Il treno si fermò.
- Capua; Capua. - gridarono tre o quattro voci, monotonamente, nella notte.
S'udì uno strepito di sciabole trascinate e un vivo parlottare fra lombardo e piemontese: un gruppo di ufficialetti, tanto per finire la serata, era venuto a vedere il passaggio del treno notturno Napoli-Roma. Mentre il conduttore chiacchierava, sommesso, col capo-stazione, che gli dava una commissione per Caianiello, e il postino tendeva un sacco di tela pieno di lettere all'impiegato postale ambulante, gli ufficiali, discorrendo fra loro e facendo, per abitudine, risonare i loro speroni, guardavano se qualcuno salisse o scendesse, sbirciavano dagli sportelli aperti se apparisse qualche bel visetto di donna o la faccia di qualche amico. Ma molti sportelli restavano chiusi, con le tendine oscure tese sui vetri, da cui una luce fioca di lampada velata traspariva, quasi uscendo da un'alcova dove già il sonno avesse vinto i viaggiatori: da quelli aperti si scorgevano, nella penombra, dei corpi sdraiati, in un ammasso bruno di coperte, di mantelli e di scialli.
?Dormono tutti?, disse un ufficiale: ?sarebbe meglio andare a letto?.
?Questi saranno due sposini?, soggiunse un altro, leggendo sopra uno sportello: riservato.
E poichè le tendine non erano abbassate, l'ufficiale che ardeva di curiosità giovanile saltò sul predellino, e accostò il volto al cristallo: ma discese subito, deluso, stringendosi nelle spalle.
?è un uomo solo?, mormorò: ?un deputato, certo; dorme anche lui?.
Ma l'uomo solo non dormiva. Era lungo disteso sul divano, con la testa appoggiata al bracciale di mezzo, un braccio dietro la nuca e la mano nei capelli: l'altra mano si perdeva nello sparato dell'abito: gli occhi chiusi. Pure, il viso non aveva quella espressione molle dei muscoli che riposano, quella quietezza grave dei lineamenti umani nel sonno: invece, in tutte le linee, vi era la contrazione del pensiero. Quando il treno in partenza ebbe passato il ponte sul Volturno, e s'internò nella campagna deserta, nera, l'uomo riaprì gli occhi, cercò di mutar posizione per potersi addormentare più facilmente. Ma il rumore del treno, sempre uguale e continuo, gli martellava nella testa. Ogni tanto, nell'ombra, una casa colonica, un villino, una casetta cantoniera, sorgevano, oscurissime sul fondo oscuro: un filo sottile di luce trapelava dalle fessure, una lanternina accesa faceva come un circolo danzante di fiammelle, dinnanzi al treno che passava.
Egli pensò fosse il freddo che gl'impediva di dormire. Assuefatto alla mitezza delle notti meridionali, non avendo l'abitudine di viaggiare, era partito con un semplice e leggiero soprabito, senza coperta, senza sciallo, con una piccola valigia e un baule che lo seguiva, al bagagliaio. L'importante, per lui, non erano le vesti, nè le carte, nè i libri, nè la biancheria: era quella medaglina d'oro, prezioso amuleto, che gli pendeva dalla catenella dell'orologio. Dal giorno che l'aveva avuta, richiesta dalla provincia, per una eccezione, al questore della Camera, le dita correvano a toccarla, leggiermente, come per una macchinale carezza; e nei momenti in cui si trovava solo, la stringeva nella palma della mano, sino a farne restare il rosso sulla pelle. Per avere il vagone riservato, l'aveva mostrata al capo-stazione, chinando gli occhi, stringendo le labbra, quasi a reprimere uno sguardo di trionfo e un sorriso di compiacenza: e dal principio del viaggio la teneva in mano, come se temesse di perderla, comunicandole il calore della sua epidermide che bruciava. Ed era così acuto il senso di piacere che gli dava quel contatto e quella possessione, che sentiva, delicatamente, tutte le asperità e le concavità del metallo - e sentiva, sotto le dita, la cifra e la parola:
XIV Legislatura
Sul rovescio, un nome, un cognome, la presa di possesso:
FRANCESCO SANGIORGIO
Con le mani calde, rabbrividiva di freddo.
Si levò e andò verso lo sportello. Ora il treno sfilava in aperta campagna, ma il suo rumore era più sordo: pareva che le ruote fossero state unte di olio, e scivolassero chetamente sulle rotaie, per accompagnare, senza turbarlo, il sonno dei viaggiatori. Dirimpetto, sopra un'alta proda nera, si stampavano, fuggendo, gli sportelli luminosi: non un'ombra dietro i cristalli. La grande casa dormiente correva nella notte, come mossa da una volontà ferrea, ardente, che trasportasse seco tutte quelle volontà inerti nel sonno.
- Dormiamo, - pensò l'onorevole Sangiorgio.
Sdraiatosi di nuovo, cercò di assopirsi. Ma il nome di Sparanise, detto sottovoce, due o tre volte, alla fermata, gli rammentò il piccolo e povero paese di Basilicata, onde veniva, che insieme con venti altri poverissimi villaggi, gli aveva dato tutti i suoi voti per crearlo deputato. Il piccolo paese, distante tre ore da una stazione ignota della linea ferroviaria Eboli Reggio, dove il capo-stazione aveva le febbri, parea molto lontano all'onorevole Sangiorgio; lontano e abbandonato in una valle paludosa, tra le nebbie malsane che salgono, nell'autunno, dai torrenti, il cui letto scoperto, resta, nell'estate, pietroso, arido e giallo. Venendo dal paesello alla stazione, nella solitudine di quella deserta campagna di Basilicata, era passato accanto al cimitero, un grande orto quadrato, con le croci nere, dove sorgevano due pini alti, eleganti. Ivi giaceva, sotto la terra, sotto l'unica lapide di marmo, il suo antico avversario, il vecchio deputato che veniva sempre rieletto per tradizione patriottica, e che egli aveva combattuto con la improntitudine del giovane ambizioso, che non conosce ostacoli. Nè avrebbe mai vinto, il giovane presuntuoso, nato troppo tardi, com'egli diceva, per poter fare la patria; ma la morte, compiacente alleata, gli aveva procurata facile e piena la vittoria: egli avea trionfato, rendendo omaggio al vecchio patriota defunto. E passando presso al camposanto, non provò nel cuore nè pietà, nè invidia pel vecchio milite stanco, che era disceso nella grande serenità della morte. Tutto questo scompariva alle sue spalle, insieme col lungo decennio volgare di avvocatura provinciale, col lavoro meschino e quotidiano nelle preture, nei tribunali, raramente in Corte d'Assise, per liti di terreni, per qualche eredità di trecento lire, per un colpo di roncola: tutto un mondo piccolo, gretto, di vili interessi, di furfanterie contadinesche, di raggiri finissimi per uno scopo volgare, in cui il cliente diffidava dell'avvocato, e costui guardava il cliente, come un nemico disarmato. Dieci anni: il contatto con una gente di tribunale, misera, ignorante, o tranquillamente triviale, o severamente fredda - un mondo glaciale, repulsivo, in continuo movimento da un capo all'altro d'Italia, una fantasmagoria di facce sempre nuove, incapaci di cordialità, o timide da non poterla tentare - e davanti a questo mondo, il giovane avvocato si sentiva morire nell'anima ogni ardore di passione; anche la parola gli moriva nella gola. E poichè la causa che doveva difendere era di una trivialità aridissima, e la gente a cui doveva parlare lo guardava, indifferente, con la faccia pacata di chi non pensa più, egli finiva con sbrigarsi in poche parole, seccamente, del suo dovere di difensore: non aveva perciò grande riputazione di avvocato. Non egli poteva intenerirsi più, lasciando la casa paterna e i vecchi parenti che, vedendolo partire, piangevano come tutta la gente antica d'anni, quando qualcuno parte, per quel gran senso di egoismo che è nella vecchiaia: molte tempeste segrete e caldissime, eruzioni interne senza sfogo, avevano disseccate le sorgenti di tenerezza del suo cuore. Nel viaggio, ora, egli ricordava tutto, lucidamente, ma senza provarne emozione, come uno spettatore disinteressato. Chiudeva gli occhi per dormire: non poteva.
Nel treno, invece, pareva dormissero tutti, in sonno profondo. Attraverso il rumore del treno, sempre più cullante, l'onorevole Sangiorgio credeva quasi di udire un lungo respirare calmo, gli pareva quasi di vedere un grande petto sollevarsi e abbassarsi lentamente, nel felice alternarsi meccanico della respirazione. Alla stazione di Cassino, dove il treno si ferma per cinque minuti, all'una dopo mezzanotte, non discese alcuno; e il garzone del caffè che dormiva sotto la lampada a petrolio, con le braccia sul marmo del tavolino e la testa sulle braccia, non si mosse. I guardafreni, avvolti nel cappotto nero, col cappuccio calato sugli occhi e una lanternetta in mano, andavano tentando i freni, che mandavano uno squillo metallico, di un'intonazione purissima, come cristallo. Anche il fischio della vaporiera, partendo, era dolcemente rauco, voce grossa e acuta, che si smorzava, per delicatezza. Riprendendo il cammino, il movimento del treno era come un dondolìo molle, senza stridori, senza urti, senza scatti, un andare rapido come sul velluto, con un rombo sordissimo che pareva il russare di un forte gigante addormentato, nella pienezza del suo riposo. Francesco Sangiorgio pensò a tutta quella gente che viaggiava con lui: gente addolorata per la partenza o allegra pel paese dove si recava; gente innamorata senza speranza, innamorata tragicamente, o felicemente innamorata; gente preoccupata dal lavoro, dagli affari, dalle angustie, dall'ozio; gente oppressa dall'età, dalle infermità, dalla gioventù, dalla felicità; gente che sapeva di camminare a un drammatico destino, o che ci si avviava, inconscia. Eppure, tutti costoro, dopo mezz'ora, a uno a uno, avevano ceduto lentamente al sonno, tutto, l'anima e il corpo, obliando. Il benefizio amoroso, profondo, risanatore del riposo era disceso su quegli ardori, e li aveva mitigati, si era allargato su quella tribolata parte dell'umanità, troppo felice o troppo infelice, placandola nel sonno. Nervi irritati, collere, disprezzi, desiderii, morbosità, vigliaccherie, mestizie incurabili, tutte le miserie e tutte le grandezze umane, viaggianti in quel treno notturno, posavano, nella grande dolcezza dell'addormentamento. Il treno si portava via, alla loro sorte, triste, buona, mediocre, quegli spiriti sognanti e quelle forme abbattute nella quiete: quegli esseri godevano la profonda voluttà dell'annichilimento senza dolore, lasciando a una forza, fuor di loro, il trasportarli lontano.
- Ma perchè non posso dormire anch'io? - pensava Francesco Sangiorgio.
E un momento, ritto, nel suo vagone deserto, sotto la vacillante luce della fiammella a olio, con la campagna nerissima che fuggiva dietro i cristalli, con la leggera brina che appannava quei cristalli, col freddo della notte che si faceva più frizzante, gli parve d'essere solo, irrimediabilmente, abbandonato, perduto, nella debolezza della solitudine. Si pentì di avere per orgoglio richiesto un compartimento riservato, desiderò la compagnia di un uomo, quella di una persona qualunque, un suo simile, il più umile. Si sentì smarrito e pauroso come un bimbo, in quella gabbia donde non poteva uscire, che la macchina portava via, quella macchina che egli era impotente a fermare nella sua corsa: era spaventato, come una miserabile creatura che veglia, solitaria, in una casa dove tutti dormano. Una soffocazione lo assalse alla gola, se no, avrebbe gridato per chiedere aiuto: uno sfinimento lo prese alle gambe, e lo abbattè, di nuovo, sul sedile.
Ma questo durò pochissimo: la coscienza del coraggio rinacque subito in lui, e l'abitudine di una vita deserta di soccorsi morali, tutta chiusa in se stessa, tutta appoggiata sulle proprie forze, vinse quel minuto di terrore. A un pensiero che per molto tempo era rimasto latente, e che ora si presentava nella sua forma concreta, con un nome di quattro lettere, egli balzò di scatto dal divano, e si diede a passeggiare, nervosamente, su e giù nella carrozza.
- è Roma, è Roma... - mormorava.
Sì, era Roma. Adesso quelle quattro lettere, rotonde, chiarissime, squillanti come le trombe di un esercito in marcia, si disegnavano nella sua fantasia, con un'ostinazione d'idea fissa. Il nome era breve e soavissimo, come uno di quei flessuosi e incantevoli nomi di donna che sono un segreto di seduzione; e gli si avvolgeva nella mente in attorcigliamenti bizzarri, in meandri di fascino. Non poteva, non sapeva formarsi l'idea che quelle quattro lettere, come scolpite nel granito, rappresentavano. Il senso che quello fosse un nome di una città, di un grande agglomeramento di case e di popolo, gli sfuggiva: Roma gli era ignota. Per mancanza di tempo, per non sciupare del denaro, ragione di tutte più forte, avvocatuccio ignoto, individuo insignificante, egli non era mai stato a Roma. E non avendola vista, non poteva rappresentarla che astrattamente, come una grande cosa fluttuante, come un grande pensiero, come una grande visione singolare, come un'apparizione femminile ma ideale, come un'immensa figura dai contorni indistinti. Così, tutto quello che egli si figurava di Roma era grandioso, ma indeciso, indefinito: paragoni strani, finzioni che diventano idee, un tumulto nella fantasia, un miscuglio d'immagini e di concetti che si sovrapponevano. Dentro quella maschera glaciale di meridionale pensieroso, ardeva il fuoco di una immaginativa abituata a contemplazioni egoistiche e solitarie: e Roma vi metteva il subbuglio.
Oh! egli la sentiva, Roma: la vedeva, come una colossale ombra umana, tendergli le immense braccia materne, per chiuderselo al seno, in un abbraccio potente, come quello che Anteo riceveva dalla terra, e ne usciva ringagliardito: gli pareva di udire, nella notte, la soavità irresistibile di una voce femminile che pronunziasse il suo nome, ogni tanto, dandogli un brivido di voluttà. La città lo aspettava, da un pezzo, come un figlio amato e lontano; e lo magnetizzava col desiderio della madre, profondo, che evoca il figliuolo.
Da tempo egli sentiva questa seduzione di amore, questo appello di amore, intorno a sè: si rodeva d'impazienza, fermo al suo posto, avvinghiato da mille difficoltà materiali e morali, non potendo sciogliersi, con un tormento inferiore che gli faceva pallido il viso e torbido l'occhio. Quante volte, da terrazzino coperto, ad arcate, della sua casa, nel suo paese di Basilicata, egli aveva guardato l'orizzonte chiarissimo dietro la collina, pensando che dietro quell'arco di cielo che si piegava, grandioso, era Roma che lo aspettava! Come i fedeli e pietosi amatori che hanno la loro donna lontana, e si struggono nel desiderio di raggiungerla, egli considerava malinconicamente tutta la distanza che lo separava da Roma, e come, nell'amore contrastato, fra lui e la sua donna si frapponevano uomini, cose, avvenimenti. Di che odio profondo, segreto, tutto concentrato nel suo cuore, egli detestava tutti coloro che si mettevano fra lui e la città che lo chiamava! Come gli amatori, nel mondo intero, egli non aveva che la visione deliziosa della persona che egli amava, che lo amava: tutte queste ombre nere che si interrompevano fra lui e la lucentezza del suo sogno, gli davano lo spasimo. Un'amarezza gl'inondava le vene: nel suo spirito era un grande serbatoio di rancori, di collere, di disprezzi, di desiderii, come in quello degli amatori.
Dieci anni di battaglie, tenendo Roma nel cuore, lo avevano trasformato. Una diffidenza, nascosta degli altri e una soverchia stima di sè: un raccoglimento continuo, talvolta dannoso; uno studio incessante di freddezza, mentre, dentro, l'anima gli ribolliva; un disprezzo profondo di tutte le altre forze umane, che non fossero l'ambizione; uno squilibrio crescente fra il desiderio e la realtà; segreta, ma acutissima la conseguente delusione; l'amore del successo, niente altro che il successo. Questo era accaduto, nella oscurità della sua coscienza; ma talvolta, nelle ore bieche della disfatta, egli si abbatteva in una debolezza infinita; una umiliazione soverchiava tutto il suo orgoglio, egli si sentiva un povero essere, limitato, miserrimo. Come gli amatori, quando li sopravvince la cattiva fortuna, egli si sentiva indegno di Roma. Oh! bisognava domarsi nella pazienza, rafforzarsi nella perseveranza, temprarsi le forze nell'avversità, purificarsi lo spirito nel fuoco consumatore, come un penitente antico, per essere degno di Roma. Figura ieratica di sacerdotessa, di madre, di amante, Roma vuole espiazioni e sacrifici, vuole un cuore puro e una volontà di ferro...
- Ceprano, Ceprano, dieci minuti di fermata, - si gridò fuori.
L'onorevole Francesco Sangiorgio si guardava attorno, ascoltava, come un trasognato: egli aveva la febbre.
Prima una sbarra di un verdino pallidissimo, che saliva, parallela, all'orizzonte: poi un chiarore livido, freddo, di cui sembrava potersi vedere la lentissima dilatazione sull'alto del cielo. In quella glacialità di notte spirante, la campagna romana si apriva, vastissima. Dallo sportello presso cui stava ritto, Francesco Sangiorgio la guardava. Era un'ampiezza di pianura il cui colore ancora non si scorgeva, ma che, qua e là ondulava, come le dune d'un mare poco lontano; e la penombra fitta, con quella scialba irradiazione che ancora non arrivava a vincerla, dava alla campagna romana uno sconfinamento di deserto. Non un albero: solo, di tratto in tratto, una siepe alta e fitta, nera, che pareva facesse una riverenza circolare e fuggisse.
Le stazioni cominciavano ad apparire bigie, tutte umide ancora della brina notturna, con le finestre sbarrate e le persiane verdi che avevano presa una tinta rugginosa, i magri alberetti di oleandri coi rami pendenti e i fiori tutti stillanti, pioventi al suolo, come se piangessero; con l'orologio dal largo disco biancastro che macchie di umidità deturpavano, e le cui brune lancette, dalla testa grossa, sembravano un ragno nero, a due gambe. Il capo-stazione, tutto imbacuccato nel pastrano, con una sciarpa che gli fasciava le mascelle, andava e veniva, tra i facchini, col capo abbassato: e nella freddissima aria mattinale, un sottile odore di terra bagnata, odore acre, feriva il cervello. Un grosso paese, eretto sopra una collina, fortificato da un giro di mura e da due torri, comparve, tutto bigio, tutto vecchio, con un'aria medievale: era Velletri.
Ora, nel treno avveniva un certo risveglio; nel vagone accanto si sentiva scricchiolare il pavimento, due persone parlavano. Da uno sportello di prima classe, la testa d'un prete spagnuolo, molto bruno, dalle guance dure e rase, che avevano un'ombra azzurrina, si sporgeva, fumando alacremente un sigaro. Ma come l'alba s'irradiava in tutto il cielo, bianchissima, gelata, tutta la nudità della campagna romana apparve, nella sua grandezza. Su quei prati a perdita di vista, smarriti in una luce mite, un'erba rada e piccola cresceva, di un verde tutto molle di acquitrino; qua e là grandi appezzamenti giallastri, macchiati di marrone, una terra grossa e rude, pietrosa, fangosa, incoltivabile. Era un imperial deserto che nessun albero allietava, che nessuna ombra d'uomo animava, che non attraversava alcun volo d'uccelli; era una desolazione immensa, solenne.
Contemplando questo paesaggio, che a nulla rassomiglia, Francesco Sangiorgio era preso da un senso crescente di sorpresa, in cui tutti i suoi sogni personali si dileguavano. Stava a guardare, muto, immobile, rannicchiato nell'angolo della carrozza, tremando di freddo, sentendo calmarsi il battito delle tempie. Indi a poco una pesantezza gli scendeva sulle palpebre, un rilassamento gli distendeva tutta la persona, egli provava tutta la stanchezza della notte trascorsa vegliando. Avrebbe voluto sdraiarsi nella carrozza, con un bel raggio di sole, che entrasse dal finestrino aperto, per dormire, una buona ora, sino a Roma; invidiava quelli che avevano passato quelle lunghe ore notturne a ristorarsi le forze, nel riposo.
Ora il viaggio gli sembrava interminabilmente lungo, e lo spettacolo della campagna romana, quello squallore maestoso, l'opprimeva. Non finiva dunque mai? Non sarebbe dunque mai a Roma? Aveva sonno: un intorpidimento gli si dilatava dalla nuca a tutte le membra, la sua bocca era pastosa e amara, come se uscisse da una malattia; e la sua impazienza diventava pena, un piccolo tormento; egli si lamentava con se stesso, come se gli facessero un'ingiustizia. I treni notturni erano troppo lenti; aveva fatto male a partire con quello, fidando di poter dormire, nella notte; questa ultima ora gli era insopportabile. La realtà de' suoi sogni gli era dappresso, vicinissima, e con la sua vicinanza gli dava una palpitazione di gioia. Sentiva l'appressarsi di Roma, come quello di una donna amata: cercava di esser calmo, vergognandosi innanzi a sè stesso: ma gli ultimi venti minuti furono un vero spasimo. Col capo fuori del finestrino, ricevendo in faccia il fumo umido del vapore, senza più guardare la campagna, senza un'occhiata per gli eleganti acquedotti che si prolungavano nella pianura, egli guardava verso la mèta, credendo e temendo ad ogni tratto di veder apparire Roma, compreso da un vago senso di terrore. Spariva la campagna, dietro, come se si inabissasse, portando con sè i prati umidi, gli acquedotti giallastri e le bianche casette cantoniere. La macchina pareva accrescesse la sua velocità, e ogni tanto dava in un fischio lungo lungo, stridulo, a due, a tre riprese. A quasi tutti i finestrini vi erano delle teste sporgenti.
Dov'era Roma, dunque? Nulla si vedeva. E la inquietudine era così forte, che quando il treno cominciò a rallentare, l'onorevole Francesco Sangiorgio ricadde sul sedile: il cuore gli batteva sotto la gola, come se gli si fosse allargato per tutto il petto. Passando sul pavimento ferreo degli scambi, quelle scosse forti gli si ripercuotevano dentro, gli davano sul capo come tanti colpi di martello. Gl'impiegati non dicevano neppure: Roma. Ma egli, scendendo, fu preso da un lieve tremito nelle gambe; la folla lo circondava, lo urtava, lo spingeva, senza badare a lui: in due correnti, per i treni che arrivavano, in coincidenza, da Napoli e da Firenze. L'onorevole Sangiorgio era smarrito tra la gente, addossato al muro, come se non si reggesse, avendo ai piedi la sua valigetta; e con l'occhio vagante guardava tra la folla, come se vi cercasse qualcuno.
La stazione era ancora tutta umida, un po' scura, con quel nauseante puzzo di carbon fossile, di olio, di ferro sfregato, che vi è sempre, piena di vagoni neri, di grandi casse d'imballaggio ammonticchiate; e le faccie erano tutte stanche, assonnate, annoiate, in uno sbadiglio che stirava le bocche: la sola espressione era l'indifferenza, un'indifferenza non ostile, ma invincibile. Nessuno gli badava, al deputato Sangiorgio, fermo presso il muro: viaggiatori, impiegati, facchini andavano e venivano, senza curarsi di lui. Egli aveva sbottonato il soprabito, con un moto infantile, per mostrare la medaglina, aveva chiamato un facchino, due volte, ma quello era scomparso, senza dargli retta.
Invece la gente di servizio si affaccendava intorno a un gruppo di signori in tuba, dall'aria pallidamente burocratica, che avevano l'abito nero e la cravatta bianca sotto i soprabiti abbottonati, dai baveri rialzati, con la faccia smorta di chi ha poco dormito e il contegno di persone distinte, che compiono un alto dovere di convenienza. Quando da un vagone del treno di Firenze era discesa una signora, alta, svelta, elegante, tutti si erano scappellati: poi un signore, magro, alto e vecchio, discese: il gruppo si strinse, il signore scarno salutava, la signora odorava, sorridendo, un mazzo di fiori che le avevano offerto. Dai soprabiti aperti, adesso, era una gala di sparati bianchi: un sorriso fioriva sulle facce d'un tratto colorite: a certe catenelle d'orologio, le medagline erano quattro, cinque.
- Sua Eccellenza, - fu mormorato intorno.
Poi il gruppo si avviò, la delicata signora dando il braccio al vecchio magro, i deputati e gli alti funzionari, dietro. L'onorevole Sangiorgio tenne anch'esso dietro, macchinalmente, essendo rimasto solo.
Sulla Piazza Margherita egli vide il governo mettersi in carrozza, in mezzo alla fila degli amici che si era schierata, salutando: la signora chinava il capo dallo sportello, sorridendo: vide tutti andarsene, in carrozza, dopo. Egli era solo, sulla vasta piazza. Per terra un umidore come se avesse piovuto: tutto le finestre dell'Albergo Continentale chiuse. A sinistra, il corso Margherita ancora in costruzione: mucchi di tavoloni di travi e calcinacci. Gli omnibus degli alberghi voltavano per andarsene. Tre o quattro carrozze restavano, per indolenza dei cocchieri, che fumavano, aspettando ancora. A dritta, un carosello deserto, sbarrato e sopra un grande muro grezzo, un'accecante réclame del Popolo Romano. Su tutto questo un'aria bassa e molle, una nebbiuzza penetrante, un lieve sentore cattivo, l'aspetto nauseato e nauseante di una città che appena si sveglia, nella gravezza flaccida delle mattinate d'autunno, con quel fiato di febbre che pare aliti dalle case.
L'onorevole Francesco Sangiorgio era molto pallido, e aveva freddo - nel cuore.
Quel giorno bisognava resistere e non andare a Montecitorio. Non pioveva più, come per stanchezza di quella settimana di pioggia: un fiato molle di acqua fluttuava ancora nell'aria, le strade erano fangose, il cielo tutto bianco di nuvole: una gente smorta, chiusa nei soprabiti, coi calzoni arrovesciati sul collo del piede e col viso incerto di chi non si fida, girava per le vie.
Da una finestra dell'Albergo Milano, l'onorevole Sangiorgio guardava il palazzo del Parlamento, dipinto in color legno chiaro, su cui la pioggia autunnale aveva impresso certe larghe macchie più oscure, e cercava di raffermarsi nel suo proponimento di non entrarvi in quel giorno.
Per sei giorni di pioggia, egli era stato lì dentro, la mattina, nel pomeriggio, di sera. Come schiudeva la finestra, al mattino, scorgeva, attraverso il velo fitto della pioggia, il grande palazzone panciuto, che pareva volesse sbuzzar fuori per l'umidità. E si vestiva macchinalmente, tenendovi gli occhi addosso, facendo conto di andarsene per Roma, a vedere la città, a cercare un quartierino mobiliato, non potendo durare alla vita di albergo; ma sulla porta dell'albergo, aprendo il paracqua, una subita indolenza lo vinceva; la strada che inclinava a Piazza Colonna, gli pareva sdrucciolevole e pericolosa: egli dava una scrollata di spalle, ed entrava direttamente, sotto la pioggia che incalzava, nel palazzone di Montecitorio. Ne riusciva solo per far colazione, all'albergo, nel salone a terreno che fa angolo, dietro una delle porte-finestre, dai grandi cristalli di un sol pezzo; e mangiando lo stufatino di vitella alla romana, egli si voltava, ogni tanto, a vedere chi entrasse in Parlamento.
Mangiava rapidamente, con la distrazione di un cervello che non è sensibile al piacere dello stomaco. Sempre qualcuno che entrava lo interessava. Ora gli sembrava che fosse il Sella, con la sua forte persona, un po' quadrata, come se fosse tagliata con l'ascia, e la barba ispida, di un nero opaco, che si brizzolava presto: e Sangiorgio si levava su, come per corrergli dietro, a raggiungerlo. Ora gli sembrava che fosse il Crispi dal grosso mustacchio bianco, dal viso colorito, simile più a un vecchio generale brontolone, che a un focoso avvocato. L'onorevole Sangiorgio finiva presto di mangiare, ròso dalla impazienza di vedere davvicino questi uomini politici, questi capi-parte, e scappava di nuovo a Montecitorio. Ma lì una crescente delusione lo attendeva.
Egli girava dapertutto, cercando il Sella o il Crispi: ma l'aula era vuota e fredda, sotto il lucernario, co' suoi banchi ancora coperti delle fodere di tela estive, coi suoi tappeti di un color polvere, orlati di azzurro, avendo l'aria di un pozzo profondo e umido, con una luce altissima che vi pioveva, quasi filtrando attraverso un velo d'acqua. Distrattamente egli saliva i cinque scalini che portano al seggio presidenziale, e si fermava un momento, dietro il seggiolone, a guardare i banchi, che stretti, giù, ascendevano verso le tribune, allargandosi; gli veniva una voglia infantile di mettersi a baloccarsi coi bottoni bianchi della soneria elettrica: per non cedervi, ridiscendeva subito dall'altra parte e usciva dall'aula, portando seco un po' della malinconia di quel grande cono rovesciato giallastro, così tetro nella solitudine. Non trovava il Sella o il Crispi in nessun posto, nè nel buio corridoio lungo e stretto, dove i deputati hanno i loro cassetti per i progetti di legge e per le relazioni. Egli non trovava il suo uomo politico nè alla buvette, nè al grande salone dei passi perduti, nè alle stanze degli Uffici che dànno sulla piazza: un silenzio, una solitudine, dappertutto, con qualche usciere che gironzava, in uniforme, ma senza medaglia e con l'aria stanca delle persone disoccupate. Or qua, or là, l'onorevole Sangiorgio incontrava il questore della Camera che, era venuto a dare il cambio all'altro questore, un patrizio che si godeva l'ottobre nel fasto della sua villa magnatizia sul Lago Maggiore: e quest'altro, un barone abruzzese, dalla serena aria signorile, dalla fluente barba bionda, dalla compostezza mite, senza severità, del gentiluomo fedele alla consegna, se ne andava invigilando, senza far mostra di nulla. Ogni volta che il barone questore incontrava l'onorevole Sangiorgio, gli faceva un piccolo saluto col capo: e mormorava:
?Onorevole?.
E non diceva altro, passando. Da questa cortesia continua e da questa continua riserva, l'onorevole Sangiorgio era come imbarazzato e intimidito: avrebbe preferito o non esser salutato, come un estraneo, o discorrere come un collega. Quella correttezza, amabile ma fredda, lo sconcertava, cosicchè, in capo a una settimana, di questi saluti compiti, senza lo scambio di una parola, l'onorevole Sangiorgio aveva finito per arrossire, lievemente quando incontrava il questore, come se costui lo sorprendesse in fallo. Poi, preso da una sfiducia di trovare chi cercava, egli si rifugiava nella sala di lettura, intorno alla grande tavola ovale, dove erano sparsi i giornali quotidiani. Lì, trovava sempre un paio di deputati: un socialista, di Romagna, dalla barbetta biondacastana e dall'occhio mobilissimo dietro gli occhiali, che scriveva continuamente sopra un tavolinetto, lettere sopra lettere, proclami focosi, forse; un deputato vecchio, col pizzo bianco e la faccia rossa, che dormiva sempre, quietamente, in una poltrona, coi piedi sopra una sedia, le mani in grembo e un giornale spiegato sul petto.
Francesco Sangiorgio, vinto da quella quiete, da quell'aria calda, dalla mollezza della grande poltrona di velluto azzurro cupo, appoggiava la testa a una mano, tenendo sempre sollevato il numero del Diritto o dell'Opinione che stava leggendo. Un sopore gli scendeva su tutti i nervi, come rilassati in quell'ambiente caldo e silenzioso; ma nel sopore, dietro la mano che gli copriva gli occhi, egli ascoltava. Se il deputato socialista voltava il foglio, se il vecchio faceva gemere una molla del suo seggiolone, Sangiorgio trasaliva: il timore di essere sorpreso dormendo, lo scuoteva, come quell'antico deputato che non aveva vergogna di distendere la sua senilità sfiaccolata e inattiva nella sala, dormendo della grossa, con un respiro roco di vecchio catarroso. Allora egli si alzava e in punta di piedi traversava la sala.
Il deputato socialista levava il capo, guardandolo fissamente coi suoi occhi maliziosi di apostolo troppo furbo: forse cercava di indovinare la stoffa di un discepolo, in quel deputato novellino e giovane; ma lo sguardo freddo, la fronte bassa dove i capelli erano piantati duramente, come una spazzola, tutta la fisonomia energica di Francesco Sangiorgio, indicavano un carattere già formato, incapace di subire influenze, su cui non avrebbe avuto presa il misticismo sociale. Sicchè Lamarca, il deputato socialista, riabbassava il capo a scrivere.
L'onorevole Sangiorgio saliva al terzo piano, alla biblioteca. Nel corridoio chiarissimo che ha le sue finestre proprio sul lucernario dell'aula, due o tre impiegati, innanzi agli alti leggii di legno, scrivevano in certi libroni, un catalogo generale delle opere che si conservavano in biblioteca, e il loro lavoro era continuo, incessante: essi scrivevano senza far rumore, senza parlare. Un deputatino, già calvo, col naso rosso, era sempre innanzi a un leggio e sfogliava, sfogliava, in uno di quei libroni, come se cercasse una opera introvabile: piccolino, ritto sopra uno sgabello per arrivare all'altezza del leggio, con un par d'occhi miopi che gli facevano mettere il naso sulla carta per leggere, pareva sempre che dovesse scomparire dentro il librone e restarvi schiacciato, come un segnacarte. Nella fuga delle stanze, tutte piene di libri, l'onorevole Sangiorgio non trovava alcuno: i tavolini coperti di carta, di penne, di calamai, di matite, per gli studiosi, erano deserti.
In qualche angolo di stanza, innanzi a uno scaffale semivuoto, arrampicato sopra una scala, l'erudito deputato bibliotecario, il dantofilo paziente dalle sopracciglia nere, che sembravano tracciate da un colpo di carbone troppo forte, rovistava fra i libri, furiosamente, con la passione per quella biblioteca, che egli aveva tratta dal disordine in cui giaceva. Nemmeno si voltava, l'onorevole deputato bibliotecario, al passo cauto dell'onorevole Sangiorgio: o, accorgendosene, si voltava e lo guardava con un paio d'occhi nerissimi e vivi, ancora sbalorditi e pregni della ricerca letteraria che stava facendo.
Francesco Sangiorgio, di nuovo imbarazzato, come un disturbatore, messo in soggezione da quel silenzio e da quello sguardo stralunato del bibliotecario, camminava anche più adagio, e nell'ultima stanza si metteva a leggere i titoli delle nuove opere, a uno a uno, sbalordendosi di tutta quella scienza amministrativa, economica, politica, che era accumulata in quelle scansie. Poi, per non parere, prendeva un volume del Buckle, Storia della civilizzazione in Inghilterra, il secondo e leggeva.
Come gli amanti che non possono staccarsi dalla donna che amano, subendone il fascino dolcissimo, cercano dei piccoli pretesti, per poter restare accanto a lei, così egli si tratteneva nei corridoi a guardare le carte geografiche in rilievo, nell'aula a studiare la distribuzione dei posti, in sala di lettura a leggere i giornali, in biblioteca a leggere un libro qualunque, di cui poco o nulla gli importava.
Con la naturale salvatichezza del suo spirito e la timidità del provinciale, egli temeva, in cor suo, che quel questore che lo salutava così compostamente, ma senza mai dirgli niente, che quegli uscieri così indifferenti che lo vedevano passare, che quel bibliotecario così amoroso della sua biblioteca, non lo giudicassero quello che realmente era; un provinciale, un novellino, stordito dalla sua prima fortuna politica, che fremeva di piacere a distendersi nei seggioloni parlamentari e che non sapeva staccarsi da quel posto. Gli pareva che, come agli amanti, gli si dovesse leggere, sulla faccia, la passione unica.
Quel giorno non voleva metterci piede, a Montecitorio, non voleva per nulla occuparsi del mondo parlamentare: aveva bisogno di veder Roma, di trovar casa. Egli s'indugiava alla finestra, volendo mettersi in giro, dopo colazione. Si era svegliato di buon'ora, desto da un frastuono di voci e di risate, nella camera accanto. Una voce sonante, virile, tutta scoppii, che pronunziava con un fortissimo accento napoletano, che parlava un dialetto napoletano schiettissimo, frammezzato da grosse risa, dalla mattina strepitava, esclamando, con due persone in visita che erano poi sostituite da altre due, una sfilata di amici, di sollecitatori che chiedevano, si raccomandavano, ripetevano infinitamente la loro domanda, in dialetto napoletano, con quella ostinazione verbosa partenopea, a cui l'on. Bulgaro, deputato per Chiaia, secondo quartiere di Napoli, rispondeva con forti dinieghi. Si udiva tutto attraverso la porta divisoria: l'onor. Sangiorgio, involontariamente, ascoltava - Non poteva, no, proprio non poteva, l'on. Bulgaro: che era forse il Padre Eterno da far grazia a tutti? Lo lasciassero in pace, una buona volta! - E passeggiava per la stanza, col suo pesante passo di biondone grasso che la vita borghese ha intorpidito, togliendogli l'elasticità del bell'ufficialone vigoroso che aveva sedotto tante belle creature, nel tempo buono. Ma quelli che volevano qualche cosa, insistevano, supplicavano, esponevano i loro fatti di famiglia, narravano i loro guai, ricominciando sempre, tanto che l'onorevole Bulgaro, con la facile bonarietà napoletana, cedeva, stanco, e diceva:
?Va bene, va bene: mo' vediamo, se si puol fare qualche cosa?.
Quelli se ne andavano, soddisfatti, come se già avessero quello che desideravano, e l'on. Bulgaro, rimasto solo, un minuto, sbuffava e mormorava:
- Gesù, Gesù, che schiattamento! -
L'onorevole Sangiorgio si vergognò di aver tanto ascoltato, e scese a colazione, tutto pensieroso. Si armava di forza per resistere alla seduzione di Montecitorio: pensava che forse erano giunti molti deputati, mancando solo venti giorni all'apertura della decimaquarta legislatura; e già cedeva alla curiosità, un pretesto della sua debolezza. Ma, per caso, una carrozza che passava, lentamente, sul selciato bagnato, gli sbarrò la vista del portone: egli salì in quella carrozza con un atto decisivo.
?Dove comanda?? chiese il cocchiere a quel passeggiero distratto, che non gli dava l'indirizzo.
?A... san Pietro... sì, portami a San Pietro,? rispose Francesco Sangiorgio.
Il tragitto fu lungo: le tre vie consecutive, Fontanella di Borghese, Monte Brianzo, Tordinona, erano ingombre di veicoli e di pedoni, strettissime, contorte, con quelle nere botteghe di ferravecchi, di cartoleria, tutte sporche e polverose, con quei portoncini angusti, con quegli angiporti paurosi. A Castel Sant'Angelo si respirava; ma sul torbido e quasi immobile fiume giallastro, era una fittezza di casupole brune, di casamenti bigi, dalle mille piccole finestre, dalle chiazze di verde umido, sulle facciate, come se una schifosa lebbra li deturpasse, dalle fondamenta nerastre di ruggine, che l'acqua bassa lasciava scoperte: quel gomito di fiume, verso Trastevere, era ignobile. In Via Borgo la quiete profonda clericale cominciava, coi palazzi bigiognoli silenziosi, con le botteghe di oggetti sacri, statuette, immagini, oleografie, rosari, crocifissi, su cui era pomposamente messa la leggenda: Oggetti di arte.
Nella vastità della piazza, solitaria, deserta, che ascende verso la chiesa, le due fontane zampillanti, sembravano due pennacchi bianchi, e l'obelisco di mezzo un bastoncello; e intorno intorno era tutta una bagnatura lieve, un umidiccio di acque quasi trapelanti a fior di suolo, un silenzio di luogo disabitato. La carrozza girò intorno all'obelisco e si fermò innanzi alla grande scalea. L'onorevole Sangiorgio guardava la facciata di San Pietro, sembrandogli molto piccola e molto schiacciata.
?Non vole andare in chiesa?? domandò il cocchiere.
?.... Sì,? disse il deputato, scotendosi dalla sua distrazione.
Quando fu sulla soglia, si voltò a guardare la piazza, macchinalmente. Aveva letto che un uomo sembrava una formica, a quella distanza; ma nessun uomo comparve, e la piazza vuota, grandissima, cosparsa di acqua, sotto il cielo biancastro, gli parve simile alla campagna romana, una vastità di campagna brulla. Nella chiesa non provò nessuna impressione mistica: egli era un indifferente in fatto di religione, non parlandone mai, discutendo il Papato come una grande questione politica, lasciando la fede e le pratiche religiose alle femmine. L'architettura di San Pietro lo lasciò freddo. Avanzandosi, vedeva che la chiesa, s'ingrandiva sempre più, ma questo inganno dell'armonia gli sembrava senza scopo, dannoso. Alcuni tedeschi giravano, guardandosi attorno con una certa severità, come se il loro rigido luteranesimo disdegnasse quella pompa cristiana. Non una sedia, non un banco, non un prete, non un sagrestano, spirito familiare, che spegnesse le candele o rifornisse d'acqua benedetta le grosse pile vuote; i confessionali bruni, su cui leggevasi a caratteri dorati: Pro hispanica lingua, Pro gallica lingua, Pro germanica lingua, erano vuoti; per inginocchiarsi, solo lo scalino della Confessione o quello dell'altare maggiore; se no, il freddo pavimento.
Francesco Sangiorgio non capiva nulla ai monumenti dei pontefici: li guardava senza intenderne la bellezza o la bruttezza. Aveva idee vaghe e meschine in fatto di arte. Quello del Canova, coi leoni dormienti, gli parve mediocre: quello di papa della Rovere, a terra, tutto di bronzo, gli parve superbo e bello: quello del Bernini, la Morte di oro, il tappeto di marmo rosso venato, il papa di marmo bianco, non gli urtò i nervi, gli sembrò semplicemente bizzarro. Non sapeva se i quadri dipinti sulle pale degli altari fossero di buoni autori o no, se fossero copie od originali. Andava attorno, trattenendosi, quasi per obbligo, distraendosi, pensando ad altro, non interessandosi a quella massa enorme di pietra, glaciale, abbandonata, dove altre tre o quattro ombre vagolavano. Infine, uscendo, il monumento ai due ultimi Stuart gli sembrò una miseria.
?Andiamo al Colosseo,? disse risolutamente al cocchiere, buttandosi a sedere sui cuscini.
Il cocchiere, ad allungare la corsa, poichè era preso a ora, e per evitare la via per cui erano venuti, abbastanza disastrosa, lo portò per le vecchie strade scure di Borgo Santo Spirito e del Governo Vecchio, dove sta la popolazione vera romanesca, incapace di abbandonare i suoi quartieri antichi e le sue case anguste e piene di scarafaggi. Il cocchiere faceva andare il cavallo al piccolo passo di animale stanco, avendo capito di portare un forestiero senza volontà. Anzi, al Foro Traiano, egli allentò sempre più l'andatura del cavallo, e Sangiorgio finse di ammirare quella larghezza di campo più basso del suolo, dove fanno da tronchi d'albero le colonnette mozzate, grande camposanto di gatti morti, grande vivaio di gatte selvagge, a cui le serve pietose di via Magnanapoli e di Macel de' Corvi vengono a dare gli avanzi del loro pranzo. Egli non potette vedere nè la rude facciata del Campidoglio, nè l'arco di Settimio Severo, nè la Grecostasi, nè il tempio della Pace; nè tutto il grande Foro Romano: si scavava continuamente da quelle parti: non si poteva passare, nè andare sul Colle Palatino. Così spiegava il cocchiere, passando per la via di Tor de' Conti. A un tratto la carrozza si trovò sotto il Colosseo, senza che egli, il visitatore, l'avesse visto da lontano, per la via che aveva dovuto prendere.
L'onorevole Sangiorgio sentì che doveva scendere e penetrò sotto l'arco di entrata, affondando nel terreno fangoso. Una pozza di acqua piovana, larga, con gli orli verdicci di vegetazione, era sulla soglia dell'Anfiteatro Flavio: nelle cavità delle pietre bianche sparse qua e là, nelle scanalature degli scalini, perfino nella mano di un tronco di statua, vi era dell'acqua piovana.
Francesco Sangiorgio, maravigliato di quella immensità di mura, cercava di orientarsi: dov'era, dunque, il podio imperiale, dove erano la tribuna delle vestali e quella dei sacerdoti? Arrivò nel centro, ma non capì che fossero quelle costruzioni del sottosuolo. Sì, era maestoso il Colosseo, ma la luce sporca di una giornata piovosa gli toglieva una parte della maestà, mostrandone il lato sudicio e tutto lo sgretolamento del tempo. La campagna attorno, fuori, era vastissima: una vegetazione ricca di campagna umida: ma non un canto d'uccello, non una voce di animale, non la voce di un uomo.
Sotto l'arco di una porta, una guardia municipale comparve, lenta, indifferente, senza nemmanco accorgersi del visitatore. L'onorevole Sangiorgio girò coscienziosamente pel corridoio circolare, un po' scuro. Pensava che forse era più bello di notte, il Colosseo, con la luna che dà un aspetto magico alle rovine e le fa sembrare più grandi, più meste. Aveva fatto male a venirci di giorno, adesso la prima impressione era irrimediabile: il Colosseo gli pareva una gran cosa immensa e inutile; una costruzione di gente orgogliosa e folle. Un signore e una signora, giovane e delicata lei, alto e robusto lui, giravano anch'essi pel corridoio circolare dove si respira l'aria molle e fresca, come in un sotterraneo: andavano lentamente, senza guardarsi, discorrendo sottovoce, con le dita intrecciate. Ella chinò gli occhi, incontrando quelli di Francesco Sangiorgio, e l'uomo si guardò come meravigliato e importunato.
- Figuriamoci che sarà di sera, con la luna! - pensò l'onorevole Sangiorgio. - I romani antichi hanno fatto il Colosseo, perchè gli amanti moderni ci vengano a tubare.
E si strinse nelle spalle, nel suo segreto disprezzo dell'amore; il disdegno del provinciale cui mancò il tempo, l'occasione, la voglia di amare, il disdegno dell'uomo profondamente assorto in un altro desiderio, che non era l'amore.
?Andiamo a Sangiovanni in Laterano?? chiese il cocchiere, pigliando lui l'iniziativa.
?Andiamo pure?.
E lo condusse prima a San Giovanni Laterano poi a Santamaria Maggiore, deponendolo fedelmente alla porta. Ma quelle chiese erano più piccole di San Pietro: non lo maravigliarono neppure per la loro grandezza: erano più mistiche, forse, ma la sua anima era chiusa ai dolci misteri della pietà religiosa: egli andava su e giù, come un sonnambulo. All'uscire, il cocchiere, senza neppure più chiedergli nulla, lo portò, al piccolo passo del suo ronzino, rifacendo la via già percorsa, e passando sotto l'arco di Tito, alle colossali terme di Caracalla. Il deputato Sangiorgio non si fermò a vedere le fotografie sulla porta: entrò subito, come preso da un'impazienza.
Le mura salivano, altissime, coperte di cespugli d'erba e di spini, con la solidità che sfida i secoli. Nel mezzo degli stanzoni vastissimi, il suolo aveva ceduto, era diventato concavo, come quello di una vasca, e vi si accoglieva un pantanello di acqua nerastra. Nel fondo della sala dei giuochi e della ricreazione, era una statua seduta, decapitata, una statua di donna pudicamente velata: Igea, forse. Sul lamentevole cielo di novembre si disegnava un altissimo pezzo di muro sgretolato, uno scoglio irto, a picco, che pareva salisse su, su, nella regione delle nubi. Laggiù, nella campagna, restava ancora ritto, elegante, piccolino, un tempio rotondo: a Venere, forse.
L'onorevole Sangiorgio, in quell'ampiezza di ambiente, provava un malessere, aveva un freddo per le ossa, si sentiva piccolo, meschino, e tutto questo lo mortificava, lo umiliava, lo faceva soffrire.
?No,? disse risolutamente al cocchiere, che gli offriva di condurlo sulla Via Appia antica. ?Andiamo in città?.
Rientrando in Roma, s'abbrividiva. S'imbruniva quella molle giornata di autunno, e a lui pareva di averne addosso tutto l'umidore filtrante, tutto il colore biancastro e sporco, tutto il sottile strato di fango: e parevagli anche di portare in sè tutta la mestizia, tutta la solitudine, tutta la tetraggine di quelle rovine, piccole o grandi, meschine o immani, tutta la vuotaggine, l'indifferentismo di quelle chiese inutili, di quei grandi santi di pietra, che sembravano figure ieratiche senza viscere, di quegli altari, glaciali, di marmi preziosi.
Che gli facevano a lui tutte le memorie del passato, tutti quei ricordi ingombranti? Chi se ne curava del passato? Egli apparteneva al presente, molto moderno, innamorato del suo tempo innamorato della vita, che deve giungere, non di quella che è fuggita, capace di lotta quotidiana, capace dei più forti sforzi per conquistare l'avvenire. Egli non s'indeboliva coi rimpianti, non trovava che le cose andassero meglio prima: egli amava la sua epoca, e la vedeva grande, ecco tutto, più pensierosa, più attiva, più individuale. In quel crepuscolo che saliva al cielo torbido di nuvole, egli si sentiva rimpicciolito, perduto dalla pericolosa, snervante contemplazione del passato; un'oppressione profonda gli scendeva sul petto, sull'anima; certo aveva preso le febbri nell'acquitrino del Colosseo e delle Terme, nell'alito tepido e umido delle chiese.
Ma a Piazza Sciarra i primi lumi a gas lo rianimarono. Un venditore di giornali strillava il Fanfulla e il Bersagliere.
Gruppi di gente erano fermi sui marciapiedi. Una vivezza di vita cominciò a riscaldargli il sangue. Un signore, in un crocchio, davanti a Ronzi e Singer, diceva forte che l'apertura del Parlamento era stabilita pel venti novembre. Le trattorie del Fagiano e delle Colonne, sotto il portico di Veio, erano riboccanti di luce. Attraverso i vetri, parve all'onorevole Sangiorgio di discernere, nella trattoria delle Colonne, l'onorevole Zanardelli, di cui conosceva un ritratto. Invece di scendere all'Albergo Milano, entrò nella trattoria delle Colonne, e si mise a sedere, solo, a un tavolino, rimpetto all'onorevole intransigente di Brescia. E mentre mangiava, l'onorevole Sangiorgio contemplava quel lungo corpo dinoccolato e slogato, quella piccola testa nervosa e piena di un'indomita volontà, quegli scatti convulsi, quell'armeggìo tutto meridionale: l'onorevole di Brescia pranzava con tre altri commensali. In un altro angolo pranzavano tre altri deputati, e i camerieri si affaccendavano intorno a quei due tavolini di avventori conosciuti, dimenticando l'onorevole Sangiorgio, tutto solo, ignoto. E in quell'ambiente fittizio si sentiva rinascere, rinfrancare, riprendeva forza pel combattimento: quando, nella sera che si avanzava, risalì a piazza Montecitorio, nel vedere il palazzo del Parlamento, grande nell'ombra, egli trasalì in tutto il suo essere sconvolto. Era là il suo cuore.
Nella bottega della guantaia, in via di Pietra, vi era ressa: la bella padrona bionda e alta, una milanese allegra, le due commesse, le due giovanettine magre, dagli occhi stanchi, non facevano che rivoltarsi indietro, ogni minuto, con le braccia tese, a prendere un cassetto di guanti dagli scaffali: esse curvavano il capo a scegliere con le dita lunghe e agili, fra le paia, quel paio che cercavano.
Tutti quelli che entravano, chiusi nel paletot, sotto cui s'indovinava la marsina, col bavero alzato e il cappello a staio, lucidissimo, chiedevano dei guanti chiari o bianchi; un signore elegante, dalla tuba di raso, dal nastro rosso e bianco sotto il goletto, un commendatore, infine, precisò quello che voleva, li chiese color grigio tortorella. Una signora provinciale, vestita di raso granato, con un cappellino bianco che l'affogava, sceglieva lungamente un paio di guanti, discutendo, facendo impazientire i tre o quattro che aspettavano, in un cantuccio: cercava il guanto stretto, non le piaceva che facesse pieghe; poi blaterò contro la debolezza dei bottoni, attaccati con un punto solo, che saltavano via dopo un minuto. Quando le dissero il prezzo, sei lire, si scandalizzò, assunse un contegno serio, disse che era cattiva la pelle per quel prezzo così caro e uscì, senza guanti, con le labbra strette, portando in mano il suo biglietto d'invito per una tribuna.
Un onorevole, forte, giovane, bruno, dai grossi mustacchi neri, un meridionale, raccontava a un suo cliente che si trascinava dietro, come all'ultimo momento si era trovato senza guanti, che queste padrone di casa mandano tutto alla malora: e il cliente povero ascoltava, col vago sorriso paziente dei confidenti, senza guanti, lui, non avendo forse il denaro da comperarli.
Intanto era entrata una signora, scendendo da una carrozza: era alta, con un bel viso tutto dipinto di carminio, di antimonio e di bianco, le labbra sanguinanti, le sopracciglia azzurre a furia di esser nere, i capelli di un biondo giallissimo. Tutta vestita di bianco, di raso, con un cappello coperto di piume bianche, con un ombrellino di merletto bianco, ella cercava un paio di guanti bianchi, a diciotto bottoni, e i suoi braccialettini tintinnavano, salendo e scendendo sul braccio nudo: ella esalava un acuto profumo di white-rose.
Un deputatino, piccolo e grasso, quasi rotondo, con una corona di barba nera e un par d'occhietti vividi, piccini, rotondi, la guardava di sotto in su, e si lagnava, con un collega, un bel signore alto, dal mustacchio biondastro brizzolato, dall'aria grande di sciocco decoroso, che la Corte glielo faceva per dispetto: deputato democratico, dell'estrema sinistra, veniva sempre fuori nel sorteggio dei deputati che dovevano ricevere il Re e la Regina alla porta del Parlamento. Capite, lui, deputato democratico, dover fare il saluto, la riverenza, offrire il braccio ad una dama di Corte che non si conosce, che non vi parla, a cui non si sa che cosa dire.
?Le donne eleganti mi piacciono?, mormorò il deputato, col suo contegno di stupido soddisfatto.
?Sarà; ma quando si pensa che quel vestito è fatto coi denari dei contribuenti...? ribattè l'onorevole grassotto repubblicano.
E uscirono, guardando salire in carrozza la bella femmina dipinta: fra le sfioccature di trina della sua cravatta, ella portava un bigliettino roseo: andava a un'altra tribuna, ella, a una tribuna distinta.
?La vendetta del proletariato?, disse il deputato democratico, tutto compiaciuto.
Ora, nella bottega di guanti, la gente si accalcava. Erano facce d'impiegati, dalla barba rasa di fresco, dalle cravatte bianche stirate in casa, dai soprabiti pepe e sale, fumo di cannone, carbonella, sotto cui i calzoni neri avevano un luccicore di panno conservato: erano facce scialbe di alti funzionari, a cui il nastro verde dei SS. Maurizio e Lazzaro dava un colorito anche più cadaverico: erano ogni sorta di tube antiquate, a cui un colpo di ferro aveva dato un aspetto giovanile.
La guantaia bionda e ridente non si stancava, non perdeva mai la testa, si chinava sempre amabilmente, rispondeva con una cortesia di venditrice signorile settentrionale. Aveva consumata la sua provvisione di cravatte bianche, e quando arrivò l'onorevole di Santamarta, un siciliano biondo, dall'aria mefistofelica, a chiederne una, ella si desolò: il marchese di Santamarta era un cliente di tutto l'anno. Proprio in quel momento aveva finite le cravatte bianche: ma il Salvi, qui, in Piazza di Sciarra, ne doveva avere. Il marchesino biondo ascoltava, un po' indolente, con gli occhi azzurri femminili un po' smorti fra le palpebre, e il sorrisetto scettico.
?E la signora marchesa era in Roma, si recava naturalmente al Parlamento??.
?Si..., credo?, rispondeva l'onorevole marchese, ?credo che vi andrà con sua sorella. Sono uscito presto di casa, per questa cravatta. Che fastidio, sempre, queste rappresentazioni...?.
E stracco, come se avesse compiuta una gran fatica, e un'altra insopportabile gliene restasse da fare, se ne andò.
?Da questo Salvi, dite?? domandò dalla porta, con una voce seccata.
?Salvi, in Piazza Sciarra?.
Per un momento, la bottega restò vuota. Le giovanette si riposavano, in piedi, con un pallore sul volto, fra le scatole aperte dei guanti e i fasci ammucchiati sul marmo; la stessa padrona era presa da un minuto di lassezza, immobile, appoggiata con le mani al banco. Le pareva di essere in una di quelle ardenti sere di carnevale, delle ultime, in cui Roma ha tre balli aristocratici, quattro veglioni pubblici e otto o dieci ricevimenti; e nella bottega è un affollarsi di giovanotti, di modiste, di servitori, di cameriere, di mariti disperati, di amanti frettolosi. Ma una famiglia di salernitani, padre, madre e figliuola, il padre impiegato all'Interno, entrarono, e chiesero un paio di guanti per la ragazza. Essi spiegarono subito che andavano alla Camera, che i biglietti li avevano avuti, uno dal loro deputato barone Nicotera, il barone, diceva semplicemente la madre; un altro lo avevano avuto da don Filippo Leale, l'onorevole Leale, quello con la barba nera, che era stato segretario generale, e il terzo biglietto lo aveva procurato un usciere della Camera, del loro paese, un brav'uomo, con cinque medaglie: oh! i biglietti non si avevano facilmente, ve n'era una caccia! una signora, zia di un deputato, che essi conoscevano, non aveva potuto averlo. Erano un po' preoccupati, visto il colore diverso dei tre biglietti, tre tribune diverse: ma via, non si sarebbero perduti nel Parlamento.
?Credo che bisognerà che vadano per tre vie diverse,? osservò placidamente la guantaia, a quel profluvio di parole, calzando a stento la mano rossa e paffuta della ragazza. Il papà guardò sua moglie, con una cera turbata.
Adesso, la bottega si empiva di nuovo, di gente frettolosa, nervosa, che non poteva aspettare, che batteva i piedi dall'impazienza, che lacerava i guanti per metterli presto. Davanti al banco era una doppia fila di avventori, che si accalcavano gli uni sugli altri: sul banco una grande confusione di scatole aperte, uno sfasciamento di mucchi di guanti: un odore forte di pelle, quell'acuto odore tutto femminile che ubbriaca.
Il gaio sole autunnale, in quella mattinata tutta gioconda, saliva sulle case di via della Colonna, sulle case di via degli Orfanelli, e illuminava di traverso Piazza Colonna: la colonna Antonina pareva nera e vecchia in quello spolverio di luce bionda che la circondava, e si delineava, tutta raggricchiata, come gobba, sulla facciata rossa del palazzo di Piombino.
Nell'aria limpida era come uno scintillio di atomi dorati. Non spirava un'aura di vento: una dolcezza immobile avvolgeva le strade e le case, un ambiente letificato di sole. Dal liquorista Ronzi e Singer, al Club delle Cacce, al grande balcone di donna Teresa Boncompagni, principessa di Venosa e dama della Regina, al Circolo Nazionale, le bandiere tricolori pendevano spiegate: all'angolo del palazzo Chigi, sul balcone dell'ambasciata austriaca, le due bandiere si univano, fraternamente. Nella nitidezza della luce, in cui tutto pareva vibrasse, a contorni precisi e taglienti, i tre colori, vividi, gittavano una nota acuta, allegrissima: e il tono giallo del sabbione sparso per il Corso e per la salita di Piazza Colonna sino al Palazzo Montecitorio, si rinforzava. Sulla terrazza del Circolo Nazionale, era una fittezza di ombrellini rossi, bianchi, azzurri, come imbionditi dal sole. Dai due lati del Corso, da Via Cacciabove, da Via della Missione, da Via Bergamaschi, era un accorrere continuo di gente, a frotte, a gruppi un luccicare di tube nere, uno scintillio di spalline dorate, un movimento ondeggiante di piume bianche e rosee, sui cappelli femminili.
Alle nove e mezzo il cordone militare era già a tutti gli sbocchi, e salendo verso Montecitorio, si arrotondava attorno all'obelisco sino agli Uffici del Vicario. A ogni sbocco era un continuo parlamentare fra gli ufficiali e coloro che volevano passare senza biglietto: ognuno di loro cercava un deputato: eccolo, lo vedeva sotto l'atrio del Parlamento, gli faceva dei cenni, ma che! Quello non si voltava! Dietro il cordone, da tutte le parti, la folla aspettatrice si assiepava, profonda, iridescente nella chiarezza mattinale; qua e là un abito rosso femminile, un abito bianco facevano macchia. Di qua dal cordone era un grande spazio libero, innanzi al portone, tutto cosparso di sabbia: ogni tanto qualche signore dal soprabito aperto, qualche signora in elegante abito di mattina, lo attraversavano, a piedi, lentamente per farsi meglio vedere, discorrendo fra loro, sentendo il piacere di sapersi invidiati dalla folla senza biglietto. Per un momento, vicino ai quattro scalini del portone, vi fu un gruppo di tre signore: una, vestita di nero, brillava tutta, al sole, di perline nere, una corazza lucidissima le imprigionava il busto: l'altra vestita di un bigio delicato, aveva un velo bianco sul viso: la terza era vestita di quell'azzurro ferrigno, allora in moda, elettrico, tutte tre si erano incontrate sulla soglia, si salutavano, si prodigavano le cortesie, ridevano, s'inchinavano, inarcate sui loro stivaletti dorati, sentendosi guardate dalla gente, ammirate, invidiate, prolungando quel minuto di piacere; poi, l'una dopo l'altra, scomparvero dentro Montecitorio. Come l'ora si approssimava, la folla si pigiava da tutte le parti, e aveva come un moto di marea, un flusso e riflusso che andava a battere contro il muro del cordone militare. Tutte le finestre dell'Albergo Milano erano gremite di teste; alle soffitte comparivano le teste arricciate dei camerieri e le cuffie bianche delle cameriere; i grandi finestroni della Pensione dell'Unione, le piccole finestre basse del Fanfulla, le finestre del palazzo Wedekind, avevano tre, quattro file di persone, le une buttate sulle altre: e in tutte le vie adiacenti, la piazzetta degli Orfanelli, la viottola della Guglia, gli Uffici del Vicario, i due capi della Via della Missione, era ancora un brulichìo di persone ai balconi, alle terrazze, alle finestre. Sulle sedie, sui tavolini del liquorista Aragno, delle donne erano salite.
Intanto, come l'ora della solenne apertura si approssimava, una fila di persone, d'invitati, attraversa lo spazio libero, nel sole, facendo scricchiolare il sabbione: ogni tanto, a un occhiello, luccicava una filza di decorazioni. Le carrozze salivano al trotto dal Corso, senza nessun rumore di ruote, giravano attorno all'obelisco, con una curva molle, e si fermavano innanzi al portone: erano le carrozze dei ministri, dei senatori, del corpo diplomatico, qualche vecchione ne scendeva, sorretto da un servitore e da un segretario, qualche uniforme bianca o rossa compariva, per un istante, poi spariva nel portone.
Sulla piccola piattaforma, due giornalisti, in marsina e col cappellino floscio, prendevano delle note, i nomi di coloro che passavano: l'uno piccolo, con la barbetta appuntita, bionda e brizzolata di bianco, le lenti d'oro, l'aria imperturbabile: l'altro, anche piccolo, tarchiato, pallidissimo, con un mustacchietto da collegiale e il sorriso di chi disegna qualche cosa di ridicolo, i direttori dei due maggiori giornali romani, che compivano personalmente il lavoro di quella importante giornata, e se la ridevano fra loro, amichevolmente, di quelle teste strane che si vedevan passare.
Il sole saliva sull'angolo della Pensione dell'Unione, cominciando a conquistare la piazza di Montecitorio e a quella conquista lenta, corrispondeva un moto della gente, come una espansione di contentezza, e ogni tanto la cappa tesa e rotonda di un ombrellino si levava. La processione degli invitati continuava, attraverso il grande circuito libero: ora essi si affrettavano con un principio d'impazienza, spingendosi un poco, sapendo di arrivar troppo tardi, per aver un buon posto. La folla delle strade, dei vicoli, dei balconi, delle finestre, sembrava talvolta come colpita da un'improvvisa immobilità, quasi un incantesimo l'avesse pietrificata, come se una immensa invisibile macchina fotografica stesse fotografandola; e si potevano discernere le facce immote, gli occhi sbarrati, le file ammassate, i bimbi tenuti in collo dalle mamme, una carrozza da nolo, ferma, fra la gente, su cui erano salite venti persone, in piedi. Poi questo incantesimo si infrangeva, la folla aveva quell'agitazione di colori che si muovono, stando sempre allo stesso posto: un movimento circolare, come lo snodamento degli anelli di un lombrico. Un ragazzetto era salito sul piedistallo, alto, dell'obelisco, e di là, attaccato al grosso tronco di pietra, si divertiva a far dei giuochi di equilibrio.
Infine il sole arrivò alla linea dei soldati, pigliandoli di sbieco: prima ne illuminò le ghette bianche, poi il cappotto turchiniccio, poi il kepì di pelle nera e finalmente battè, linea smagliante, sulle canne dei fucili. E di lontano, un rombo lieve, breve, arrivò: l'eco di una cannonata. E dall'uno all'altro di tutti gli astanti, dai balconi alle finestre, dalle strade ai vicoli, fu un fluttuamento, un sospiro enorme di soddisfazione:
- Il corteo, il corteo, il corteo, - diceva, sottovoce, con un clamore crescente, la folla.
Nell'aula fu anche udito il rombo del cannone: per un istante vi regnò un silenzio perfetto. Poi un mormorio crebbe, si elevò, i ventagli ricominciarono ad agitarsi, il chiacchierio sottile e penetrante femminile, il passo di coloro che giravano pel corridoio, cercando invano un posto, il fruscio degli abiti serici, si confusero, si fusero. L'aula era trasformata. Circolarmente, mediante una impalcatura, l'altezza dei settori era stata elevata sin quasi a livello delle tribune, formando così una grande tribuna provvisoria, dove quattro file profonde di pubblico, sedevano proprio dietro le spalle dei deputati dell'ultimo banco; sulle due scale laterali, quelle che gli uscieri conoscono per doverle salire e scendere cento volte al giorno, nelle ore della seduta, erano due falde fittissime di pubblico, due strisce larghe e nutrite che andavano, dall'alto delle tribune, fino giù, nell'aula, le signore sedute sugli scalini, gli uomini che avevano ceduto galantemente il loro posto, addossati al muro.
Attorno attorno, tutte le tribune erano zeppe, sino alle ultime file; quella della stampa, la migliore per udire i discorsi, anch'essa era stata ceduta al pubblico, i giornalisti erano dispersi, giù ai posti migliori; quella destinata alle signore era pienissima, ma sembrava una ironia, tutti ridevano che ci fosse una piccola tribuna speciale per le signore, quando esse avevano invaso tutto, erano dappertutto, alle spalle dei deputati, fin quasi nell'emiciclo, arse dalla indomabile curiosità muliebre; la tribuna dei militari era tutta un brillare di spalline e di galloni; in quella della presidenza era un gran tender di colli, un arretrarsi di gente desolata, delusa nelle sue speranze; le due tribune erano poste sopra il baldacchino reale, vedevano l'aula, non vedevano il Re, nascosto dalla cupola. E le due tribune grandissime degli angoli, quella del corpo diplomatico e quella dei senatori, rimanevano vuote, nella loro ombra profonda che dava il velluto azzurro cupo, sul fondo a legno delle pareti.
Nell'emiciclo era scomparso il banco delle commissioni, l'arco di cerchio parallello ai settori; era scomparso il lungo banco dei ministri, quello che gli oppositori a oltranza chiamano il banco degli imputati: il piccolo scrittoio di mezzo, dove i tre stenografi scrivono, dandosi il cambio ogni cinque minuti, non vi era più. Tutto il palco della presidenza era scomparso. Al suo posto, una piattaforma larga a cui si ascendeva per quattro scalini, coperta da un tappeto rosso, si elevava: e su questa un enorme baldacchino di velluto rosso, frangiato d'oro, diviso in tre scompartimenti. Tutto questo rosso prendeva una grande cupezza dalla cupola che si avanzava molto e in quella penombra sacra di cappella, l'oro della poltrona reale luccicava come un reliquiario. A un livello più basso, fuori del baldacchino, a destra e a sinistra, vi erano due altre poltrone per i membri della famiglia reale.
I deputati stavano aggruppati nell'emiciclo, ritti su per le scalettine dei settori, riuniti presso le due scalee, a discorrere con le signore: alcuni erano saliti all'ultima fila e voltavano le spalle all'aula, discorrendo allegramente con le donne di una grande tribuna di legno, salutando un conoscente, sorridendo a un amico, ammiccando familiarmente a un cliente, a un elettore cui avevano procurato un biglietto. I dialoghi s'incrociavano, leggieri, frivoli, fra quelle donnine piene di frasi puerili, che si meravigliavano di tutto, che rideano di tutto, e quei deputati che cercavano di secondarle. Una signora brunettina, elegantissima, con un cappellino tutto intrecciato d'oro, si faceva indicare i deputati dall'onorevole Rosario Scalìa un deputato siciliano, tutto serio, corretto nel taglio del vestito, con l'aria di ufficiale in borghese, e una piccolissima margherita all'occhiello; e alle spiegazioni tranquille dell'onorevole Scalìa, la brunettina si chinava, guardava con l'occhialetto, appuntando il musetto roseo e ridacchiando. - Oh! era quello l'onorevole Cavalieri, il calabrese, così ingenuamente goffo? - Un patriota? - Sì, capiva bene, ammetteva i suoi meriti, ma aveva troppe decorazioni! - E l'omettino magro, dalla spazzola di capelli biondi tetro e dagli occhi grigi, era quello Guido Dalma, il deputato letterato che parlava alla Camera di Ofelia e alle signore della fondiaria? Perchè non lo facevano Ministro quel Guido Dalma? Ci vuol molto a essere ministro. Ma era veramente una cosa seria, la passione della politica? - E l'onorevole Scalìa, un po' infastidito da quel rapido vaniloquio, cercava di provare alla signora che la politica poteva sembrare un scherzo a chi non la prendeva sul serio, ma che era una nobile passione: ella scoteva il capo, non convinta, ridendo del suo bel riso frivolo, e l'onorevole Scalìa mostrava sul viso una disattenzione crescente, si stancava di quel cicaleccio, guardando l'aula, trattenendosi ancora, per cortesia.
Il pubblico non s'impazientiva per l'attesa. Le donne erano felici di star sedute, di poter vedere, di poter essere vedute, sarebbero rimaste là fino alla sera, agitando i ventagli crollando il capo per far brillare le perline dei capelli, agitando gli occhialetti da teatro; gli uomini si consolavano, mutuamente, di quella toilette mattinale che avevano dovuto fare e che dava loro un carattere di pura eleganza, qualcuno fingeva l'annoiato, ma gli inviti a colazione circolavano, i convegni al caffè fioccavano, per poter commentare la cerimonia.
La folla che popolava l'aula e le tribune e i corridoietti e tutto lo spazio dove un uomo può stare, era allegra, con una piccola cima di esaltazione nervosa, un principio di ubbriachezza. Molte di quelle persone non avevano mai visto il Parlamento e fingevano di non guardare intorno, ma in realtà quell'ambiente le esaltava. Pure nulla di gaio aveva l'aula: e conservava il suo aspetto solito. Avevano certo lavato i cristalli del lucernario, ma la luce di quella mattinata bionda vi filtrava malinconica, vi si attenuava, come la luce fredda, biancastra e umida che passa attraverso un acquario; e le pareti color legno, coi fregi di un azzurro cupo, erano fatte apposta per non riflettere nulla, per estinguere ogni allegrezza luminosa: quella tinta volgare assorbiva e smorzava tutte le altre, avvolgeva tutti i colori in una gradazione scialba e monotona.
Così avveniva, affacciandosi da una tribuna, quel tale fenomeno ottico, che è la prima delusione di chi visita il Parlamento italiano: tutte le facce avevano un uguale colorito, si assomigliavano, non si potevano riconoscere le persone: era un insieme monotono, senza disegno, senza rilievo, che stancava la vista, per cui uno si tirava indietro, ristucco.
Ma questo ambiente che unificava tanti visi, tante età, tante condizioni e tante acconciature diverse, questa specie di livello che le più ribelli teste subivano, questa impronta comune cui niuno, entrato nell'aula, poteva sfuggire, produceva una impressione immensa: l'aula sembrava un grande luogo sacro che annientava l'individuo, un recinto che domava l'intelligenza, le volontà e i caratteri, in cui per rialzarsi, per essere uno, bisognava avere il profondo e fervido ardore mistico o l'audacia del sacrilega che rovescia l'altare. E il grande baldacchino reale, tutto rosso scuro, con le pieghe diritte e rigide che tendevano il velluto, con la pesante frangia d'oro e l'aquila d'oro che ne riuniva le pieghe sotto gli artigli, con l'ampia poltrona in una penombra mistica, aveva un aspetto ieratico, come il tabernacolo, come il sacrario, dove una potenza sconfinata si nascondeva.
A un tratto solo, tutti i deputati furono al loro posto, in piedi, le tribune caddero in un grande silenzio, mentre fuori le trombe squillanti dei bersaglieri sonavano la fanfara reale. Poi un lunghissimo applauso scoppiò, applauso sordo e prolungato di mani inguantate: le signore, in piedi, applaudivano anche esse, piegandosi sulle spalle dei deputati, per meglio vedere. Ritta nella tribuna diplomatica, circondata dalle sue dame, la Regina salutava in giro: e la bianchezza perlacea del volto vinceva la intonazione legnosa del fondo. Ella appariva fresca e giovane, tutta serena, sotto la falda di paglia dorata del suo cappello, che un piumetto color fragola adornava; e mentre sembrava finita l'acclamazione, e la Regina sedeva, più innanzi del suo squadrone di dame, tutto il pubblico fu ripreso da un riflusso di ammirazione per quella poetica figura, un nuovo applauso strepitoso, assordante, salutò ancora la Regina. E un'agitazione regnava dovunque: sulla scalea a destra, le signore si desolavano, erano sotto la tribuna del corpo diplomatico, non vedevano la Regina; quelle della presidenza, erano felici, non vedevano il Re, è vero, pur troppo, ma vedevano la Regina, a due metri di distanza; quelle della scalea a sinistra perdevano una metà dello spettacolo, tutto il corpo diplomatico, in grande uniforme nella tribuna dei senatori, con le mogli degli ambasciatori e dei ministri italiani - e le tribune del centro, della stampa, del pubblico, dei militari, degli impiegati, vedevano tutto, ma erano lontane; l'armeggio degli occhialini era continuo. La folla, presa da una nervosità, si agitava, si piegava, a destra, a sinistra; dei dialoghi di giornalisti si udivano sopra le teste: - Vi era l'ambasciatore di Germania? - Sì, eccolo là, con la sua faccia bonaria, dal mustacchio bianco e dagli occhi dolci - Quella dama vestita di violetto, con grandi occhi neri, chi era dunque, dietro donna Vittoria Colonna? - Donna Lavinia Taverna, una Piombino. E tutte le signore erano vinte da un esaltamento, dei nomi femminili erano susurrati, dei brani di descrizione di toilette erano forniti: quelle più in vista cercavano di essere salutate dalle mogli dei ministri, dalle ambasciatrici, dalle dame: e un mormorìo crescente, un chiedere, un rispondere, un discutere sottovoce, facevano come il ronzio di mille mosconi nell'aria dell'aula.
Il Re entrò, improvvisamente: non era giunto il suono della marcia reale. Egli comparve dalla porta di destra, in mezzo alla sua Casa, ai ministri, ai dieci deputati che lo avevano ricevuto, e in tre passi fu sotto al baldacchino, avanti alla poltrona: due o tre volte si voltò a destra, a sinistra, con quei suoi scatti nervosi, di temperamento irrequieto e mal represso. L'assemblea e il pubblico lo salutarono, ed egli rispose, agitando l'elmo dorato dall'alto pennacchio fluente e bianco, tenendo nella mano destra un rotoletto di carta. Sulla giubba di generale aveva solo gli ordini militari stranieri e la medaglia al valor militare. E con l'uniforme stretta e il goletto bianco, i calzoni strettissimi, nell'ombra della cupola rossa, con l'elmo appoggiato sul polso e l'attitudine di un soldato alla posizione, egli sembrava una figura eccezionalmente militare, magra, bruna, robusta, sempre pronta a salire a cavallo, sempre disposta a dormire sotto la tenda: sembrava una di quelle figure degli antichi ritratti di principi soldati, dai fieri occhi aquilini, dal viso pallido che stringono nel pugno una pergamena arrotolata, dove è disegnato il piano di una fortificazione. Il vecchio principe di Savoia-Carignano, zio del re, grasso e calvo, si mise presso la poltrona a destra: appoggiava la persona stracca e floscia al bracciuolo della poltrona, ma non sedeva, per rispetto; il giovane duca di Genova, fratello della Regina e cugino del Re, prese posto, a sinistra: e nell'emiciclo, a destra il gruppo dei ministri; a sinistra la Casa reale.
Nel silenzio universale, si elevò la voce un po' rauca del re: e certo, molti, fra quegli uomini politici dovettero trasalire, ricordando, in quella assemblea stessa, un'altra voce, un po' velata, un po' stridula, la voce fatta per comandare nelle battaglie e che pronunziava le leali parole, con cui egli suggellava il patto nazionale. E tutte le facce dei deputati si erano subitaneamente impensierite, rimanevano immote, con gli occhi fissi in quello del Re: tutto il pubblico femminile taceva, come colpito da un improvviso senso di rispetto. Nel silenzio profondo, in quella immobilità di tutta una folla, si udiva perfino il respiro del Re, fra una frase e un'altra di quel messaggio reale; e la voce in cui pareva vibrasse quella paterna, aveva certi scoppi improvvisi, certi rilievi bizzarri d'intonazione. La Regina, dalla tribuna diplomatica, ascoltava, intensamente, senza sorridere, col bel viso piegato e concentrato nella attenzione: le dame ascoltavano, senza batter palpebra; la tribuna degli ambasciatori, tutta, avea l'aria sorridente di chi già sa; le tribune del pubblico, attorno attorno, ascoltavano e ogni tanto, nell'assemblea, correva come un fremito di soddisfazione: il discorso fu interrotto due volte dagli applausi. A tratti, qualche parola più acuta pareva s'involasse, alata, sotto il lucernario: la pace... l'amministrazione della giustizia... il riscatto finanziario... ma subito la voce si abbassava, come se il Re disdegnasse l'applauso finale che corona le frasi; e in fondo egli si affrettò, come se fosse stanco, le ultime parole furono mormorate, più che lette: egli riprese subito il suo elmo dalla poltrona, ove lo aveva deposto, mentre l'assemblea gridava: Viva il re! Ma quella attenzione aveva teso gli animi e un senso di turbamento li invadeva: l'avvenimento di quella giornata, che prima era sembrato uno spettacolo curioso, ora si ingrandiva di proporzioni: la parola reale, in quella unica volta che il re costituzionale parla in pubblico, dice la sua volontà e le sue intenzioni, diventava una promessa solenne. Qualche signora più sensibile aveva un piccolo sudor freddo alle tempie: altre si davano dei colpettini di ventaglio sulla mano, gli occhi distratti, mormorando: è bello, è bello: e le più romantiche guardavano con gli occhi assorti la Regina, a discernerne la emozione.
Poi il giuramento cominciò. Il vecchio Depretis si era avanzato un poco e aveva letta la formola per i senatori e i deputati, scandendo le parole come se avesse voluto farle imprimere nella mente di coloro che ascoltavano. La massa dei deputati e dei senatori si profilava nera e bianca, dall'alto in basso dei settori: massa di teste energiche e di teste miserabili, di occhi scintillanti e di sguardi di pesce morto, di crani calvi e lucidi e di criniere forti, leonine, massa raggruppata al primo banco, in un semicerchio amplissimo: e sembrava che fosse financo troppo angusto quello spazio per la forza erompente di quelle volontà e di quei cervelli.
Il Re squadrava la rappresentanza nazionale; frattanto, il primo senatore, il duca di Genova, giurò, marinarescamente, con una voce vibrata, con un gesto energico: lo applaudirono. Poi giurarono otto nuovi senatori e un movimento vi fu solo al giuramento di fedeltà del grande latinista piemontese, un clericale. Quello che interessava era il giuramento dei deputati. Depretis ne diceva il nome e il cognome, e aspettava un momentino; e da un banco una voce fioca o una voce sonora rispondeva: giuro. In quel minuto di attesa, gli animi restavano sospesi; il Re cercava con gli occhi colui che doveva giurare.
I vecchi patrioti giuravano militarmente, mettendo la mano nuda sul petto; la loro fede era provata: gli avvocati giuravano con una voce sottile e un tono acuto. Quando arrivò al proprio nome, Depretis cavò la mano destra di sotto l'uniforme ministeriale, la stese e giurò: l'assemblea rise del vecchio astuto che la dominava. Il ministro continuò a dire i nomi, e nell'attenzione generale, le voci commosse e le voci tranquille si facevano udire: ora come sorgenti dalle viscere della terra, ora come discendenti dal lucernario. I vecchi parlamentari giuravano, stendendo semplicemente la mano e pronunziando sottovoce la parola: i deputati radicali, che si erano lungamente preparati a quel passo difficile, giuravano presto presto, come per sbarazzarsi di un peso. E le signore ascoltavano, tutte commosse, tutte prese da un'invincibile tenerezza, esse che hanno inventato ogni sorta di giuramenti falsi, vinte da una emozione innanzi a quelle promesse così solenni che cinquecento uomini facevano a un solo uomo, e a tutto il paese.
Ma i deputati nuovi erano i più turbati: quell'apparato reale e parlamentare, quel pubblico femminile e maschile, quel messaggio del re, il giuramento degli altri deputati, tutto questo ne scoteva i nervi. E coloro che si erano preparati a farla da persone spiritose, a giurar come se nulla fosse, tremavano d'impazienza, mentre il loro nome si approssimava, e poi cavavano un fil di voce che faceva, sorridere il vicino e che la folla non arrivava a udire. Qualcuno giocava stizzosamente con la catenella dell'orologio, e quando lo chiamavano, si svegliava come da un torpore, gittava un giuro affogato, frettoloso e ricadeva a sedere. Fra l'onorevole Salviati, un duca fiorentino, e il deputato Santini, giurò, con voce strozzata, che niuno intese, l'onorevole Francesco Sangiorgio.
Sulla porta i deputati si assiepavano a veder montare in carrozza la Regina e il Re. Più fitta, più densa, la gente ondeggiava nella Piazza di Montecitorio tutta soleggiata, e quando la carrozza si mosse e la Regina salutò in giro e il Re agitò l'elmo piumato, dalle strade, dalle case, dai balconi, dai terrazzi, dalle soffitte, un'acclamazione frenetica sorse, si confuse, salì nell'aria bionda, nel sole, sino al cielo.