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Le notti degli emigrati a Londra

Le notti degli emigrati a Londra

Author: : Ferdinando Petruccelli della Gattina
Genre: Literature
Le notti degli emigrati a Londra by Ferdinando Petruccelli della Gattina

Chapter 1

-Il nome che porto non è il mio, continuò il colonnello Zapolyi. Non oso più nominare il villaggio ove nacqui. Ciò che è una gloria ed una gioja per altrui, è un ricordo di vergogna e di orrore per me.

Mio padre era nobile. Da dodici secoli, i miei antenati accampavano nelle montagne della parte orientale della Transilvania, che serve di confine alla Moldavia. Noi siamo Szekely, Siculi, cioè a dire, quel ramo di Magiari che discende da una banda primitiva dell?esercito di Arpad, gli ultimi avanzi degli Unni che sopravvissero, riparati nei monti, alla distruzione dell?impero di Attila. Questo paese, come pure quella lista di terra che si stende lungo tutto l?impero del sultano fino all?Adriatico, formano i Confini militari, dove, sotto la dominazione dell?Austria, tutti gli uomini sono soldati. L?amministrazione è militare. Il regime quello del reggimento. Il colono non possiede il terreno che lavora; ne gode l?usufrutto soltanto. La terra paterna passa di diritto al figlio, il quale prende nel reggimento il posto del padre in ritiro. Allora il padre coltiva, restando sempre nella riserva. Gli altri figli non hanno nessun diritto. Mio fratello primogenito, morto poscia in Italia, era al servizio in quell?epoca, e mio padre coltivava il pezzetto di terra, che, durante sei secoli, i nostri antenati si erano trasmesso, pagandolo, ad ogni generazione, col loro sangue e colla loro libertà.

Correva il 1845. Io aveva quindici anni, e vivevo con mio padre, che si era allora ammogliato per la seconda volta, con una giovine nobile slovacca. Il focolare domestico era felice. Mio padre lavorava alacremente. Egli si rispettava molto, aveva un alto sentimento della dignità dell?uomo, qualunque sia il mestiere che esercita, ed un grande orgoglio per la sua origine, malgrado la sua povertà. Egli amava sua moglie, come amano i vecchi vigorosi che non sono corrotti dal vizio. La stimava, perchè la era rispettabile, e perchè la mi amava. C?era una profonda armonia d?anima fra noi tutti, perchè nostro padre, avendo la religione del dovere e della giustizia, ci aveva formati sul suo stampo.

Ahimè! il serpente sguizzò nel nostro povero Eden. Il serpente ama i cespugli fioriti.

Questo serpente si chiamava il colonnello Schaffner-un tedesco.

Un giorno, egli vide mia madre, e se ne innamorò, come se fosse stato un giovine di vent?anni. Nè la sua età, nè la sua bruttezza, nè le sue abitudini di libertino, d?ubbriaco e di carnefice, nè la lealtà ed i doveri di una donna maritata, che rispetta ed ama suo marito, non gli parvero ostacoli. Quel trapezio sgraziato e deforme pretese d?essere amato. Egli impose il suo amore con delle atroci minaccie. Perseguitò, spaventò quella povera donna. Che fare? Stanca delle umiliazioni che soffriva, temendo una disgrazia, scorgendo degli agguati dovunque, stomacata, ella denunziò la persecuzione ed il persecutore a suo marito. Il brav?uomo arrossì, poi impallidì, e tacque. Cenammo. Mio padre lesse un capitolo della Bibbia,-siamo protestanti-, poi andammo a coricarci.

Mio padre non dormì. Egli giudicò il suo colonnello.

All?alba eravamo tutti in piedi. Mio padre s?apparecchiava ad andare al campo, io alla scuola. Appo i protestanti ungheresi l?istruzione dei ragazzi non è negletta.

-Cosa devo fare? domandò timidamente mia madre.

Ella non aveva d?uopo d?indicare più chiaramente la questione. Ella vedeva il pensiero del suo oltraggio cristallizzato negli occhi di mio padre.

-Digli di venire domani sera.... Io parto in viaggio nella prossima notte.

Un doloroso stupore si dipinse negli occhi della povera donna. Non comprese quell?ordine, o ebbe paura di comprenderlo. Nondimeno si guardò bene dal replicare. Da noi la donna è un oggetto amato, rispettato, ma inferiore all?uomo. è la gioja, ma non il consiglio della famiglia. è un?utilità. è l?amore, ma non il giudizio e l?autorità del cenacolo. Ella è la primogenita delle figlie. Mia madre non domandò dunque conto a suo marito dell?ordine strano ed offensivo, che le dava. Obbedì.

L?indomani nè io nè mio padre non uscimmo. Mia madre disse nel villaggio ch?eravamo partiti nella notte. Venne la sera.

Il colonnello non si fece attendere. Parmi ancora di vederlo! S?era fatto radere; si era lavato. Aveva bevuto meno che all?ordinario, perchè il vino usurpa sull?amore. Aveva indossato il suo uniforme di gala, con tutte le sue decorazioni. I suoi mustacchi lucevano come un fiorino di zecca. Non aveva fumato che il zigaro, e anche il meno possibile, poichè l?odor di pipa non lo precedette, non l?annunziò avanti di entrare. Portava un paniere di provvisioni del pranzo. Le sue gambe, singolarmente contorte, barcollavano. Beveva già coll?imaginazione alla coppa della voluttà di cui veniva in busca. Entrò ridendo, a braccia aperte, attendendo che mia madre vi si gettasse. Il conte di Schaffner non ammetteva che mio padre, semplice soldato, semplice colono, potesse essere trenta volte più conte di lui,-conte di fabbrica imperiale-e quindi che mia madre non dovesse essere profondamente riconoscente degli abbracci ch?egli si sarebbe degnato di darle. Un lieve rumore gli fece volgere il capo.

Era mio padre, che chiudeva la porta dietro di sè.

Il colonnello si fermò di botto, e gli caddero le braccia. Non contava proprio sopra un simile testimone della sua felicità.

La nostra casa, posta in mezzo ad un ampio verziere, si componeva di tre stanze: un piano solo, ma una cantina al dissotto. Era situata all?estremità del villaggio. Non c?erano vicini. Delle colline sovrapposte una all?altra, sfrangiavano sull?orizzonte azzurro. Era il mese di maggio: gli arbusti, gli alberi, i fiori delle aiuole che circondavano la casa, tutto cantava, ed attirava gli sguardi sotto i baci della primavera.

Dopo aver chiuso a chiave la porta, mio padre andò a chiuder pure la finestra. Mia madre accese due candele. Io guardavo, ritto sulla soglia dell?uscio. Non una parola durante tutto ciò. Si udivano gli ultimi gridi della rondinella che accelerava la costruzione del suo nido. Mio padre aprì un vecchio cassettone, vicino al cammino, e ne cavò due spade, due sciabole e due pistole. Le spade erano due fioretti che servivano per le mie lezioni di scherma, e ch?egli nella giornata aveva aguzzati. Depose quegli oggetti sul tavolo, ove mia madre aveva messo i due lumi, stringò solidamente i suoi calzoni, e rialzò le maniche della camicia, la quale, aprendosi sul petto, lasciò vedere due cicatrici di ferite prese al servizio dell?Austria.

-Avrei diritto di uccidervi, disse egli al colonnello; vi faccio l?onore di battervi con me, e vi lascio il vantaggio di sceglier le armi e di tirare pel primo.

Il colonnello comprese finalmente. Egli conosceva la tempra di mio padre, e se lo vedeva li dinanzi, rizzarsi come un colosso, inflessibile, solenne come il diritto. Si guardò intorno: nessuno scampo. Fissò il suo sguardo sullo sguardo immobile e senza collera di mio padre. Non c?era grazia da sperare. Si vide morto. Che fare? Giocò d?audacia.

-Domani, rispose egli assumendo un grugno severo, vi constituirete prigioniero per avere insultato e minacciato il vostro colonnello. Il Consiglio di guerra vi condannerà a morte. Io vi farò grazia, lasciandovi passare solamente tre volte per le verghe tra due file di trecento uomini.

-Domani, replicò mio padre, voi farete ciò che potrete. Per ora fate ciò che io voglio: scegliete le armi.

-Non mi batto con un mio inferiore. Voi che avete servito venticinque anni, voi dovete saperlo.

-Se non vi battete, sarò costretto di battervi io, di schiaffeggiarvi.

-Non mi oppongo. Domani vi farò rendere codesti schiaffi dal carnefice avanti di farvi appiccare.

Ogni discussione era inutile. Mio padre si avvicinò al colonnello, e lo percosse fortemente alla faccia. Il colonnello Schaffner restò bravamente impassibile, avvegnachè la sua testa piegasse a dritta ed a sinistra sotto la possente mano dell?oltraggiato. E? credeva cavarsela con quella correzione, e guardava dal lato della porta. Ma mio padre aveva tutto previsto. Conosceva l?uomo. Fece quindi un segno a mia madre, la quale tirò dal cassettone un gomitolo di sottil corda. Il colonnello tremò. Divenne bianco come la camicia che aveva probabilmente portata al suo primo ritrovo di amore.

-Volete dunque appiccarmi? sclamò desso.

Mio padre non gli rispose. Sciolse la corda, si avvicinò all?uomo, e, di un colpo di pugno nel petto, di un calcio nelle gambe, lo gettò a terra. Avanti che il colonnello avesse compreso ciò che volevasi fare di lui, si trovò i due polsi solidamente legati, i piedi strettamente avvinti alle cavicchie, mani e piedi legati dietro la schiena, in maniera che il trapezio era divenuto oramai un gomitolo. Mia madre aprì la botola che chiudeva la cantina. Mio padre trascinò il colonnello, che gridava ora come un pappagallo incollerito, e lo lasciò rotolare giù, sopra un piano inclinato di ventidue gradini.

-Ajuto, soccorso, mi assassinano! fu l?ultimo grido che gettò colui arrivando al fondo della scala.

La botola ricadde su lui, e non intendemmo più che un gemito soffocato. Mia madre preparò la tavola, e levò dal fuoco una casseruola, ove cuoceva lentamente un pollo tagliato a pezzi entro un?eccellente salsa rossa. Cenammo, come se nulla fosse accaduto. Poi, al solito, mio padre lesse un capitolo della Bibbia prima di andare a letto. Quando la preghiera fu finita, e? si rivolse a mia madre, e le disse:

-Perla mia, Maurizio ed io abbandoniamo immediatamente questa casa ed il paese. Tu resterai qui cinque giorni, e poi ritornerai nella tua famiglia. Tuo fratello verrà a cercarti. Durante questo tempo, porterai ogni giorno un pezzo di pane di una libbra, e una brocca d?acqua, a quel cane lì abbasso. Quando tu e tuo fratello sarete partiti alla vostra volta, il diavolo avrà cura della sua preda. Vi metterete in cammino alla notte. Verrò a vederti, tosto che avrò un riparo ove condurti. Così Dio ci protegga, e ci benedica!

Mio padre abbracciò religiosamente mia madre, e uscimmo da quella casa fortunata che i nostri antenati avevano abitata per dei secoli, da quel villaggio ove mio padre era stimato da tutti e benedetto dai poveri. L?ultimo suono che percosse le nostre orecchie fu il singhiozzo della povera donna, che restava sola a far fronte alla retroguardia nemica.

Ahimè! non dovevamo più rivederla.

Ecco ciò che avvenne.

Mia madre restò tre giorni prima di portar da mangiare e da bere al prigioniero. Ella era spaventata dai sordi ruggiti che risuonavano incessantemente alle sue orecchie, e dal rumore che udiva, poichè il colonnello rotolava e si batteva a tutti gli angoli, a tutti gli utensili della cantina. Finalmente il terzo giorno ella discese, per obbedire agli ordini di suo marito. Il colonnello non era riuscito a slegarsi. Ma la corda penetrava nella carne ai polsi e martorizzava terribilmente le cavicchie. Sembrava talmente esausto, che udendo avvicinarsi mia madre, diede solo un debole gemito. Mia madre temette per un momento ch?egli non rendesse l?ultimo sospiro. Poggiò il lume sopra l?ultimo gradino della scala, andò verso quell?uomo, accovacciato dietro un barile. Aveva la brocca ed il tozzo nelle mani. Glieli mostrò, e gli disse:

-Mangiate e bevete.

Stese le due mani nell?istesso tempo, lasciandogli la scelta di mangiare innanzi di bere, o di bere innanzi di mangiare. La testa del colonnello era spinta indietro, livida, quasi nera, il collo torto, le vene gonfie come due gomene; gli occhi suoi parevano due macchie di sangue; la bocca, pure insanguinata, restava aperta. La corda, che gli passava attorno al collo, avanti di legare i piedi e le mani, aveva roso la cravatta e intaccato la carne. La respirazione sembrava soffocata. Mia madre n?ebbe pietà. Essa prendeva nella sua tasca un piccolo coltello per recidere quella corda, allorchè senti afferrare la sua mano. Due terribili file di denti l?azzannarono, la serrarono, frangendola fino alle ossa nella loro morsicatura. Mia madre gettò un grido. Il colonnello la spinse, rotolando sui suoi piedi con tutto il peso del suo corpo, e la rovesciò. La povera donna era debole, essendo ammalata ed incinta. Il colonnello strisciò sopra di essa, e raggiunse il suo viso, ove la morse orribilmente. Le grida avrebbero scosso la casa e risvegliato i morti. In quel momento una testa apparve all?apertura della botola. Era mio zio, mandato da noi.

Arrivava in tempo per liberare sua sorella, così bella poco dianzi, e ora così atrocemente e spaventevolmente mutilata. Ma non arrivava in tempo per salvarla.

La scomparsa del colonnello aveva dato l?allarme. La nostra partenza, l?arrivo dello zio destarono dei sospetti. Si cercava già da pertutto il conte di Schaffner. Il giudice del circondario si presentò per fare una visita nella nostra casa, come aveva fatto in altre. La vista di mia madre, le grida soffocate che uscivano dal sotterraneo denunziarono l?opera del padre mio. Occorre dir altro? Tre mesi dopo, quella disgraziata donna era appiccata; mio zio posto in una segreta; la casa, l?orto, le suppellettili, i nostri pannicelli, tutto fu confiscato.

Il colonnello aveva presieduto la Corte marziale che emanò la sentenza.

Mio padre era anch?esso condannato al patibolo, e si prometteva un premio a chi lo denunziasse e lo consegnasse nelle mani della giustizia.

La mancia era inutile. Era io che dovevo consumare la sua perdita.

Avevamo marciato, senza fermarci, dritto alla puszta-ovverossia alla pianura dell?Ungheria magiara. Mio padre mi aveva lasciato presso un cugino della mia vera madre, la sua prima moglie, sulle rive della Tisza, ed egli, dopo un giorno di riposo, aveva raggiunto Rosza Sandor, suo amico.

Rosza Sandor era un po? ciò che gl?Italiani chiamano un brigante. Celebre per i suoi audaci colpi di mano, preso, si evase, ed errava nella puszta da anni, conducendosi come un bravo ed onesto masnadiero, non odiando nè facendo male che agli Austriaci. Più tardi Rosza Sandor comandò ad uno squadrone di volontarii, i suoi ussari, che servirono la rivoluzione fedelmente, ma con troppe collere. Rosza Sandor teneva la campagna ancora nel 1856, malgrado la ricompensa promessa dall?Austria di 10,000 fiorini a chi lo catturasse. Mio padre restò sei mesi con Rosza Sandor. Quando fu sicuro che la giustizia austriaca aveva perduto le sue traccie, ci fissammo in un villaggio della puszta nei dominii del principe Nyraczi, che ci diede in affitto una casa ed un campicello.

Mio padre prese il nome di Paolo Nagy.

Chapter 2 No.2

Sei mesi dopo la nostra istallazione nella novella dimora, una sera mio padre m?abbracciò e partì, dicendomi che andava a vendicare l?assassinio di sua moglie. Ritornò sei giorni dopo, ma s?astenne dal comunicarmi il risultato della sua spedizione. Non osando interrogarlo, feci un?ispezione delle sue armi. Partendo, egli aveva nelle sue tasche una pistola e quattro cartuccie. Al suo ritorno, una cartuccia mancava.

Alcune settimane dopo, il giudice signorile raccontava che il colonnello conte di Schaffner, d?un circondario siculo presso la frontiera della Moldavia, era stato ucciso alla sua porta, una sera, con un colpo di pistola, e che la giustizia non aveva ancora trovato l?assassino.

Questo fu tutto.

La giustizia austriaca non è mai stata fortunata in que? paesi dei Confini militari.

Passarono tre anni. La fortuna ci sorrideva. Mio padre era jobbagy, cioè colono del principe Nyraczi, e possedeva un quarto di sessione, cioè un pezzo di sedici jugeri di terra arativa, sei di prateria e quattro di pascolo, con una casa ed un orto, per i quali pagava un livello annuo di ventiquattro giorni di lavoro col bestiame, due fiorini di tassa, la nona parte al signore, senza contare la decima ai preti. Prosperavamo.

Io toccava i diciannove anni.

Una storditezza ci precipitò nell?abisso.

Era una domenica del mese di ottobre. Io indossava un bel costume di contadino magiaro: cioè una bella camicia a larghe maniche increspate; un panciotto a bottoni d?argento; un calzone largo color azzurro chiaro, ricadente sugli stivali alti fino alle ginocchia; un mantello con maniche, di lana bianca, ricamato a colori vivaci, adornato d?astrakan e di bei fermagli d?argento, gettato sulle spalle, e tenuto al petto da una catena di acciaio. Avevo sul capo una magnifica berretta di panno color viola, orlata pure d?astrakan con una penna di falco. Passavo per un bel giovine. Questa parola, almeno, era su tutte le labbra, e mi faceva già palpitare quando era pronunziata dalla bocca di una ragazza. Nonpertanto, io non era contento della mia sorte. Sapevo che ero nobile, e che potevo aspirare a tutto; la condizione di mio padre, l?omicidio che aveva commesso, la santa vendetta che aveva fatto del suo oltraggio, l?obbligavano a nascondersi, e mi forzavano a tacere il nostro nome e restare contadini. Io mi ribellava contro il destino, e mi preparava una rivincita, coll?istruirmi.

Quando tutta l?Ungheria risenti come una specie di scossa elettrica alle scintille-folgori delle strofe di Pet?fi, io balzai come gli altri, mentre il viso dell?Austria allibiva dal pallore dello spasimo. Domandai: Chi è codesto possente, che muove le capanne ed i castelli, le capitali ed i villaggi, le fanciulle ed i soldati? Mi risposero: è il figlio di un oste-beccaio, un istrione malriescito!

La mia anima scoppiò.

Io poteva arrivare a tutto.

Mio padre indovinava la vita interna del mio spirito. Le rughe del suo fronte si oscuravano. Egli sapeva che mi aveva serrato al collo la gogna del plebeo, fino a quando egli sarebbe vissuto, e forse anche dopo la sua morte, se la degradazione, che seguiva la condanna, si fosse riflessa sulla sua discendenza.

Quella domenica, io ronzava sulla piazza del villaggio, fra le quattro chiese che si guardano e si fanno un po? di smorfia: la Greca, la Cattolica, la Protestante e la Sinagoga. Un cavallo, montato da una ragazza vestita d?una amazzone verde, il viso nascosto da denso velo, passò di galoppo, e m?inzaccherò. Due altri cavalieri la seguivano: il principe di Nyraczi ed un domestico.

I villaggi d?Ungheria sono una specie di Venezia. In mezzo ad ogni strada, corre, o piuttosto s?impantana una pozzanghera, un ruscello, una cloaca, che si traversa sopra dei ponti fissi o mobili, ed ove sguazzano delle oche, delle anitre e dei porci mostruosi. Delle belle vacche bianche, civettelle, si fermavano sulle rive, e stupivano di vedervisi così brutte. La giovinetta, che mi aveva involontariamente coperto di quel fango infetto, era la figliuola del principe, arrivata da un collegio di Vienna il giorno innanzi, per passar le vacanze nel castello di suo padre. Io non l?aveva, potuta vedere. La dicevano sorprendentemente bella e capricciosa. Ella andava a caccia in un piccolo bosco riservato nei dominii di suo padre, un?oasi di quercie, di pini, d?olmi, in mezzo a quella interminabile pianura dell?Ungheria, ove queste foreste in miniatura sono rare come le isole dell?Atlantico.

La cavalcata passò come una freccia.

Tutti, sapendomi un po? civettuolo, risero della mia disgrazia. Rientrai in casa per pulirmi. Poi mi venne una voglia, una voglia irresistibile: vedere quella giovine castellana! Mi armai, non so perchè, del fucile di mio padre, e mi slanciai nei campi verso il piccolo bosco. In breve vi arrivai. Cacciavano di già: lo scoppiettio della fucilata me ne avvertiva. Io scavalcai la siepe, e mi rannicchiai dietro un albero in una specie di viale che la cacciatrice doveva senza dubbio traversare da un momento all?altro. Poco dopo, effettivamente, un rumore di galoppo risuonò dietro di me. Non era la ragazza, ma suo padre, seguìto da alcuni guardacaccia. Fui scoperto.

-Cosa fai tu là? mi gridò pel primo il principe con aria altiera, appena mi scorse da lungi.

Poteva io dirgli: Aspetto per vedere vostra figlia? Arrossii, e mi confusi. Senza pensarci sopra, mi scappò dalle labbra una risposta:

-Sto in agguato di un capriuolo. Vo? cacciando.

Il principe fece un segno. I guardacaccia mi presero, e mi condussero con loro.

Il giudizio non si fece attendere. Il processo non fu lungo. Il caso non ammetteva circostanze attenuanti. I nobili in Ungheria non hanno essi soli il diritto di caccia: le capacità e gli honoratiores lo possedono pure. Era forse dubbio se io avessi potuto o no esercitare questo diritto in qualunque altro sito, ma era vietato a tutti di cacciare nei boschi riservati. Io aveva violata la legge.

Tradotto l?indomani alle ott?ore dinanzi il tribunale signoriale, composto di cinque giudici, di cui il principe Nyraczi aveva scelto il presidente, ad otto ore e mezza ero stato giudicato e condannato-condannato a ricevere ventiquattro colpi di bastone. Essi avevano aggravata la pena, non avendo diritto di condannarmi che a dodici colpi. Poco importa: il numero non faceva nulla. Il pensiero del dolor fisico, neppure.

Io mi aspettavo di esser condannato ad una ammenda, e così pure mio padre. Lo scorgevo in un angolo della sala del tribunale, e non ho mai veduto una faccia umana decomporsi in quella guisa e così rapidamente. Forse il suo viso rifletteva lo sfacimento del mio. Quella pena era il disonore, era la mia morte morale. Gli occhi di mio padre, iniettati di sangue, lanciavano folgori; le sue labbra, livide e gonfie, tremavano. Tutti i tratti della sua fisonomia s?increspavano come sotto una scossa elettrica. Balbettò delle parole, che non furono comprese. Le sue narici allargate lasciavano passare una respirazione a sobbalzi, tumultuosa. Temetti un momento che fosse fulminato da un colpo d?apoplessia.

I giudici, osservando la trasformazione terribile di quella bella testa di vecchio, i cui bianchi capelli si rizzavano sulle tempie, si fermarono a fissarlo, attendendo che potesse riacquistare la parola. Sembrava evidente ch?egli aveva a dire qualche cosa. Si fece silenzio. Io cadeva accasciato sotto il peso della mia disgrazia La sentenza non ammetteva appello. Eppure mio padre taceva ancora. Il presidente, stanco di quel silenzio, fece un segno. I gendarmi misero la mano sulla mia spalla, e furono per condurmi nel cortile ove si doveva eseguire la condanna.

-Fermatevi, gridò alla fine mio padre, facendo uno sforzo supremo sopra sè stesso.

Il presidente fece un altro gesto, le mani dei gendarmi mi lasciarono libero.

-Voi cercate da tre anni colui che punì, e poi uccise il colonnello conte di Schaffner?

-Vi sono mille fiorini di premio a chi lo darà in mano alla giustizia, rispose il presidente.

-Ebbene, continuò mio padre, l?uomo che cercate sono io.

-Voi?

-Io stesso; ma io sono nobile, io sono conte. Voi non potete infliggere la pena del bastone a mio figlio. Mi abbandono al patibolo pel mio delitto; pago l?ammenda per mio figlio.

Un istante di silenzio seguì, momento terribile per tutti, d?agonia per mio padre, di terrore per me. Egli aveva rivelato il suo vero nome. Il presidente ed i cinque giudici scambiarono alcune parole fra loro, a voce bassa. La loro deliberazione fu breve, pure ci parve durasse un secolo. Finalmente il presidente disse:

-L?esecuzione della sentenza verso quel giovane non ammette dilazione. Il caso non è previsto dalle nostre leggi. La sentenza avrà dunque il suo corso. In quanto all?assassino del conte di Schaffner, egli sarà inviato alla sede sicula, ove il delitto fu commesso, e consegnato alle autorità locali.

Ecco tutto.

La Corte si alzò, ed uscì.

Un fremito corse in tutta l?assemblea.

Io subii la pena delle verghe.

Mio padre fu appiccato.

Lottai quarant?otto ore contro la tentazione del suicidio. Non bevetti, non mangiai, non dormii durante questo tempo. Il mio cervello era agitato dal caleidoscopio del delirio. Il terzo giorno, uno dei giudici venne a portarmi i mille fiorini di ricompensa, prezzo del sangue di mio padre. Egli indietreggiò spaventato dinanzi la minaccia del semplice mio sguardo, scivolò sulla pozza che stava dinanzi la porta, cadde, si rialzò gridando, e fuggì. La stessa sera abbandonai il villaggio.

Tre anni avanti, venendo colà, avevo portata negli occhi la cara nostalgia delle mie montagne transilvane. Per lungo tempo ne avevo avuto il miraggio alla sera, credendo veder nel lontano orizzonte, attraverso il pallido azzurro del cielo cenericcio dell?Ungheria, delle punte di zaffiro orlare la pianura come una collana. Ora mi allontanavo, lasciando la puzsta con l? ansia di chi abbandona l?amato focolare e si immerge nell?infinito sconosciuto. Il sole rosso tramontava, e circondava di un?aureola d?oro la prospettiva lontana. Il cielo grigio brillava di pagliuzze lucenti, come un velo ricamato a liste dorate. Una pianura interminabile, cielo e terra, senza ondulazioni, s?allargava, fuggiva a me dinanzi, nascondendosi poco a poco sotto l?invasione delle tenebre che si avanzavano dall?Oriente. La Tisza, dalle rive piatte, dalla corrente azzurra e sonnacchiosa, scorreva maestosamente verso il giallo Danubio, che serpeggia come un boa, e la beve, per rigettarla ben tosto nei fiotti irrequieti del mar Nero. Più lungi, molto rari, alcuni bianchi villaggi dai dorati campanili bizantini, che si prenderebbero per greggie in riposo, chiazzavano il suolo giallastro; e di tanto in tanto, un campo di tabacco dalle larghe foglie, delle canne acquatiche, dei girasoli dal cuore nericcio, dei boschetti a foglie verdi pallide, tremolanti sotto il venticello appena svegliato della sera. Poi, qua e là, delle specie di grue dall?aria sinistra, che si rizzavano come neri patiboli, e servono ad attignere l?acqua dal fondo dei pozzi ai margini invisibili.... Poi ancora dei gruppi di ragazze colle braccia ed i piedi nudi, dalla pelle bruna, colle gonne rialzate, le treccie ondeggianti, belle e tranquille, che salutavano con un sorriso, di cui il viaggiatore conserva la memoria. Dalla parte d?Occidente, ove la luce era più viva, vedevo alzarsi lentamente da terra, come dei fiocchi di cotone, la nebbia bianca-quella lanuggine omicida dei paludi, che s?apposta come in agguato nella pianura, e uccide chi la respira. Poi finalmente delle cataste di fieno, rassomiglianti a dromedarii accoccolati nelle fermate del deserto, e qualche pastore malinconico, pensieroso, indolente, che segue le ondulazioni delle rare nuvolette che si bagnano nell?immensità. Cosa sogna egli, il solitario della puzsta?

Ogni Ungherese è l?embrione di un poeta, di un gentiluomo, d?un soldato, d?un patriotta e di un pazzo-Don Chisciotte grave, capace di tutti gli eroismi e di tutte le frivolità.

Questa pianura dell?Ungheria è grandemente triste, è la solitudine animata, l?incerto dell?Oriente che trasalisce sotto gli amplessi dell?Occidente. Io portava le lagrime negli occhi e lo scoraggiamento nel cuore. Ogni passo che facevo verso l?ovest, era un passo nell?esilio, ed io sentiva le fibre della patria cader una ad una dal mio cuore, come si strappano i petali da un fiore. Venne la notte. Mi lasciai cadere sopra un solco di granturco tagliato, e piansi.

Un solo avvenire si apriva ormai a me dinanzi. L?accettai senza esitare. Era dar mano ad una creazione. Presi il nome che porto ora, e mi feci soldato. Entrai in un reggimento d?ussari, a Vienna. Fui inviato in Boemia, poi in Italia, poi in Polonia. Vi passai quattro anni.

La rivoluzione del 1848 mi trovò in Galizia sottotenente, promosso soltanto dalla vigilia.

Chapter 3 No.3

Il mio reggimento aveva cangiato tre volte di colonnello. L?ultimo era un tedesco, il conte Ferdinando Tichter. Io era segretario del suo predecessore, un ungherese; il conte austriaco desiderò che restassi a quel posto. Il colonnello Tichter mi spiacque irremissibilmente fin dalla prima ora. In ricambio, amai sua moglie fin dal primo minuto.

Sei mesi dopo, ci arrivarono, una dietro l?altra, le notizie della rivoluzione in Italia, della rivoluzione in Francia, della rivoluzione a Vienna. Non saprei dirvi le impressioni opposte, che questi turbini equinoziali produssero sopra il reggimento interamente ungherese, e sopra il colonnello meschinamente ed orgogliosamente tedesco. La notizia del 15 marzo di Pesth mise il colmo all?esasperazione di questi, ed all?odio di queglino.

Di già la Dieta di Presburgo aveva assunto un?attitudine rivoluzionaria. Quando la notizia dell?insurrezione viennese si sparse in Pesth, quattro giovani, di cui Pet?fi era l?anima, fecero irruzione nelle scuole, e trascinarono gli studenti nella via di Hatvan. Si presentarono dinanzi la stamperia Landerer, e domandarono la stampa immediata dei dodici articoli-i nostri Diritti dell?uomo-e di un canto di Pet?fi.

-Non posso, rispose lo stampatore. Gli scritti mancano dell?exequatur del censore.

-Dovete farlo, rispose Vasvati.

-Allora impadronitevi delle mie macchine, suggerì lo stampatore, ed obbedirò alla violenza.

-Metto la mano sulle vostre macchine, e impongo agli operaj di lavorare, sclamò Jokay.

-Ed io aggiungo, riprese Bulyovsky, che non partiremo da qui che quando il lavoro sia compiuto.

Gli operaj non volevano di meglio. La folla intorno alla stamperia aumentava di minuto in minuto. Un quarto d?ora dopo, il primo esemplare dei due scritti appariva. Pet?fi montò sopra un tavolo, e li lesse. La pioggia cadeva a torrenti: la folla resta immobile. Coi dodici articoli si domandavano tutte le libertà, la eguaglianza dinanzi la legge, l?abolizione dei privilegi, l?autonomia dell?Ungheria, avente il suo re, imperatore a Vienna. Si esigeva che i soldati ungheresi non fossero inviati all?estero, e che i reggimenti stranieri fossero allontanati dal paese. Le acclamazioni della folla divennero frenetiche. Per la folla, come pei bambini, il grido è una forza. Pet?fi lesse allora la sua poesia.

Pet?fi aveva appena ventiquattro anni, una piccola statura, un viso magro rischiarato da due occhi neri e risplendenti, l?aspetto fiero. Si lasciava accostare difficilmente. Vestiva da contadino e non portava mai cravatta. Tutti lo conoscevano; lo si amava e lo si detestava eccessivamente. Egli era fiero, brusco, brutale nella sua franchezza, democratico intero ed assoluto, coraggioso fino alla storditezza. Bem, più tardi, lo prese per aiutante: erano degni di essere amici. Vi racconterò in seguito come morì. La poesia che egli lesse è intraducibile. Abbiatene il riflesso-il riflesso del sole delle regioni boreali nell?inverno.

Della patria al santo appello,

O Magiari, orsù sorgete;

Esser schiavi od esser liberi

è in poter di voi: scegliete.

Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,

Noi giuriamo,

Noi giuriamo

L?empio giogo di spezzar.

Questa strofa fu la miccia che mette il fuoco alla mina. Una voce immensa, la voce di tutto un popolo, scoppiò nel grido: Lo giuriamo!

Sì, essi lo giurarono, e tennero il giuramento dato.

Pet?fi continuò:

Fummo schiavi. In servo avello

Gli avi dormono. A noi spetta

Di giurar sui loro tumuli

E compirne la vendetta.

Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,

Noi giuriamo,

Noi giuriamo

L?empio giogo di spezzar.

-Noi giuriamo, gridò la folla di nuovo col rumore del tuono.

Pet?fi riprese:

Maledetto chi, pugnando,

Di morire avrà timore,

Chi la vita-inutil cencio-

Prezza più del patrio onore.

Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,

Noi giuriamo,

Noi giuriamo

L?empio giogo di spezzar.

Lo giuriamo! echeggiò la folla, alzando le mani al cielo per prenderlo a testimonio.

Pet?fi continuò. Si sarebbe detto che la sua voce suonasse il tocco funebre dell?Austria.

Più dei ceppi brilla il brando,

E assai meglio il braccio adorna;

Pur di ceppi fummo carichi,

Ora, spada, a noi ritorna.

Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,

Noi giuriamo,

Noi giuriamo

L?empio giogo di spezzar.

-Noi giuriamo, urlò la folla, e tutti quelli che avevano una sciabola, la brandirono.

Le due città, Buda e Pesth, si riscossero all?eco di quel giuramento.

Pet?fi, commosso vivamente, declamò l?altra strofa:

Dei Magiari al nome, intera

La sua gloria renderemo,

L?onta vil di tanti secoli

Noi col sangue laveremo.

Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,

Noi giuriamo,

Noi giuriamo

L?empio giogo di spezzar.

-Lo giuriamo, risuonò, come il coro antico della feste patriottiche della Grecia, l?immensa voce delle due città.

Pet?fi fini il suo inno:

Sui sepolcri nostri proni

A pregar un dì vedremo

I redenti nostri posteri,

E dal ciel n?esulteremo.

Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,

Noi giuriamo,

Noi giuriamo

L?empio giogo di spezzar.

-Lo giuriamo, ripetè la folla, ed intuonò l?intiero ritornello, illuminandolo di una musica improvvisata, ed aggiungendovi: Viva l?Ungheria! viva la libertà!

Quando io, alla tavola degli ufficiali, lessi il racconto di questa scena ed il canto di Pet?fi, che io pel primo aveva ricevuto, non restò più nè un bicchiere nè un tondo sulla tavola: tutto fu gettato in aria, come per lo scoppio d?una bomba. All?indomani il colonnello, informato di questa scena, ci mise tutti agli arresti. Sua moglie ci inviò dello Champagne e dei fiori. Noi spargemmo in mezzo ai soldati la poesia di Pet?fi.

Da quel giorno, la nostra vita fu un accesso di febbre in permanenza. Le notizie della nostra patria si succedevano sempre migliori. Il Comitato di salute pubblica decretava, organizzava, armava la Guardia nazionale; un Ministero ungherese responsabile era nominato, e ne facevano parte Luigi Batthyany, il cavaliere dell?Ungheria; Deak, che più tardi doveva essere il Fabio dell?autonomia ungherese; quello Stefano Szechenyi, che durante trent?anni fu alla testa di tutti i progressi, di tutte le audacie, di tutte le grandi cose e le grandi idee del suo paese, e che la catastrofe della rivoluzione doveva colpire di follia; il principe Eszterhazy, il quale, essendo in missione come deputato della Dieta presso l?arciduca Francesco Carlo, padre dell?imperatore attuale, e pregato di attendere perchè l?arciduca pranzava, sclamò: ?Sua Altezza può ben mangiare un piatto di meno, quando la monarchia è in pericolo!? Kossuth, finalmente, il cui spirito patriottico animò l?Ungheria, e le rese il sole che aveva illuminato i Giovanni Hunyad, i Giovanni Zapolya, i Francesco Rakoczy, i Bethlen, i Bocskay.

Il movimento si propagò alle altre razze, agli altri paesi della corona di Santo Stefano: Slovacchi, Ruteni, Vendi, Croati, Serbi, Valacchi, Sassoni, Siculi, Transilvani. Tutti si alzarono al fragore della grande parola: libertà! eguaglianza! Tutti benedissero l?iniziativa dei Magiari. La Dieta di Kolosvar volle avere la sua notte del 4 agosto. Il grande patriotta Nicola Wesselenyi, che usciva dalle prigioni dell?Austria, ottuagenario, cieco, sorse in mezzo ad una fremente assemblea, e sclamò, parlando dei contadini:

-Che essi non sieno più plebe! che sieno cittadini liberi.

-Sieno! rispose di una voce, come un sol uomo, l?assemblea levandosi in piedi.

-Che sieno eguali dinanzi alla legge, come lo siamo noi, riprese Wesselenyi.

-Sieno! ripeterono i deputati ungheresi.

-Che sieno nostri fratelli, ed abbiano comuni con noi doveri e diritti.

-Sieno! gridò l?assemblea, coprendo d?applausi le parole dell?oratore.

-Sì, continuò Wesselenyi, sì, che da oggi, giorno della Trinità, in avanti, tutti partecipino ai benefizii della libertà, dell?eguaglianza, della fraternità, quest?altra santa Trinità politica!

E sedette, mentre l?assemblea sempre in piedi applaudiva e sanzionava il nuovo patto, e mentre che lo strepito delle sciabole e mille evviva annunziavano al di fuori, che non c?erano più in Transilvania che degli uomini liberi.

Questa concordia, questa libertà, erano la condanna della monarchia austriaca. Essa lo comprese, e provvide.

La sede del Governo ungherese fu trasferita a Buda-Pesth. Le nazionalità annesse ne furono gelose. Tanto bastava. La leva era trovata, o, a meglio dire, creata. L?Austria, che aveva già schiacciato l?Italia, se ne impadronì. I Croati diedero l?esempio. Il bano Jellachich, il ganzo fortunato dell?arciduchessa Sofia-la fatale amante del disgraziato duca di Reichstadt,-diede il segnale. ?Il mio cuore è con voi? gli aveva detto quell?arciduchessa, madre di Francesco Giuseppe. I Serbi seguirono, poi i Sassoni, poi i Rumeni, poi i Confini militari.

La Dieta si riunì a Pesth. Essa votò una chiamata di 200,000 uomini, ed un prestito di 42,000,000 di fiorini. Lo slancio era dato. Le ostilità cominciarono. Il re, chiamato a Buda, rifiutò di venirvi.

I Serbi batterono l?esercito ungherese a Szent-Ramas, ove apparve quel famoso Janku, al quale, più tardi, Francesco Giuseppe doveva dire quel celebre: Multum fecisti, Janku, vere multum fecisti!, che lo fece passare per un letterato. Il Palatino tentò un colpo di Stato. Jellachich passò la Drava. La Dieta che voleva ancora restare nella legalità, inviò una deputazione al re.

La Corte tenne a bada la deputazione.

La deputazione finì coll?accorgersene.

-A rivederci sulla Drava! disse Batthyany a Jellachich.

-A Pesth, se volete! rispose il venusto Croato: vi risparmio il disturbo di rendermi visita.

E si pose alla testa del suo esercito, accompagnato dai voti di tutta la Corte.

-Siamo attaccati da otto parti in una volta, sclamò Kossuth in mezzo alla Dieta.

Il Palatino fuggì. L?Ungheria si sollevò.

Le truppe ungheresi, che si trovavano in Italia, erano già state richiamate, ma Radetzky aveva rifiutato di lasciarle partire. Il dì 20 agosto, il re firmò il decreto pel quale i reggimenti ungheresi, nelle altre provincie dell?Impero, erano restituiti in Ungheria. Il decreto fu comunicato al colonnello Tichter, come agli altri capi di corpo. Il colonnello lo stracciò, sotto il pretesto che non era il ministro della guerra dell?Impero, o dell?imperatore, che glielo significava, ma il ministro del regno d?Ungheria e del re. Il colonnello era austriaco nell?anima, vale a dire idolatra della forza. In conseguenza, il decreto del diritto non gli pareva legale. Ma per noi era più che legale.

Attendemmo per cinque giorni l?ordine della partenza. L?ordine non venne. La contessa mi disse: Non verrà mai.

Il capitano del 4.o squadrone diede il segnale.

Una mattina, un suono di tromba per la chiamata venne a destarci ad un?ora inusata. Gli appartamenti del colonnello sporgevano sull?immensa corte della caserma. Egli stava scorrendo la corrispondenza ed i giornali arrivati da Vienna, e brontolava forte. La contessa leggeva appo di lui i giornali ungheresi, e sembrava raggiante. A quella fanfara inattesa, il colonnello si alzò, e corse alla finestra. Aveva una berretta rossa sul capo, la pipa in bocca, delle pianelle e una zimarra da camera. Scendendo, prese uno scudiscio. E fu in questa guisa ch?e? si presentò davanti il 4.o squadrone, già pronto e sul punto di mettersi in marcia.

-Cosa è codesto? gridò il conte Tichter, fulminando dello sguardo il capitano.

-Colonnello, rispose questi, ponendosi alla testa dello squadrone, noi partiamo.

-E dove andate?

-A Pesth, colonnello.

-Chi vi ha dato l?ordine della partenza?

-Il ministro della guerra, Lazzaro Meszaros.

-Non conosco i vostri pulcinelli io, ruggì il colonnello; sono il padrone del reggimento, ed esso non riceve ordini che da me.

-Colonnello, v?è un padrone di tutti, re per noi, imperatore per voi. Egli ha approvato il decreto del 20 agosto.

-Andate a costituirvi prigioniero; un Consiglio di guerra giudicherà la vostra risposta.

-A Pesth sì. Qui no.

Quasi tutto il reggimento era accorso. Il colonnello adocchiò il capitano del 2.o squadrone, che aveva riunito tutti i suoi; erano per montar a cavallo.

-Capitano, gli disse, impadronitevi del capitano del 4.o squadrone, e fate disarmare l?intero squadrone.

-Colonnello, rispose pulitamente il capitano, date ad un altro quest?ordine parto: anch?io. Partiamo col 4.o

La tromba suonò la marcia. I due squadroni lasciarono Marienpol. Il colonnello lasciò andare una spaventevole bestemmia, e rientrò.

Ci aspettavamo che l?Austriaco all?indomani si fosse posto alla testa dei due squadroni che gli restavano, ed avesse raggiunto il 2.o ed il 4.o

Non ne fece nulla. Il giorno dopo, tutti gli ufficiali e sotto ufficiali gli intimarono la partenza. Bisognò che cedesse, sapendosi sorvegliato.

-Non vi fidate di lui, mi disse alla sera la contessa. Egli medita un colpo. Non so quale, ma un tradimento, sicuro.

-Vi è pericolo per voi, signora?

-Non so. Vegliate su me.

Questo ?vegliate su me? era la confessione che io attendeva da sei mesi. Ella sapeva che io l?amava come un forsennato, e mi tacevo. Suo marito, egli stesso, mi pareva sospettasse la mia passione. La contessa non aveva fatto nulla per incoraggiarmi, ma io aveva indovinato che il mio amore l?aveva tocca, e che forse meco lo divideva. Come era bella, Dio mio, quando il suo guardo inebbriato posava su di me, e mi avviluppava di un?aureola luminosa!

Partimmo in mezzo agli applausi di tutti gli abitanti di quella città; le donne ci inviavano dei baci, i vecchi delle benedizioni, i giovani degli augurii. Il colonnello si tenne sempre alla coda del reggimento, sotto il pretesto di star vicino a sua moglie, che ci seguiva a cavallo. Mi fe? restare presso di sè, onde trasmettere al reggimento i suoi ordini in ungherese, lingua ch?egli non parlava. Arrivammo al Dniester. Pioveva da tre giorni: il fiume era ingrossato e torbido. Bisognava traversarlo a nuoto. Il primo squadrone vi si lanciò; il terzo lo seguì. Il colonnello non si mosse. Quando tutti furono all?altra riva, egli afferrò con violenza la briglia del cavallo di sua moglie, dicendole:

-Seguimi.

-Soccorso! gridò la contessa, strappandogli dalle mani la briglia.

M?interposi.

-La signora contessa vuol ella continuare il viaggio verso la sua contrada? le domandai.

-Sì, lo voglio.

Per sola risposta, il colonnello cavò una pistola dagli arcioni, e fece fuoco su di me. Mi sbagliò. Tirai a volta mia. Egli cadde. Il colonnello Tichter era un colosso. M?impadronii allora delle briglie del cavallo di Amelia, e ci lanciammo nel fiume. Fummo accolti all?altra riva con urrà interminabili: i miei compagni avevano veduto tutta la scena. Continuammo la marcia. Ci mancavano viveri e denari. Quel po? di pane che i contadini ci somministravano, era dato ai cavalli, e per nostro conto ci alimentavamo con torzoli di cavoli, di granturco e di legumi crudi, che si potevano trovare. Avevamo fretta d?arrivare.

Altri reggimenti e frazioni di reggimenti fecero come noi.

Entrammo a Buda il giorno memorabile del 28 di settembre 1848.

La Corte di Vienna oggimai aveva gettata la maschera. Non cospirava più, attaccava. Il 25 settembre, essa lanciò due manifesti reali. Col primo, il re accusava di rivolta la Dieta, i ministri, la nazione, e nominava il conte di Lamberg, ungherese di nascita, austriaco di cuore, a commissario reale in tutto il paese, comandante di tutta la forza armata. Col secondo, il re ordinava ai soldati di rientrare sotto le loro antiche bandiere.

L?assemblea si era riunita al 27 di sera, ed aveva decretato: Che i manifesti erano illegali ed incostituzionali; che la nomina di Lamberg era nulla; che le truppe non dovevano obbedire, sotto pena di tradimento. Kossuth stese in questo senso un proclama al paese, che copriva all?indomani tutte le mura di Buda e di Pesth.

L?agitazione delle due città era al colmo. Il general Lamberg la sfidò.

Egli dimorava in un albergo di Buda. Il mattino, prese una vettura, e si fece condurre a Pesth presso Giorgio Mailath giudice del regno. Proprio in quel momento noi avevamo attraversato Buda in mezzo alle frenetiche acclamazioni di una folla immensa e di un popolo intero, armato di falci, di cui s?era impadronito in un pubblico deposito. La nostra vista raddoppiò il loro entusiasmo e la loro esasperazione.

Io mi separai dai miei compagni, perchè la contessa mi aveva pregato di accompagnarla alla sua casa. Io ero divenuto pallido, ma avevo obbedito. Essa andava da suo padre. Alla porta del magnate, volli ritirarmi, e colla disperazione nella voce le dissi addio. Ella mi ordinò di salire con lei. Quando fummo nel salotto, la mi disse:

-Signor Zapolyi, attendetemi un istante, voglio presentarvi a mio padre.

-Al principe Nyraczi?

-Al principe Nyraczi.

-Giammai.

-Perchè dunque, di grazia?

-Perchè, signora, io sono il figlio di Paolo Nagy. Io sono quel giovine disonorato, al quale vostro padre fece dare ventiquattro colpi di frusta pel delitto commesso... di aver cercato di vedervi. Non l?ho mai perdonato.

Amelia si lasciò cadere sopra una seggiola, e sembrò abbattuta. Io restai in piedi, credendo vedere lo spettro di mio padre appiccato che mi gridava: vendetta! D?un tratto la contessa si alzò, si slanciò a me d?incontro, le braccia aperte, e sclamò:

-Maurizio, io t?amo.

Da quel momento ho creduto alle visioni del paradiso.

Cinque minuti dopo, io usciva dal palazzo, e mi parve di emergere da una stella e cadere in una notte eterna. Camminai forte: avevo bisogno d?aria e di spazio. La mia vita straripava, mi soffocava. Mi fermai un momento per respirare, all?estremità di quello splendido ponte sul Danubio che congiunge Pesth a Buda. La giornata era raggiante. Il cielo mi sembrava vestito a festa, di un azzurro più limpido del solito onde rallegrarsi della festa del mio cuore. Il Danubio, dallo sguardo giallo, dall?andare tranquillo e linfatico, borbottava alcunchè di rauco e d?indeterminato, ma non aveva già quell?accento di collera che s?indovina nel brontolío del Po e del San Lorenzo. Al di là, la roccia appesa e misteriosa che porta la cittadella, e sovrappiomba nel fiume. All?indietro, delle brune colline dai poggi di vigna, tagliati da burroni, lungo i quali s?arrampicano i casini, le osterie, i caffè, le case rustiche dai campaniletti rabescati; e più lungi ancora all?estremo orizzonte, in mezzo ad un vapore violaceo, dei punti cerulei come una manata di turchesi, i primi spalti dei Carpazii. Io scorgeva tutto ciò in una volta, con uno sguardo interno, che avrebbe abbellito ed illuminato la bottega d?un carbonajo, allorchè una vettura traversò il ponte, ed una testa, coperta da un cappello da generale, si mise fuori per guardarmi: era il conte Lamberg.

Fu visto e riconosciuto.

Non durò che un lampo. Una folla, che sbucava non so donde, si gittò sopra di lui, rovesciò la vettura, i cavalli, il cocchiere, lo trasse fuori, lo trascinò, l?uccise, gli tagliò il capo. Io aveva appena sc?rto un uomo vivente che mi squadrava di un?aria burbera; un minuto dopo, vidi una testa pallida ed insanguinata in cima ad una picca. Un brivido percorse tutta la città. La folla armata di falci irruppe nella sala dell?assemblea. Il presidente balzò sul suo seggio, e con gesto da re, gridò:

-In nome della legge, vi ordino di uscire.

Le grida si spensero in un attimo, e quegli uomini insanguinati se ne andarono come pecore, senza rispondere una parola.

All?indomani, Moga batteva Jellachich a Pakozd, lasciandogli l?infamia di tirare il primo colpo di fuoco. Cinque giorni dopo, G?rgey disarmava mille ottocento austro-croati; ed il 7 ottobre, Maurizio Perczel raggiungeva il corpo di Roth e Philippovich, forte di settemille e cinquecento uomini, e l?obbligava a posare le armi.

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