoli, o l'anatema gittato a un'intera nazione.
Mancarono i capi. Mancarono prima d'animo, poi di scienza politica: prima di fede in sè, nelle moltitudini che reggevano, nella santa bandiera che inalberavano; poi di consiglio rivoluzionario, di spirito logico e del segreto che suscita i milioni di difensori a una causa.-E noi accenneremo successivamente dove e perchè mancassero; e come non s'intendessero nè i mezzi, nè l'intento d'una rivoluzione. Ai popoli si parla efficacemente in due modi: colla virtù dell'esempio, e colla utilità del fine proposto; trascinandoli coll'entusiasmo, o seducendoli coll'avvenire.-E parleremo in principio della mancanza di animo negli uomini che tennero il freno delle cose nostre, perchè l'animo è prima condizione del fare-perchè dove quello manchi o non sia deliberato abbastanza, è follia mettersi a grandi imprese-perchè il vero beneficio d'una rivoluzione deve affacciarsi al popolo con certezza fin dai primi giorni del moto, ma non può, generalmente parlando, svilupparsi che al secondo stadio della rivoluzione, quando essa è già santificata dalla vittoria.-A fare, conviene prima d'ogni altra cosa esser forti.