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Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Author: : Giuseppe Mazzini
Genre: Literature
Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I by Giuseppe Mazzini

Chapter 1 No.1

Trattando delle cagioni, che tornavano in nulla i tentativi di libertà nell'Italia-dei viz? che contrastarono al concetto rigeneratore di farsi via tra gli ostacoli, noi siamo ad un bivio tremendo.

O noi parliamo parole alte, libere, franche-parliamo coll'occhio all'Italia, la mano sul core, e la mente al futuro-parliamo, come detta la carità della patria, senza por mente ad uomini o pregiudiz?, snudando l'anima agli oppressori, ai vili, agli inetti, flagellando le colpe e gli errori ovunque si manifestino-e un grido si leva dagli uomini del passato contro ai giovani, che s'inoltrano nella carriera, ignoti alle genti, senza prestigio di fama, senza potenza di clientela, soli con Dio, e la coscienza d'una missione: voi violate l'eredità dei padri, perdete la sapienza degli avi; voi usurpate un mandato, che il popolo non v'affida esclusivamente; voi cacciate l'ambizione di novatore frammezzo ai vostri fratelli!

O noi rinneghiamo ispirazioni, studii ed affetti per una illusione di universale concordia-ci soffermiamo nella predicazione di principii nudi, teorici, astratti, senza discendere all'applicazione, senza mostrare nella storia dei tempi trascorsi le violazioni di questi principii-erriamo intorno all'albero della scienza, senz'attentarci di appressarvi una mano, lamentiamo una malattia esistente nel corpo sociale senza ardire di rimovere il velo che la nasconde e dire: là è la piaga!-e gl'Italiani indurano nell'abitudine degli errori; e gli elementi non mutano, i tentativi insistono sulla stessa tendenza, le generazioni agitano, non frangono le loro catene; e lo straniero ci rampogna inerti nel progresso comune, c'insulta colla pietà del potente al fiacco, si curva sulle sepolture dei nostri grandi, e esclama: ecco la polvere dell'Italia!-

O sospetti, o colpevoli-condannati al silenzio o alla guerra-esosi agli uomini che parteggiano per le vecchie dottrine, o traditori alla patria che le provava fino ad oggi inefficaci e funeste.-

La Patria anzi tutto.-Noi parliamo tra i sepolcri dei padri e le f?sse dei nostri martiri-e le nostre parole hanno ad essere forti, pure, incontaminate da lusinga e da odio, solenni come i ricordi dei padri, come la protesta che i nostri fratelli fecero dal palco ai loro concittadini.-

La Patria anzi tutto.-E chi siam noi perchè abbiamo a calcolare i nostri discorsi dalle conseguenze personali? L'epoca degli individui è sfumata. Siamo all'era dei principii: siamo all'era che pose quel grido in bocca ai lancieri Polacchi: Periscano i lancieri, e la Polonia si salvi!-e che monta alla patria se le nostre parole avessero anche a fruttarci una guerra che il nostro core vorrebbe fuggire? Gli uomini passano. La posterità sperde il garrito delle fazioni; ma i principii rimangono:-e guai all'uomo, che tenta una impresa generosa e s'arresta davanti alle conseguenze quali esse siano!

Una idea-e l'esecuzione: ecco la vita, la vera vita per noi: una idea generosa, spirata dalla potenza che creava l'uomo ad essere grande, lampo della primitiva ragione, quando l'anima giovine, vergine di pregiudiz?, di vanità e di meschine paure, s'affaccia ai campi dell'avvenire che l'angiolo dell'entusiasmo illumina d'un raggio immortale-ed una esecuzione costante, assidua, ostinata, sviluppata in tutte le fasi dell'esistenza, nelle menome azioni, come nei rari momenti che vagliono un'epoca, in un'epistola famigliare come in un volume di meditazioni, nei segreti della cospirazione come nella pubblica testimonianza del palco. A questi patti s'è grande-a questi patti si promuove la causa santa-e del resto avvenga che può, perchè l'uomo il quale si slancia nella crociata dell'umanità senz'aver dato un addio ai calcoli, ai conforti, a tutte quante le gioje della vita, non ha missione. Chi scrive codeste linee ha disperato-tranne un affetto-della vita contemplata individualmente-e per questo ei si sente più forte nella predicazione del pensiero rigeneratore. In politica non v'è che un sistema d'azione stabilmente efficace: il sistema che matura i princip?, sceglie l'intento, medita i mezzi, poi si pone in moto senza deviare a dritta o a sinistra, facendo gradino degli ostacoli, non rifiutando le conseguenze logiche dei princip?, e guardando innanzi.-La verità è una sola. L'eclettismo applicato alla scienza d'ordinamento sociale ha prodotta una dottrina che l'Europa dei popoli infama, e rinega; e la stolta pretesa di voler conciliare elementi che cozzano per natura, ha rovinate a quest'ora più sorti di popoli, che non l'armi aperte, o le insidie della tirannide. Oggimai, s'è giunti a tanta incertezza di sistemi e di vie, che le moltitudini, affaticate pur sempre dal desiderio del meglio, si stanno inerti, aspettando che i loro istitutori s'intendano fra di loro.

Applichiamo queste idee all'Italia.

Le opinioni, le dottrine, i partiti sono in Italia ed altrove. Noi non li creammo: guardammo e la esistenza loro ci balzò davanti, come un fatto incontrastabile, e prepotente sui fati della nostra rigenerazione.

Ora, che vie ci s'affacciano a superarne gli ostacoli?

Noi abbiamo lungamente pensato al modo; abbiamo cercato una via di fusione, un mezzo d'accordo tra chi insiste sulle antiche idee e chi sente fremersi dentro le nuove.-Questa via non v'era: i popoli s'erano illusi di averla trovata, ed hanno scontato quella illusione con tanto pianto e con tanto sangue, che oggimai il volere ricrearla può dimostrare forse bontà di cuore, non senno politico; nè le illusioni, sfumate una volta, si ricreano mai. Il moto è in noi, sovra noi, intorno a noi; e dove gli uni s'abbandonano al moto, e gli altri s'industriano a costringerlo in un cerchio determinato, non v'ha transazione possibile. O innanzi, o addietro! L'anello intermedio fra la inerzia e il moto, fra la vita e la morte, è il segreto di Dio.

Oggi, i popoli hanno sete di logica; e tra molte opinioni inconciliabilmente discordi, io non veggo che una via sola: consecrarsi alla migliore-inalzarne la bandiera-e spingersi innanzi. Là è il progresso! Là è la vittoria!

Così abbiamo detto-e faremo.

Pace e fratellanza a chiunque saluta la bandiera del secolo; a chiunque adotta i princip? del secolo.-Gli altri ripeteranno per qualche tempo ancora la insulsa accusa che ci chiama seminatori di discordia: accusa simile a quella che i tiranni infliggono ai buoni, rampognandoli violatori dell'ordine-come se l'ordine potesse esser mai il riposo nell'errore: come se a fondare una concordia potente fosse altra via dal trionfo del vero in fuori. I viz? e le colpe della gente che beve con noi un raggio dello stesso sole, hanno a circondarsi, dicono, di silenzio: paventano l'insulto dello straniero. Lo straniero?-Rammenti che noi fummo grandi e temuti, quando il mondo era barbaro, rammenti che la sua civiltà è opera nostra, la nostra abbiezione opera sua-e arrossisca-però che lo scherno gli ripiomberebbe sul core amaro come un rimorso!-Ma a noi la carità della patria non acciechi il lume della mente. Le vanità puerili, le adulazioni accademiche, le cantilene de' letterati di corte, e il pazzo entusiasmo di quei tanti amatori della patria, che s'inginocchiano davanti ai simulacri dei nostri grandi, senza oprare a farsi grandi com'essi, hanno partorito lunghi sonni e codardi all'Italia-e non altro. L'adorazione al genio dei trapassati, e a quello che spande il suo raggio sulla faccia della terra patria, è bella veramente, quando chi si prostra è tale da potere posarsi eretto davanti alla generazione che gli brulica intorno. Ma i nomi, le memorie, le grande imagini, se non sono applicate alla vita, e migliorate, ed emulate, sono come quell'armi che stanno attaccate alle pareti delle sale: arrugginiscono se non le adopri. Noi non parliamo certo a chi siede tra le rovine e inalza l'inno di disperazione; però che si tratta di confortar gli uomini a osare, anzichè travolgerli nella inerzia. La patria, come la donna amata, può non essere talora stimata: vilipesa non mai! E noi, questa patria caduta, questa bella giacente, noi la circondiamo di tanto affetto, che la vita intera e la morte non varranno a svelarne la menoma parte. Forse, s'essa fosse fiorente di bellezza e di gloria, noi l'ameremmo d'un affetto men caldo e santo: ma non si torna a vita lo scheletro, incoronandolo di rose-nè quelle dive anime incontaminate di Catone e di Tacito adonestavano le colpe de' loro concittadini, ma le flagellavano a sangue. Che se l'orgoglio insuperbisse a taluno nel petto, è grande, ben più che illudersi sulla patria il dire: la patria è caduta e noi la faremo risorgere.

Noi insistiamo sovente sul nostro simbolo di progresso e d'indipendenza, anche a rischio di vederci accusati d'audacia, perchè l'uomo senza credenza non è veramente uomo, e colui che l'ha e non s'attenta bandirla, è men ch'uomo-perchè pur troppo v'è una gente che alla menoma reticenza sospetta prave intenzioni, una gente il cui studio è quello di introdurre un lembo della loro veste macchiata, sotto la toga candida, incontaminata dell'apostolo della verità-perchè infine noi esponiamo le nostre credenze come il programma delle azioni future. Siamo ai tempi nei quali le opinioni hanno ad essere decise ed aperte, nei quali ad ogni uno che si presenti per ottenere la cittadinanza dell'uomo libero corre debito di portare in fronte una dichiarazione de' suoi principii, perchè giovino alla condanna se mai i fatti della vita contrastassero un giorno ai princip? enunciati. Noi facciamo questa dichiarazione. Noi la facciamo fidenti, perchè siam giovani e vergini di passato, abbiamo il core puro, le mani pure, la mente pura, e non abbiamo speranza di meglio, di gloria, di trionfo, di lode che nell'avvenire.-Gl'Italiani giudicheranno i nostri atti.

Chapter 2 No.2

I tentativi di rivoluzione italiana tornarono fino a quest'oggi in nulla. Perchè?-Siam noi codardi tutti? Mancano elementi rivoluzionari? O veramente il mal esito de' moti italiani era dipendente dalla direzione che le fazioni diedero a questi moti?

Lo straniero scelga, se vuole, la prima causa. Noi, Italiani, adopriamoci a rintracciar la seconda.

Noi non siamo codardi. I popoli non sono codardi mai, quando l'impulso che li move è potente-noi men ch'altri-e l'Europa lo sa.

Gli elementi di rivoluzione non mancano all'Italia. Quando un popolo diviso in mille frazioni, guasto dalle abitudini del servaggio, ricinto di spie, oppresso dalle bajonette straniere, divorato per secoli dall'ire municipali, stretto fra la cieca forza del principato e le insidie sacerdotali, senza insegnamento, senza stampa, senz'armi, senza vincoli di fratellanza fuorchè nell'odio e in un pensiero di vendetta, trova pur modo di sorgere tre volte in dieci anni-e il nemico interno sfuma davanti alla potenza di un voto espresso, senza un colpo di fucile, senza un grido d'opposizione, senza una voce che sorga a difendere la causa della tirannide: quando in dieci giorni la bandiera italiana sventola sopra venti città, e gli uomini della libertà invocano confidenti i comiz? popolari per concertare le opportune riforme: quando nè persecuzioni, nè sventure, nè delusioni, nè morti possono spegnere il pensiero rivoluzionario-e le prigioni sono piene-e i cannoni s'appuntano contro al popolo-e i dominatori tremano d'una congiura ad ogni romore notturno-compiangete quel popolo che le circostanze condannano ancora all'inerzia, ma non lo calunniate: v'è una scintilla di vita in quel popolo, che un dì o l'altro porrà moto a un incendio: v'è una potenza in quel pensiero intimo di libertà, educato con tanto amore e tanta energia di costanza, in quel voto che cinquecento anni di silenzio non hanno potuto sperdere-che il Genio potrebbe trarne miracoli-ma il Genio solo;-e dov'è il Genio che abbia governati fin qui i tentativi italiani? Dov'è tra quei che stettero al maneggio delle cose nostre, l'ingegno che abbia indovinato il segreto di quei tentativi?

Le moltitudini non mancano alla libertà in Italia, nè altrove. Nei due terzi dell'Europa, le moltitudini han fin d'ora un istinto del bene che può bastare a rigenerarle; soltanto esse non possono esserne interpreti ancora, e abbisognano d'uomini che s'assumano di ridurre i loro sentimenti a sistema politico, che concentrino in una giusta direzione quanti elementi s'agitano incerti e indefiniti negli animi non educati.-Quand'altro non fosse, le moltitudini soffrono, le moltitudini sono oppresse, conculcate dall'aristocrazia, immiserite dai daz?, dalle imposte e dalle dogane, dissanguate dai frati ai quali l'altre classi son già sottratte. Le moltitudini hanno dunque bisogno di mutamento: v'anelano, e lo accetteranno qualunque volta sia loro proposto. Tutto sta nel guidarle; nel convincerle che i mutamenti torneranno loro efficaci; nel persuaderle, che in esse è potenza sufficiente per ottenerli.

Intanto le rivoluzioni italiane hanno presentato finora un aspetto singolare all'osservatore. Nei loro princip? furono brillanti, unanimi, confidenti, audacemente intraprese, prosperamente operate: poi, dati i primi passi, languirono, si mostrarono incerte, paurose; e le moltitudini si stettero inerti, indifferenti, sfiduciate dell'avvenire-sorsero come stelle: svanirono come fuochi di cimitero. Simili a quelle creature che nascono bellissime di forme e d'espressioni, ma col germe della distruzione già sviluppato, colla condanna del destino sulla fronte, e delle quali tu diresti ammirandole: morranno prima d'avere raggiunto il fiore della giovinezza-le rivoluzioni italiane ti s'affacciano belle e pure nel concetto primo, ma inceppate, sviate, o soffermate a mezzo il cammino da un ostacolo prepotente che tutti indovinano, pochi hanno espresso liberamente.

D'onde procede l'ostacolo?

Noi lo diremo francamente: mancarono i capi; mancarono i pochi a dirigere i molti; mancarono gli uomini forti di fede e di sagrificio, che afferrassero intero il concetto fremente nelle moltitudini, che intendessero a un tratto le conseguenze; che, bollenti di tutte le generose passioni, le concentrassero tutte in una sola, quella della vittoria; che calcolassero tutti gli elementi diffusi, trovassero la parola di vita e d'ordine per tutti; che guardassero innanzi, non addietro; che si cacciassero tra il popolo e gli ostacoli, colla rassegnazione di uomini condannati ad essere vittime dell'uno o degli altri; che scrivessero sulla loro bandiera: riuscire o morire,-e attenessero la promessa. Siffatti uomini mancarono ai tentativi: nè giova indagarne la causa-ma quando sorgeranno e Dio li caccierà fra le turbe, l'Italia rinata darà solenne mentita a quanti l'accusano di codardia, o la vilipendono ineguale al disegno.

E badate, o Italiani, che la questione è decisiva per voi. Però che se non mancarono i capi, mancarono le moltitudini: mancarono e mancano gli elementi di rigenerazione. A questo bivio siam tratti: abbiamo a scegliere tra l'errore dei pochi e l'impotenza de' molti: abbiamo a rinegare le speranze in un vicino avvenire o la venerazione nei capi che ci guidarono. Per noi, la scelta non è dubbia: gli altri che ripongono l'onore del nome italiano nell'adonestare le colpe italiane, vedano se giovi meglio alla patria il sagrificio dei pochi colpevoli, o l'anatema gittato a un'intera nazione.

Mancarono i capi. Mancarono prima d'animo, poi di scienza politica: prima di fede in sè, nelle moltitudini che reggevano, nella santa bandiera che inalberavano; poi di consiglio rivoluzionario, di spirito logico e del segreto che suscita i milioni di difensori a una causa.-E noi accenneremo successivamente dove e perchè mancassero; e come non s'intendessero nè i mezzi, nè l'intento d'una rivoluzione. Ai popoli si parla efficacemente in due modi: colla virtù dell'esempio, e colla utilità del fine proposto; trascinandoli coll'entusiasmo, o seducendoli coll'avvenire.-E parleremo in principio della mancanza di animo negli uomini che tennero il freno delle cose nostre, perchè l'animo è prima condizione del fare-perchè dove quello manchi o non sia deliberato abbastanza, è follia mettersi a grandi imprese-perchè il vero beneficio d'una rivoluzione deve affacciarsi al popolo con certezza fin dai primi giorni del moto, ma non può, generalmente parlando, svilupparsi che al secondo stadio della rivoluzione, quando essa è già santificata dalla vittoria.-A fare, conviene prima d'ogni altra cosa esser forti.

Chapter 3 No.3

Del difetto d'energia nei guidatori delle nostre rivoluzioni, degli errori che s'accumularono, della incertezza, delle contraddizioni ch'emergono ad ogni passo dalla storia dei fatti trascorsi, fu detto da molti. Un fremito d'ira generosa si levò nell'anime veramente Italiane al vedere, come per colpa dei pochi l'Italia cadde nel gemito della paura anzichè nel ruggito del lione ferito.

Come accadesse, come avvenisse ch'uomini puri nelle intenzioni, amatori del nome italiano e consecrati fin dai primi anni alla carriera politica, si lasciassero travolgere a tanta debolezza da commettere i destini della loro patria a una illusione di tutela straniera anzichè all'armi e al consiglio de' forti, non fu detto mai, ch'io mi sappia. Forse, quando i buoni fremevano la parola del dispetto e della rampogna, le piaghe erano troppo recenti, perchè il raziocinio potesse frammettersi alla passione, e perchè riuscisse di risalire per mezzo agli errori alla sorgente d'onde partivano. Fu guerra di particolarità, di minuzie, di fatti isolati; fu grido d'uomini ai quali la prepotenza degli eventi struggeva l'ultima delle speranze che fan bella la vita, e non lasciava che l'ultimo appello della creatura al cielo, la maledizione agli uomini ed alle cose.-Esce a ogni modo da quelle accuse un senso di sconforto, una disperazione dell'avvenire, che può ridurre l'anime nuove e incerte alla inerzia e le forti e deliberate a vivere d'una vita propria, intima, individuale, a ricoverarsi nella solitudine e nel concentramento dalla fallacia dei progetti e dal sorriso dei tristi. Oggi, è urgente di ritrarre quell'anime dall'isolamento in cui giacciono, di rinfiammarle alla costanza dell'opere, di riconfortarle ad osare, mostrando come nessuna fatalità pesi sopra di noi, ma il solo errore degli uomini, e non invincibile, non inevitabile da chi riassuma in poche massime le vicende passate a trarne insegnamento al futuro. Ora-e per somma ventura-quegli uomini, ch'ebbero un istante le sorti italiane nelle mani, son fatti uomini del passato; quei nomi son retaggio dei posteri, e noi possiamo favellarne senz'ira ed amore; possiamo esaminare più sedatamente qual violazione di principio trascinasse la rovina dei tentativi italiani. Un tentativo fallito si riduce quasi sempre ad un principio violato.

Nelle rivoluzioni più che in ogni altra cosa l'armonia è condizione essenziale del moto. Quando esiste disparità, sconnessione, disarmonia tra gli elementi e la tendenza che ad essi s'imprime, tra chi dirige e chi segue, non v'è speranza.

Gli uomini nati a governare e compiere le rivoluzioni son quei che stanno interpreti delle generazioni contemporanee, miniatura del loro secolo; che riassumono in sè i voti segreti, le passioni, le tendenze, i bisogni delle moltitudini; che si collocano innanzi d'un passo alle genti che seguono, ma come centro in cui vanno a metter capo tutti gli elementi esistenti, tutte le fila ordinate all'intento. Indovinare il pensiero generatore della rivoluzione, e assumerlo proprio, fecondarlo, svilupparlo, e guidarlo al trionfo-tale è il primo ufficio di chi dirige le rivoluzioni. Senza quello si cade tra via scherniti o infami, per impotenza o per tradimento.

Ora, furono essi tali i capi delle nostre rivoluzioni?

No; non furono.

Vediamo l'ultima rivoluzione dell'Italia centrale.

Noi lo dichiariamo: noi la togliamo ad esempio, non perchè gli errori notati v'appajano più manifesti che altrove; nè perchè a noi piaccia diffondere un biasimo non meritato sui nostri fratelli delle Romagne. Noi li amiamo come Italiani: noi li veneriamo come quei che sorsero mentre noi giacevamo; come quei che diedero all'Italia e alla Europa un esempio d'opinione popolare e concorde; come quei che pajono incaricati di affacciare ai popoli una continua protesta in nome nostro contro la tirannide che ci conculca.-I moti del 1820, e 21, furono predominati dagli stessi errori, errori, come dicemmo, più dell'epoca che degli uomini. Vero è che l'epoca ora è mutata, e gli stessi moti dell'Italia centrale lo provano; però l'anacronismo politico, commesso da chi resse que' moti, sgorga più evidente dall'ultime vicende che dalle prime. Poi le piaghe sanguinano tuttavia-e noi scriviamo coll'ultimo gemito di Ciro Menotti, e coll'eco dei fucili di Rimini nell'orecchio.

La rivoluzione dell'Italia centrale presenta distinte due classi d'uomini: i molti insorti, e i pochi moderatori dell'insurrezione.

Che volevano gl'insorti?

Chiedetelo al pensiero che ordinava quei moti-chiedetelo al grido levato dai primi a insorgere in tutte le terre che afferravano spontanee il concetto di vita-chiedetelo al palpito di tutti i cori, al fremito generoso che invase la intera Penisola, quando narrarono i colpi di fucile tratti dalla casa Menotti, all'ardore che fece correre all'armi la gioventù di Bologna quando il vento recò ad essa l'eco del cannone di Modena-all'entusiasmo della gioventù parmigiana non avvertita, non coordinata, non commossa dalle congiure-alle stampe, ai bandi, ai colori adottati, ai viaggiatori che corsero da un punto all'altro per affratellare le varie contrade, alla bandiera che sventolò tra quei moti. Quella bandiera fu la bandiera italiana-quei colori erano i nazionali italiani-quelle prime voci erano voci di patria, di fratellanza, di lega italiana-quel fremito, quel tumulto, quel moto era il voto dei forti, serbato intatto per quaranta anni di sciagure e di persecuzioni; concentrato allora intorno ad un nome-al vecchio nome d'Italia, a quel nome immenso di memorie, di gloria, di solenne sventura, che i secoli di muto servaggio non avevano potuto spegnere, e che mormorato all'orecchio era trapassato di padre in figlio, come il nome del temuto nella lunga cattività degli Ebrei. Volevano l'unità, l'indipendenza, la libertà della Italia; volevano una patria; volevano un nome, col quale potessero presentarsi al congresso futuro de' popoli liberi, e che cacciato sulla bilancia Europea promovesse d'un passo la civiltà. Però la gioventù insorta non s'arretrava davanti a ostacoli di lunga guerra, o di disagi d'ogni genere; chiedeva la gioventù Bolognese fin dal secondo giorno del movimento d'invader la Toscana; chiedevano i nazionali di Reggio e Modena di conquistare Massa e Carrara alla libertà; chiedevano più tardi le guardie civiche condotte dal Zucchi di movere per la strada del Furlo al regno di Napoli; però che ogni uomo a' quei giorni-tranne chi reggeva-sentiva profondamente che si trattava d'una causa italiana, non Bolognese, o Modenese: ogni uomo-tranne quei del governo-sentiva ch'era venuto tempo per gl'Italiani di manifestare alla nazione e all'Europa con qualche atto solenne il loro concetto, il principio che li guidava, la intenzione in che s'erano mossi-del reato non curavano. Quel primo momento di rivoluzione, di manifestazione generosa è sì bello, bello di sacrificio individuale, di speranza infinita e d'audacia Titanica, che può scontarsi colla morte in campo, o sul palco: nè gl'insorti pensavano allora doverlo, per la inerzia di pochi, scontar col ludibrio.

Con siffatti elementi, con questa tendenza del popolo insorto, quali erano i doveri degli uomini che il voto dei più, il caso e le circostanze elessero a capi?

I doveri de' capi-noi lo dicemmo-emergono dal voto, dalla tendenza predominante le moltitudini; stanno scritti nella bandiera adottata dalle moltitudini. Ogni rivoluzione è la manifestazione, la espressione pubblica d'un bisogno, d'un sentimento, d'una idea; e quando un popolo insorge, la scelta dei capi costituisce un contratto tacito fra quel popolo ed essi. Il primo, eleggendo, dice ai secondi: noi ci levammo per rivendicare un diritto usurpato o violato; ci levammo per ottenere un miglioramento di condizione che i governi ci vietano; ci levammo perchè noi, maturi per salire d'un passo nella carriera del progresso, eravamo pure inceppati e costretti alla inerzia da una prepotenza d'ostacoli materiali. Ora, insegnateci la via; noi la ignoriamo; ma eccovi braccia e mezzi; traetene il maggior partito a guidarci dove noi vogliamo: vi seguiremo attraverso i pericoli.-I secondi, accettando, rispondono: noi sacrificheremo ogni cosa allo sviluppo di cotesta idea; noi poniamo vita, senno, consiglio dove voi ponete le sostanze e la vita. Seguiteci con fiducia, però che dovunque, tra i pericoli inevitabili, vedrete ondeggiare la nostra insegna, voi sarete certi, ch'ivi è la via che avete trascelta.-Queste condizioni a noi pajono intervenire più solennemente tra la nazione e i suoi capi, che non se fossero proferite a parole; perchè dove il mandato sgorga dalle circostanze e dal voto pubblico è più santo che non sarebbe uscendo da formole; nè i popoli manifestano mai così solenni i loro voti, come quando li manifestano colle azioni. Non giova illudersi; chi fraintende quel voto può meritare compianto-ma qual nome serba la patria a chi, intendendolo, lo delude, e inganna deliberatamente le migliaja che glie ne fidano lo sviluppo?

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