Genre Ranking
Get the APP HOT
Home > Literature > Storia di un'anima
Storia di un'anima

Storia di un'anima

Author: : Ambrogio Bazzero
Genre: Literature
Storia di un'anima by Ambrogio Bazzero

Chapter 1 No.1

Oropa, 11 luglio 1874.

Amica,

Credimi, amica mia, accompagnare questa data di tempo, 11 luglio, con quest'altra cara di luogo è una vera fortuna: io lo so! Ieri notte a Milano agitavo il ventaglio sì rabbiosamente da lacerarlo, oggi a sera, guardando sui monti i lumi accesi, indovinavo i focolari, e senza affatto paura tra la queta famiglia dei boscaioli fingevo un posticino anche per me ad ascoltare le vecchie istorie delle valli. Toltami finalmente all'afa di Milano e rinfrescatemi le labbra con un'acqua purissima, sento bisogno di fare qualcosa o per lo meno di chiacchierare un pochino. Se mi ascolti, quando ti rivedrò prometto farti tanti baci di più, e di dirti ancora la mia compiacentissima amica.

Da Milano a Biella voler descrivere il viaggio sarebbe come dire:-Leggi l'orario e ti divertirai!-Sì, una monotonia, un piano, una noia da far piangere, quando si rammentino le vetture dei nostri nonni. Almeno noi ebbimo l'aiuto del vapore; e la locomotiva, sbuffando una negra tempesta mischiata alle faville ed alla polvere, ci tolse in fretta alle immense praterie, alle adacquatrici maestre, ai campi di granoturco, alle filarate di gelsi, e via via.

A Biella ti s'allarga il cuore: la collina è gaia, la macchia generale del paese viva e svariata, le montagne a sfondo, se sono belle pei pittori, sono bellissime certo e buonissime per due poveri occhi stanchi di tutto, persino dei pince-nez affumicati, per due meschini polmoni, nati proprio per l'aria dell'Alpi. Ma ahimè! bisogna prepararci ad uno strazio! scesi appena dal vagone, una turba di monellacci-vetturini così assedia i viaggiatori, che andarne illesi con tutto l'abito a posto o senza una trafittura nel cervello, è cosa da schizzare un quadretto e recarlo votivamente al Santuario.-Oropa! Oropa! Oropa!-scoppia il grido d'ogni parte, e schioccano le fruste e imbizzarriscono le bestie. Lah! tiriamo innanzi colla carrozza. Biella non saprei giudicarla, così di sfuggita: ha portici, chiese a colonnati classici, vie discrete, ma insomma le muraglie danno sempre l'idea del caldo; riposiamo dunque lo sguardo sulla verzura, l'immensa verzura che, assumendo cento toni, si stende nelle valli, pare si rannicchi nelle gole, s'inazzurra nei lontani sfondi, trionfa sui monti, e finisce alle cime con qualche ciuffetto che stacca sul cielo come una pennellata bizzarra. Le strade abbenchè erte sono bellissime e senza scheggloni, e per lo più ombreggiate, ma con tante e tante svolte sì che le quattro miglia da Biella a Oropa fanno un viaggetto di un paio d'ore. A sinistra s'incontra lo stabilimento idroterapico di Cossilla, un bianco fabbricato tutto ad archi acuti soprapposti, elegante, tale che l'immaginazione dentro ci gioca, cercando l'insidia degli sprazzi d'acqua, e, forse più, degli sprazzi di luce de' begli occhi. Una signora in veste da camera stancamente si sorreggeva ad una colonnina di un loggiato, e pareva una figura veneta, nell'attesa della gondola tizianesca. Poi la strada s'inerpica e lascia giù vedere, oltre l'insieme grandioso, i dettagli pittorici di certi ponticelli di legno, certe chiuse fresche, e siepi e casette e cascate e rompimenti, e certe nicchie erbose da destare la vocazione d'eremita. Oh! cara mia, non voglio dimenticare le belle macchiette: le donne e gli uomini attendono ai lavori, non ci alzano il capo incontro, ond'io solamente ti so dire che recano falcioni da fieno e corbe, o tranquillamente girano il fuso della conocchia o impagliano scranne: ma i bimbi e le ragazzine sono creature con una faccia bellamente audace, con un corpo tondo, sodo, sicurissimo, macchiette da acquerellare sul tuo album. Non so i nomi dei paeselli: so bensì che in ognuno c'è una fontana ristoratrice. Lo stabilimento idroterapico che di quando in quando ci addita il vetturale colla sua frusta, si viene avvicinando all'occhio, con grande inganno, perchè la strada raddoppia i giri ed i rigiri. Un po' di pazienza ancora. Infanto ci sono sempre da ammirare i bei massi quarzosi, i pendii sparsi di fieno falciato, e i castagni che curvano i loro rami con protezione sui passeggiatori.

Eccoci alio stabilmento Mazzucchetti. è una casa grande, bianca, con tante finestrine da collegio, un terrazzo, una scalea, i portichetti, un tutt'insieme che mi rammenta i muraglioni scabri della riviera genovese e le cellette di Monte San Bernardo. I lenzuoli tesi ad asciugare, l'aria frizzante, e qualche signora accoccolata su un panchetto collo scialle, fanno subito pensare, con un moto di pigrizia:-Io non sono ammalata! Dio sa che bagni freddi!-Poi ci consoliamo entrando e chiedendo dopo il viaggio il tranquillo lettuccio. Ancora ci stringiamo nelle spalle, passando per un corritojo appoggiato ad una roccia stillante e per gli altri ancora soprapposti, come nella costruzione dei conventi. è inutile che io ti descriva la mia cameretta; quello che ti voglio dire è che la sento freschissima, e corro a spalancarne le finestre. Una guarda giù verso Biella, ove digradano le montagne, e là si stende un piano azzurro sterminato, una diffusione di vapori che solo ti rammenta il mare. E come lo rammentai! Pensai a Lucy che in questi giorni sarà a Pegli, candida nuotatrice delle ore cocenti, mesta, poeticissima indovina dei dolori altrui, quando la sera sederà alla spiaggia, interrogando il gran libro del cielo! L'altra mia finestra guarda su verso il Santuario le montagne paonazzicce e verdi, separate alle falde dalla striscia sassosa del torrente: vedo certe casette, che mi rammentano i miei giocattoli di un dì, le bell'ombre invitanti alla lettura, le bianche cappelle che segnano la via alla chiesa.-Cara mia, la penna vale niente: colla matita mi sforzerò di mostrarti qualcosa al mio ritorno.

Per oggi non posso dirti nient'altro, perchè non istetti insieme ai bagnanti, nè mi ghiacciai coll'acqua salutare. Ma domani comincerò a far annotazioni.

Da una finestra vedo dei parasoli chiari spargersi sul terrazzo, e sott'essi degli abiti di foulard crudo; qualche fanciullo cattivello correre all'impazzata; e quattro uomini sedersi coi giornali in mano. Dall'altra vedo niente; solo ascolto le gentilissime voci di una conversazione francese nella quale a vece di punti e virgole ci sono delle risa: e giù il fragore delle acque cadenti e il sonare dei campanacci delle mandre su per i pendii.

Ti dirò solo come io so che nello stabilimento c'è ogni sorta di cure, sala di lettura, sala da ballo, sala da bigliardo, posta, ufficio telegrafico, coiffeur ecc. Spero di trovarmi bene: un vantaggio grande che si ha dal bevere a questi zampilli montani si è quello del'obblio: sì, io ho dimenticato che ieri a Milano soffocavo!... Ma sopraggiunge la sera colle nebbioline nelle valli e col suono delle avemmarie: ti vorrei avere vicina, e vorrei che Lucy colle sue manine ci aprisse il volumetto dell'Aleardi. Che begli istanti sarebbero! Che amorosissima pace!

Scusami se chiudo l'Aleardi, ma gli è perchè passeggiando sul terrazzo mi viene incontro una signora. Porta essa una casacca assettata con baschine ripiegate, in casimiro, riccamente guarnita di ricamo, imperlata di lustrino. Tu la conosci: è la contessa V. di Napoli: ed io pure la conobbi ai bagni dell'Ardenza. Dà la colpa a lei, m'interrompe la lettura e mi conduce a passeggiare.

A rivederci adunque.

LAURA.

Chapter 2 No.2

Oropa, 23 luglio 1874,

Amica,

Scrivere questa lettera è per me un peccatuccio che mi punge la coscienza. Difatti, lodare i monti, l'aria freschissima, l'acqua salutare, la vita montana, a chi proprio non vede che i muraglioni soffocanti di una città, e spalanca le labbra, invano supplicando al giardino del caffè Cova un alito di vento ossigenato e una tazza sudata di acqua ristoratrice, lodare, dico, ciò che io gusto e altri invidia con troppo ardore, non mi pare una bella cosa. Ma dunque dovrei tacere? No, certo: e tu non vuoi perchè mi stuzzichi con lettere nelle quali paiono messi giù da te apposta i termini di paragone fra le mie giornate e le tue. La colpa è a metà: bada che dico alla mia coscienza di mettersi tranquilla, e intingo la penna.

Da due settimane sono a Oropa, e per quanto abbia pensato a riscriverti, davvero non mi ci sono mai decisa, non sapendo come incominciare le mie descrizioni. Se ti dicessi le giornate tali quali sono, farei un guazzabuglio da spaventarti: capisco che bisogna mettere ordine.

Penso e ripenso.... Pure non so raccogliere le idee principali, e a queste subordinare le secondarie: sai, gli schizzi che ho fatto colla matita mi guastarono anche la penna.

Come mi sbrigo? Fa conto ch'io abbia tra le mani il tuo albo e sbizzarrisca di foglietto in foglietto.

* * *

Sappi dunque, amica cara, che al mattino non mi sveglierebbero punto i canti delle falciatrici di fieno, nè il rumore delle scarpacce dei pastori, nè il muggito delle acque cadenti. No! ma mi sveglia, picchiando sull'uscio colla nocca delle dita, la bagnina, che ha tanto coraggio d'augurarmi il buon giorno! Cattivissima e ruvida, a cinque ore! Sonnolenta, brontolona, freddolosa, raccolgo le poche robe, mi involgo in uno sciallo, e scendo al bagno. L'acqua è così fredda che manda il sonno a mille miglia, e, stringendo le gambe e le braccia come con tante anella d'acciaio tagliente, fa sentire strapotente il bisogno di un moto il più accelerato. Gli è in quest'ora che pei corritoi vedi correre gli uomini imbacuccati nelle copertone di lana, e le signore scendere in giardino al primo raggio di sole.

* * *

Dopo la colazione, ad ore otto, lo Stabilimento a poco a poco si acquieta: i signori escono a passeggio, e di solito verso il santuario dì Oropa, le signore si chiudono nelle camere: solo si vede qualche crocchio di politici, in cui biancheggia la Gazzetta del Popolo, l'Opinione, la Nazione e altre carte imbrattate: qualche romantica e qualche romantico, coll'albo o con un libro, si dilungano giù pei viali ombreggiati del monte. Buon disegno e buona lettura. Per me li ammiro e vorrei.... Ma oh! vedi prosaccia, batto i denti, solo pensando che m'aspettano, a undici ore, la doccia e l'orizzontale. Sai, amica mia, e l'una e l'altra danno tante migliaia di trafitture di ghiacciuoli spietatissimi, sì che ci sarebbe da gridare, credendo di essere conci come pelli da crivello!

* * *

Alle dodici e mezza squilla la campanella del pranzo. A tavola ti presento conti e contesse, marchesi e marchese, e cavalieri e ufficiali e commendatori: ti mostro abiti elegantissimi, pizzi, gioie e pettinature; ti faccio ascoltare discorsi in fiorentino aspirato, in ruvido piemontese, in italiano guasto da labbra milanesi, in rapido veneziano, in pretto genovese. Mescola tutto assieme: tra la vanità, la pompa, le chiacchiere, esce una sola risultante, data da madre natura: una fame impaziente. Ond'è che i medaglioni stemmati oscillano prosaicamente da un collo bianco su un piatto di zuppa, un panetto o una dozzina di grissini valgono un pizzo, da cento labbra fuggono le eleganti vacuità per dare adito alla forchetta. Signor medico cavaliere, evviva dunque la cara idropatica, che dà buon sapore alla cucina!

* * *

Dopo pranzo c'è la sfilata all'ufficio della posta. Di loro, signori uomini, non mi occupo: parlo delle mie consorelle peccatrici di vanità. Vedo sottane in seta adorne di pieghettati in granadina, guarniture di ricami bianchi, corsetti a punta davanti e a baschina di dietro, fisciù in granadina, arricciature in tulle di Bruxelles, gonne con sbiechi di velluto, tuniche polacche, cappelli a veli svolazzanti, e via e via. In particolare poi ti cito la contessa B. di Torino, le due contesse R. e S. di Firenze, la marchesa S. di Piacenza, la contessa C. di Milano.

* * *

Il terzo bagno non merita di essere nominato: e la cena si assomiglia al pranzo. Dunque sto zitta: e attendo la sera.

A sera c'è radunata nel salone, si fanno crocchi, si ballano dei lancieri e delle quadriglie, si chiacchiera....

Vuoi ascoltare? Mi fai un verissimo piacere: perchè così rompo l'ordine cronologico, e salto con te di palo in frasca.

-Dunque che mi dice, contessa?

-Che vuole, commendatore?

-Innanzi tutto, notizie della sua salute.

-Oh la va per benino. L'aria è fresca, l'acqua frizzante, ma la cucina.... la cucina!

Sdruccioliamo nella prosa. ti consiglio a cambiar posto.

* * *

-C'è nessuna sociabilità: io non so perchè, Perchè coi nuovi venuti si è così discortesi? Non dovrebbero gli ospiti vecchi fare gli onori di casa ai nuovi? Si sa, la noia stizzosa dei primi giorni fa andar a male la cura.

-Perchè, dice? Perchè l'Italia è fatta, ma non sono fatti gli italiani.

Qui si dicono belle verità: cambia crocchio o saresti segnata a dito.

* * *

-Sì, sì, l'ho veduto il corsetto.

-Com'era?

-Era aperto a cuore: aveva un fisciù in granadina nera e malva: lo stesso ricamo forma attorno delle conchiglie spiegate: una arricciatura....

Ti diverti? Credo che il Mode tu l'abbia già letto.

* * *

-Questo stabilimento manca di molte cose,

-Ha mille ragioni.

-Manca di sala da lettura, di gabinetti di fiori, di libri, di musiche.

-E poi, sa, le signore devono inerpicarsi su al santuario per la messa della domenica! L'erta è difficile.

-A questo si provvederà. Avremo una mezza festicciuola: s'inaugurerà dal vescovo di Biella un altare nel corridoio, con lusso di fiori e di festoni.

-Quando?

-Ma non ha letto il programma? No? Oh guardi mo! Domenica avremo la cerimonia religiosa: poi i giuochi profani, cioè il tempio di Bacco con zampilli di vino, la corsa nel sacco, il ballo popolare, e a dopo pranzo, ancora il ballo, la lotteria artistica, i fuochi di artifizio, il falò. Un complesso da far strabiliare i bagnanti d'Andorno e di Cossilla.

-Ma bene! ma bene!

-Vedremo. Così ci sarà un po' d'allegria: qui la vita è troppo monotona, e sì che c'è tanta gente!

-Tutti i giorni il direttore deve rifiutare domande.

-Persino gli abbaini sono occupati,

In questo crocchio non c'è male. Peccato che scenda la notte.

* * *

Prima di recarmi nel salone voglio bisbigliare con te:

-Perchè sei così triste?

-Io? no.

-Ma sì!

-Ti sbagli.

-Che cosa aspetti?

-Una tua stretta di mano.

LAURA.

Chapter 3 No.3

Oropa, 27 agosto 1874.

Amica,

Devi sapere ch'io sono venuta ad Oropa coll'Albo da disegno e qualche libro, di quelli che, scritti in faccia alla natura, vogliono essere letti sotto l'immenso cielo, con una zolla d'erba a leggìo, con un fiore a segno, coll'auretta che ne volge le pagine, quasi profumando i pensieri ad esse consegnati. Cara amica, tra pochi giorni io partirò da questi monti! Sono certissima che l'albo mi farà spargere qualche lagrimuccia, quando co' suoi fogli disegnati mi rammenterà i luoghi cari alla meditazione, quando colle traccie dei fogli staccati mi ricorderà le manine gentili, che strinsero la mia in rendimento di grazie. Quei libri, colle righe sottolineate appassionatamente, letti e riletti nei brani descrittivi, declamati in quelli affettuosi, poseranno sul mio tavolo da lavoro, in città, non più aperti nella triste semiluce, a carissimo ricordo, a dubbiosa promessa:-A tante persone ho detto: a rivederci l'anno venturo.... Ci rivedremo?

Ho incominciato così la mia lettera per farti capire ch'ella non è punto una lettera. No, voglio che noi passeggiamo insieme discorrendo.

* * *

Quando io penso ai mesi di luglio che ho passato per l'addietro, e li confronto col luglio e l'agosto di quest'anno di grazia, dico la verità che ho tale stizza con chi mi mandò ad arroventarmi ai bagni di mare e con me stessa così pigra, come se io avessi le radici nella mia città, tale stizza ho, che mi mordo la lingua, piuttostochè fare di peggio. E dico alle eleganti che strascicano la seta sulle ghiaie di Pegli:-O poverine!-A me poi leggo gli spettacoli diversi la cronaca cittadina e il bollettino meteorologico di qualche foglio! Ma mi era possibile sopportare l'afa di un teatro, la noia di un concerto, la perpetua atmosfera di piombo colato? Oh, in riparazione, ho fatto anch'io un mezzo voto al santuario d'Oropa: quello, cioè, di accettare nella vita tutto e con pazienza, tranne.... l'estate in città!

* * *

A mille e ventidue metri sul livello del mare, da un monte su cui l'arnica coi fiori gialli dieci volte in un dì è circonfusa di nebbie, per poi brillare come un oro al sole più raggiante, io figgo giù gli occhi a voi poverini: laggiù, laggiù, indovino le aguglie della mia città. Tanto io sto bene, che dimentico di essere stata male, nell'aria bevo a sorsate l'oblìo a me sì necessario, guardo su le cime del brullo Mucrone, con invidia, poi giù ancora contemplo il vastissimo piano. Vedi: in quel semicerchio di monti, a sinistra, il paese d'Andorno, che spicca illuminato su una frana rossiccia, nel mezzo ecco certi dossi boscosi di un verde metallico, a sinistra i tetti del Favaro. Al di là, il piano si stende, con macchiette bianche, con lucidi serpeggiamenti, con ombre pavonazze di colline, poi si fonde tranquillamente in un tono azzurriccio, su cui a liste si vedono le ombre proiettate dalle nubi: il piano si perde, sfuma in un vapore. L'occhio dice-finisce:-ma il desiderio va oltre, si spande, e trova ancora i piani, i monti, il mare!

Credi: queste vedute così estese mi fanno meditare.... Che cosa è il desiderio? Che cosa è la vita? Sugli orizzonti del pensiero perchè, come su questo, tramonta un altro sole, quello della speranza?-Non so rispondere io, non sai tu: risponde il canto di una fanciulla, Ella è contenta, torna alla casetta sua, e della vita non conosce i misteri nella fortunata ignoranza.

* * *

La fanciulla è una falciatrice di fieno. Vogliamo, o cara, copiarla sull'albo? Ella porta una gonna di cotone bleu, col busto compagno, colla camicia bianca stretta al collo con pieghe gelose: un fazzoletto rosso è allacciato sul capo con una foggia bellissima, sì da lasciare due lembi svolazzanti sulle orecchie. Non guardo punto a' suoi lineamenti: tutto è nell'espressione, e questa dice:-Ho la contentezza del cuore.-E fa tanto piacere discorrere con essa! Perchè la fanciulla non è ritrosa, perchè dice che ha tante mucche e tanto fieno falciato, e i fratelli e il babbo lavorano giù negli opifici del Biellese. La vita le va per benone, e lo sposo, grazie alla Madonna d'Oropa, sarà un garzonotto, bersagliere dell'Alpi.

* * *

Le casette che vedi sui monti sono le stalle per le mucche nella stagione dei pascoli: all'inverno i pastori scendono al piano, e le lasciano ai venti e alle nevi. Le sono casine murate a sassi irregolari, coi tetti di pietra lucente, col portichetto a pilastri azzurrigni, coll'orticello verdeggiante, cinto da un muricciolo di scheggioni ammucchiati: vicino c'è sempre uno zampillo, e lì distesi sul declivo i rotoli casalinghi di tela montanara, c'è un frascato che invita ai discorsi.... Oh che discorsi! Fra il ciondolare dei campanacci e il mugghiare delle vacche, non si sa che dire:-Vogliamo assaggiare una ciotola di latte? un po' di burro fresco?

Detto, fatto: l'assicuro io, che ho visto personcine morbide, che non si sdraiano se non sul velluto, persone gravi che siedono su seggioloni d'autorità, magari nel Parlamento e nel Senato, signore e signori su un pratello o su un panchino di legno s'assettano alla meglio, e, chiacchierando colla massaia che fila e coi bimbi venditori di mazzoni d'arnica, si sentono figli anch'essi d'Adamo, e costole di Adamo, il primo fannullone o il primo contemplatore della natura. Fra le ciarle si ascoltano i nomi del santuario di Graglia e di quello d'Oropa.

Discorriamo d'Oropa.

* * *

O meglio ancora, avviamoci. è una delle più belle passeggiate, per la strada pittoresca, e perchè la meta, celata nel seno del monte, invoglia a continuare sempre il cammino per iscoprirla. Prima del 1620 non era il caso di dire-avviamoci. Oh no! bisognava baciare i cari e la soglia della casa, poi mettersi al pellegrinaggio, per selve, per frane, per stagni, per ciglioni di precipizi. Che parolacce le sono queste? Oggidì, grazie all'abate Bertodani, si passeggia su una strada larga, liscia, ombreggiata, ad ogni tanto facendo sosta al parapetto per contemplare o una cappella, o giù la vallea col mugghiante Oropa, o la vetta su del Mucrone, oppure per cogliere una margheritina e per interrogarla. Purchè si eviti il sabbato, giorno in cui i valligiani salgono a vere processioni, e l'ora in cui passano gli omnibus fragorosi. E va, e va: il santuario si scopre solo all'ultima voltata della strada: apparisce un aggregato immenso e basso di fabbriche diverse, tutto bigio, con una cancellata a lance d'oro, sullo sfondo di un monte arsiccio. Tutti quelli che lo descrissero usarono le cifre, dicendo le misure, la fondazione, gli ampliamenti, e via: io vorrei adoperare la matita, ma non so proprio da dove incominciare, nè so metter giù le linee da ingegnere o da prospettico. Pazienza! chiudo l'albo e m'abbandono alle impressioni. Il primo cortile ha l'aria animata di un luogo di fiera: la piazza, da cui vedesi il piano del Vercellese e del Novarese, la scalea barocca piena di gente oziosa e sdraiata, la fronte dell'edificio reale colle statue dipinte e gli stemmi d'oro, i porticati dorici, tutto mi piace e mi ricorda qualche cosa di Genova: il secondo cortile colla fontana, la chiesa e i pratelli mi dà una mestizia indefinita. Oh quanta gente! E concorre da tutte le valli! Ti dirò che ascoltai un canto di litanie, triste, confidente, soavissimo, che usciva da una finestra della chiesa: e vidi ad allietar la gronda di quel luogo d'ospitalità un nuvolo di rondini, aleggianti, coll'ali azzurre. E contemplando gli archi, la fontana, la chiesa, i pratelli, ebbi un momento di dolcissima mestizia.

* * *

Fuori dell'ospizio abbiamo due bellissime passeggiate: l'una sulla strada che deve condurre a San Giovanni d'Andorno, l'altra al cimitero nuovo. La prima fu incominciata nel 1870: taglia la cresta della montagna, all'alto resa pittoresca da una frana di sassi, immensa, arida, scheggiosa; al basso allegrata da una selva di faggi, dalle cascate dell'Oropa, da un ponticello di legno, e mille accidenti che invero la fanno somigliare al viale di un parco. Peccato che proceda così a rilento! E fortuna che è così bella! L'altra strada va su alle chiese, e devia ad uno spiano, ove si è eretto un muro elittico ad una cappellina gotica così cara da far pensare alle bianche nozze, non alla pace della buia notte. Continua poi di faccia alla precedente, e dovrebbe arrivare fino allo Stabilimento idropatico del cavalier Mazzucchetti: questa è ancor più lieta, più ariosa, popolata da cascinali, fresca d'acqua, propizia d'ombre e di riposi.

* * *

Una terza passeggiata è al lago del Mucrone: non te l'ho citata ora, perchè te l'avrei detta altre volte parlando dei sentieri da capra, perchè so di una signora che volle su arrampicarsi, ma a metà discese nella corba e sulle spalle di un montanaro!

Ma ancora quante altre passeggiate! Ami la natura? Sì: orbene puoi scorrazzare ad un masso gigante, ad un rompimento, ad uno zampillo, ad una mandra di mucche, ad un cespo di rododendron, ad un sorbo carico di grappolini rossi. Va e va! Dimentica, se qualche cosa hai che ti fece soffrire.

Quando sentirai una voce che ti domandi, ascoltala, ridiventa mesta, e chiama anche tu, chiama l'amica.

LAURA.

Download Book

COPYRIGHT(©) 2022