Segantini e Favretto.
Francesco Roero, dietro l'uscio socchiuso del suo piccolo appartamento a terreno di via Principe Amedeo aspetta ansioso, in palpiti, da quasi un'ora:
- Nemmeno oggi?.... Che anche oggi abbia detto di sì, per calmarmi, per lusingarmi, per mandarmi via?... Che non venga proprio nemmeno oggi?
Aspetta ancora un bel pezzo, sempre ritto, immobile, colla fronte appoggiata a un de' battenti, l'orecchio teso, trattenendo il respiro, aspettando, sperando udire da un momento all'altro un fruscio di vesti particolare, un noto tic-tac di passettini veloci.
- No! Niente!... Anche stavolta me l'ha data ad intendere! - Strappa l'orologio, con ira, dal taschino della sottoveste e si scosta dall'uscio per vedere l'ora al chiaro, in mezzo all'anticamera già illuminata discretamente da una lampada rosea.
- Le sei!... Son quasi le sei e mi aveva promesso di venir subito, dopo le cinque!... Non vien più! Ormai è sicurissimo, non vien più! Le sei!... è già scuro!... è già notte! - Pestando i piedi e borbottando furioso tra denti: - Uff!... Maledettissima civetta!
La civetta maledettissima, tanto amata alle cinque, tanto odiata alle sei è ?la Fáni? come la chiamano semplicemente le signore del bel mondo e anche, fra di loro, in confidenza, gli amici più intimi e più martirizzati.
Fáni, Stefania. La baronessa Stefania d'Eichelbourg, negli Arcolei. Padre tedesco; madre milanese. Concepita nella Selva Nera e nata in Piano d'Erba. Però, nell'incrocio, tutti i caratteri più spiccati e più opposti delle due razze. Bionda e nervosa; sentimentale, voce languida e salute di ferro. Alta, forte, spalle magnifiche e piedini sottili, maravigliosi. Una carnagione infantile, dalle tenue sfumature rosee più delicate e attorno al labbruzzo tumidetto e mobile, l'espressione virile, il disegno dorato dei piccoli baffettini.
Sono quasi tre mesi, tre lunghi mesi, dai primi di novembre, appena la Fáni è tornata dalla campagna, a quella sera dell'ultimo di gennaio, che il povero Roero, innamorato e disperato, prega, supplica, minaccia per ottenere una visita... la prima visita.
- Che male c'è?... Che pericolo c'è?... Vorrei tanto mostrarvi i miei quadri: quello del Segantini e l'altro del Favretto! Venite! Venite!... Vieni! Voglio! Fate prima una visita alla De Angelis, che è vicinissima a casa mia, poi... è un lampo! Scappate dentro, non ci son scale, il primo uscio del ripiano a sinistra. Chi potrà vedervi? Chi potrà mai saperlo?... Nessuno; giuro!... Nessuno!
- Ma poi, anche se... dicessi di sì?
- Sì! sì! sì! sì!
- Perchè? Sapete che... deve esser sempre così. Dunque?... è un capriccio inutile, da egoista cattivo! Sapete che ho tanta paura; sapete che sono tanto nervosa, sapete che dopo mi sentirei male, e insistete tanto senza poi... nessuno scopo. Perchè? Perchè?
- Perchè... ve l'ho detto! Voglio mostrarvi i miei quadri!
- Di sera?... Vedere i quadri di sera? Al buio?
- Si accendono i lumi... E poi perchè voglio vivere dove voi avete respirato per cinque minuti, per un attimo almeno!... Sì Fáni, prego, prego, prego!
La Fáni, lentamente, fa un sospiro di ammirazione profonda, mentre cerca di liberar la mano che il giovine le ha presa e che stringe troppo forte:
- Segantini e Favretto!... La mia passione!
- Venite, dunque, venite! Io vi aspetto dietro l'uscio.
- Chi sa che maraviglia?
- Il quadro del Segantini Dopo un bacio è una scena alpestre, nell'alta Engadina: un pastore e una pastorella, un branco di pecore; in fondo la catena delle montagne, la cima nevosa dei ghiacciai: un gran riposo, una gran pace. - Quello del Favretto, Venezia, Le ciacolone sul Liston: giocondità, calore, clamore, fervore di vita...
La Fáni, con un altro sospiro più profondo:
- Segantini pensa: Favretto ride! Che grandi artisti, tutti e due!
- Venite, dunque, venite! Parlerò io alla portinaia. Non domanderà niente, non vedrà niente! Voi passate di volo.
Segantini! Favretto!... Che grande tentazione!
La baronessa Stefania è una raffinata: ama tanto discorrere e discutere d'arte! Si accalora, si appassiona, si entusiasma. Essa pure dipinge, e tra le signore e i suoi amici è in fama d'essere una buona dilettante. Dipinge bestie, soltanto. S'è provata una volta, anche a fare il ritratto di don Giulio, suo marito e c'è quasi riuscita.
Segantini e Favretto!.... Che gran tentazione!
E soltanto per amore di Segantini; per amore di Favretto ha finito a cedere e a promettere.
- Ma... vengo per un minuto, un lampo e... dopo mai più! Giurate?
- Giuro.
Invece... sono le sei. Il Roero, nell'angoscia muta dell'attesa le sente battere a tutti gli orologi e perde ormai ogni speranza. è sempre in ascolto, dietro l'uscio, ma ha la faccia pallida, rabbuffata. Di solito quando non si pettina troppo e non porta i solini troppo alti è piuttosto un bel giovane e molto simpatico, ma a furia di aspettare e di arrabbiarsi è diventato perfino livido e brutto.
- Sempre bugiarda, sempre civetta e nient'altro!
Ha un impeto di collera, di rivolta, contro Stefania, contro la propria debolezza, contro la propria dabbenaggine e già si allontana dall'uscio dopo averlo sbattuto con ira, quando sente sotto l'atrio ripercuotersi il tic-tac, quel tic-tac che aspetta da un'ora.
- Cara! Cara! Mia!
E Stefania, appena dentro, lì, dietro l'uscio, si sente presa, stretta fra le braccia dell'innamorato, in quel punto reso più ardito e più ardente dalla lunga attesa, dal dubbio atroce, e dalla gioia insperata; e il viso di Stefania, il viso morbido, odoroso dal nasino rosso e diaccio sotto la veletta, è coperto, è divorato da una furia ingorda di baci.
- Che cosa fa?... Non sono i nostri patti... Mi aveva promesso...
- Ti amo! Ti amo! Ti amo!...
- La credevo un gentiluomo!... Mi sono affidata alla sua parola... d'onore... Ha giurato...
- Ti amo! Ti amo!
Le braccia, i muscoli di Stefania diventano d'acciaio; le manine nervose graffiano anche sotto i guanti. In un impeto più forte d'ira, di sdegno, riesce a sciogliersi da Francesco e a spingerlo, barcollante, in mezzo della stanza.
- è così, è così che mi rispettate?... Che mi date prova di rispettarmi e di stimarmi?... Non mi vedrete mai più!
Stefania si slancia sull'uscio per fuggir via, ma non può: la serratura inglese, a sdrucciolo, s'è chiusa.
Francesco, a tale rimprovero, a tale minaccia, si calma repentinamente, rientra in sè e comprende l'errore commesso, la propria pazzia.
- Perdonatemi, perdonatemi...
- Aprite! Subito! Aprite!
Francesco balbetta sempre più confuso, mortificato, senza osare di avvicinarsi:
- Più che rispetto... è devozione, adorazione che sento per voi...
- Bel modo di provarmi questi sentimenti!... Aprite, ho detto, subito!
Francesco, sempre più pallido, balbetta sempre più forte:
- Perdono! Vi supplico!... Vi domando perdono, adorandovi umilmente, come una regina... Adorandovi in ginocchio, come una santa... come la mia santa.
La voce tremante dell'innamorato, quella pronta sommissione, quella parola ?santa? acquietano la bella baronessa. Da buona moglie ella segue i princip? del marito clericaleggiante, don Giulio Arcolei: ed è persino accusata, d'essere un po' bigotta.
Un istante di silenzio: Stefania si volta, si scosta dall'uscio, si avvicina d'un passo a Francesco:
- Voi, signor Roero, mi avete dato una lezione...
- No, ma no!
- La lezione che mi merito, per essermi troppo fidata di voi, della vostra parola, delle vostre promesse, dei vostri giuramenti più sacri! Colpa mia, colpa mia! - Levando i begli occhi al cielo con un sospiro doloroso: - Ma vi credevo tanto mio amico!... Il solo in cui credevo, in cui mi fidavo. - La voce di Stefania ha una velatura di lacrime; ella non comanda più; ella prega a sua volta.
- Aprite, siate buono; lasciatemi andar via! E... non vediamoci più! Non dobbiamo vederci mai più!... Vi perdono! Ho già detto è colpa mia, tutta colpa mia; voi non avete fatto altro che darmi la lezione che mi son meritata!... Adesso, ai vostri occhi... - Stefania ha un singulto e si copre il viso colle due mani: - Dio, Dio, che vergogna!
Francesco l'osserva bene... esita un istante, poi si avvicina, continuando ad osservarla e pensando fra sè:
- O non è andata tanto in collera come credevo, la collera comincia a passare.
Le prende i polsi, fa un po' di violenza e le scopre la faccia.
- Tutta la mia vita. Prendetevi tutta la mia vita in cambio di un po' di bene...
Stefania, di nuovo fiera, minacciosa:
- Tornate da capo?
Francesco rassicurandola, vivamente:
- No! No! No! - E così dicendo alza la portiera del primo salottino.
- Perchè?
- Non siete venuta per vedere i miei quadri?
- è troppo tardi!
- Un momentino, appena; in fretta!
Stefania è perplessa. Vorrebbe e non vorrebbe. La tentazione per i quadri c'è, e diventa forte a vista d'occhio.
Francesco insiste colla sua bella voce calda, appassionata:
- Un momentino appena; in fretta!
- Ma... molto in fretta! - Stefania cede.
- Dev'essere molto tardi!... Giulio è buono, ma non posso farlo aspettare a pranzo. è l'unica cosa che lo faccia infuriare.
- è presto ancora. Sono appena sonate le sei. E poi oggi c'è Consiglio comunale. Si discutono i bilanci; la seduta terminerà tardissimo. Un'occhiata!... Due minuti!
- Allora, soltanto il quadro del Segantini.
- E quello del Favretto. Sono tutt'e due nel mio studio.
Stefania è assalita da una nuova curiosità:
- Nel vostro studio?... Dove lavorate, dove scrivete, dove pensate tante belle cose?
- Dove penso tanto a una cosa sola bella... a voi.
- Zitto, finiamola; o vado via!
- Venite qui; è qui, subito.
Francesco attraversa il primo salottino, poi alza un'altra portiera, a diritta:
- Entrate.
Stefania gli passa dinanzi sfiorandolo colle vesti ed entra.
Francesco la segue lasciando subito ricadere la ricca tenda. Indicandole un quadro dai vivaci colori:
- Eccolo: Favretto!
Stefania sorridente: - Le ciacolone sul Liston?... Oh Venezia, Venezia!... - Si avvicina al quadro alzando gli occhi radiosi e dimentica tutto in quell'istante, anche il pericolo, nel solo amore dell'arte.
- Venezia, o Venezia! Che colore, che rilievo!... Proprio vero: quante ciacole!
Il giovane rispetta per qualche momento quel rapimento estatico, poi con una mano premendole il braccio leggermente e coll'altra sfiorandole appena la vita sottile l'obbliga a voltarsi un pochino.
- Ed ecco Segantini: Dopo un bacio. Guardate, anche in questo piccolo e ignorato capolavoro, quanta verità! quanta espressione!
- Non dite verità! è molto di più!... Questa è poesia!... Quanta poesia!
- Siate buona, parlatemi un poco, per me solo, di Segantini e di Favretto.
Stefania, si sente tocca nel debole:
- Ma perchè?.... Perchè volete farmi parlar d'arte?... Che capriccio!... Se non dico che sciocchezze!
- Si rimane tutti incantati a bocca aperta ad ascoltarvi quando parlate voi! Ma oggi parlate soltanto per me!... Sì, sì, sì!... Ne ho bisogno per la mia ?Arianna.?
Stefania si sente ancora più lusingata:
- Ma che?.... Vorreste mettere nella vostra commedia le... le sciocchezze d'una donnetta?...
Francesco, prendendola ancora per una mano, facendole più dolce violenza:
- Qui, proprio qui!... Sedete sulla mia poltrona! Qui, dinnanzi alla mia scrivania! Quanto vorrò bene d'ora in poi a questa mia casetta, a questa mia stanzetta...
- Com'è bello il vostro studio!
- Sedete e parlate.
Stefania opponendosi con una grazietta di bimba ostinata:
- Lasciatemi guardare. Voglio prima guardar tutto!
- Sedetevi e parlate.
Stefania apre la cartella sulla scrivania e legge sul primo foglio volante:
- Arianna - atto secondo. - Leggete, voi invece.
- No, no!
- Lasciatemi vedere!
Francesco, togliendole via la mano e chiudende la cartella:
- Ho detto di no!... Dunque?... Sentiamo: Favretto è la verità e Segantini la poesia. Avanti! V'ho detto che ho bisogno di alcune vostre definizioni così argute e così originali per far parlare la mia Arianna.
Stefania, seduta sulla poltrona, guarda a dritta il quadro del Segantini, poi si volta a sinistra guardando quello del Favretto... Infine dà un'occhiata sorridendo anche a Francesco e ormai non sembra più preoccupata dell'ora del pranzo e tanto meno di far aspettare don Giulio.
- Favretto è un uomo che ride, vi pare? Segantini sta serio. Favretto è un borghese: ha vissuto certo presso quella donna in babbucce discinta e rosea che nel Vandalismo sta rammendando la biancheria di casa, mentre il pittore restaura la Madonna assunta in cielo. Segantini è un solitario aristocratico meditativo cui quella donnetta grassoccia non avrebbe suggerito nemmeno il satirico paragone col restauratore vandalico; egli non l'avrebbe veduta; dall'arte sua appare che realmente, nella vita, egli non l'avrebbe guardata. Favretto nel Vandalismo fa un po' di predica, ma i personaggi son gli stessi del quadretto del Sorcio esposto, credo, sei o sette anni fa.
- Sì, nel settantatrè.
- Con Favretto resterei, appunto, a ciacolar tutt'una sera; a Segantini non saprei che dire o temerei ad ogni parola un'interpretazione impreveduta filosofica e profonda che io non mi sarei nemmeno sognata, e che, forse, sarebbe vera: perchè no?
Il Roero che guarda sempre Stefania, appoggiato, un po' curvo, alla spalliera della sua stessa poltrona, ripete queste due ultime parole, ma dando loro un'espressione tutta diversa, amorosissima e appassionata:
- Perchè... no?
Stefania sente ciò che il giovine le dice, ma ancora non vuol capire, e allontanandolo colla bella mano, dalla quale ha levato il guanto e che scintilla di gemme, continua a.... definire, sempre con maggior foga e con maggior calore:
- Segantini dipingerà altri cento anni: non dipingerà mai, scommetto, una donna che rida. Favretto dipingerà altri cento anni, - Dio lo voglia! - ma scommetto, fin d'ora, che non dipingerà mai una donna che pianga. Segantini è bianco e azzurro: Favretto è rosso e verde. Segantini non lo concepisco che magro e barbuto; Favretto un po' pingue e un po' lucido. Segantini non ha spirito, nel senso francese: Favretto non ha che spirito! Segantini, certo, si leva all'alba, Favretto a sole alto... Segantini, di sicuro, ha una biblioteca: a capo fila Darwin per la lettura mattutina, Schopenhauer per la lettura serale. Favretto non credo che abbia una biblioteca. Se l'ha, deve essere Goldoni nella vecchia edizione padovana... Se i due pittori dovessero scrivere, Favretto scriverebbe novelle, Segantini...
- Poesie! - esclamano a questo punto tutti e due insieme, la signora e il suo innamorato. Poi continuano a fissarsi e a tacere.
A un tratto Stefania china gli occhi arrossendo.
- E.... se facessero all'amore? - domanda Francesco sommessamente, colla voce rotta.
Stefania torna a sorridere, ma risponde girando via gli occhi per non guardare l'amico.
- Favretto sceglierebbe, possibilmente, una donna sotto i venti, Segantini verso i trenta...
Il Roero l'interrompe:
- Come me!
E cade in ginocchio, abbracciandola così seduta sulla poltrona.
Stefania cerca ancora di allontanarlo; i suoi occhi improvvisamente raddolciti e inumiditi non sono più minacciosi, ma supplichevoli.
Ella balbetta con un fil di voce:
- E poi?... E poi?... Dio! Dio!... E poi?
Subito, improvvisamente:
Driinn.
è il campanello elettrico dell'anticamera.
Stefania respinge d'un colpo il Roero che balza in piedi volgendosi verso l'uscio: rimangono per un istante tutt'e due muti, aspettando: poi la baronessa, bisbiglia appena, tremante, con un filo di voce:
- Chi sarà?... Chi sarà?...
L'altro s'è subito rimesso e sorride per calmarla:
- Non c'è nessuno! Avranno sonato qui per isbaglio. Succede tante volte! Di sopra abita un maestro di musica.
Di nuovo e due volte:
Driinn!... Driinn!
- Dio! Dio... Ah mio Dio!
- No, ma no!... Non spaventatevi! Se non è uno sbaglio sarà qualche seccatore che è passato dalla porta senza parlare alla portinaia.
Ancora driinn e questa volta una sonata lunga che non finisce più.
Stefania, ritta in piedi, pallida come la morte, rimane impietrita, senza fiato.
Anche il giovinotto è un po' stravolto, ma si frena e continua a rassicurarla:
- Non abbiate paura!... Se non c'è nessun pericolo vi ripeto!... Chiunque sia, quando si sarà stancato se ne andrà.
- è ben chiusa la porta?
- Chiusa a chiave!
- Allora andiamo! Andiamo! Avrete certo un altro uscio, un'altra scala!
- No!
- No?.. Come mai?!
Il Roero, sul momento, non avverte il ?come mai? della baronessa, nè la sua intonazione di maraviglia, e quasi di sdegno.
Egli si avvicina alla portiera, la scosta un pochino e rimane in ascolto.
Più niente!... Tutto silenzio.
Spinge il capo nell'anticamera e ascolta ancora per meglio assicurarsi, poi, tranquillato realmente, torna sorridendo vicino all'amica.
- Ho avuto ragione sì o no? Quel seccatore s'è persuaso: - Nessuno risponde! - Ed è andato via!
- Se domanda in portineria? Se incontra qualcuno?
- Per tutti sono a Lodignola, sino a domani.
- E il vostro servitore?
- L'ho lasciato in libertà più presto. Non torna che stasera, dopo le nove. Vi supplico, non abbiate più alcun timore!
- Vado, vado, vado!... Lasciatemi andar via subito, per carità.
è inutile insistere. Stefania è ormai troppo agitata, troppo nervosa.
Ritta dinnanzi uno specchio, sta appuntandosi di furia la veletta, studiando di coprirsi bene il viso.
Francesco è di nuovo diventato pallido, ma adesso di rabbia, di veleno, di collera! Avrebbe ammazzato ?quel seccatore?, avrebbe voluto strozzare la portinaia!
Con tante raccomandazioni, con tante ingiunzioni: - Ricordatevi che sono a Lodignola per tutti! Venisse anche il Padre Eterno!
- Non ci sarà nessuno?... Non ci sarà proprio nessuno? - Continua a domandare Stefania che, quando diventa nervosa, non ragiona più.
L'altro risponde sempre stizzito, la voce bassa, reca:
- Ma no! Ma no! Se vi dico di no! No! Non avete nemmeno scale da fare... Siamo a terreno... Siete subito fuori!
E la giudica affatto senza cuore e senza sangue, e pensa nel suo dispetto, studiandola, fissandola cogli occhi torvi quanto ci sia proprio di vero e quanto, forse, di meditata civetteria anche in tutto quel suo spavento, in tutti quei tremiti!
- Il mio manicotto?
- Eccolo.
La baronessa, che ha finito di tirarsi su i guanti, caccia una manina nel manicotto e fa per correr via quando è arrestata all'improvviso da un gran colpo d'ombrello o di bastone dato contro le imposte.
- Dio!
Il Roero, trasalendo, muove un passo verso la finestra, poi si ferma aggrottando le ciglia e stringendo i pugni.
Quasi subito, un secondo colpo più forte del primo, e una voce che lo chiama:
- Roero! Roero!... Francesco!... Cecco!
- Ah, mio Dio! Chi è?... Ma chi è?...
Stefania, atterrita, cerca istintivamente cogli occhi ove nascondersi.
L'altro, intanto, continua a gridare dalla strada, a squarciagola:
- Cecco! Cecco!... Cecchino!... Sono io!... Nespola!...
- Nespola? - Ripete Stefania guardando Francesco, interrogandolo cogli occhi stupiti.
Francesco ripete appena, sottovoce:
- Il più terribile dei seccatori!
- Roerooo!... Rispondi!... So che ci sei!... Vedo il chiaro della lucerna!... Se hai da scrivere, da lavorare non importa! Ho da parlarti!... Sul momento!... Ho fretta!... Roerooo!
- Ma che cosa sarà mai successo?... Che cosa vorrà?
- Chi sa? Non può essere niente di serio! Una sciocchezza, certo! Magari... vorrà condurmi a pranzo con lui! Ma se intanto non gli rispondo è capace di buttar giù la casa! è fatto così! Quando capita è una disgrazia!... Una tempesta!
- Nespola? - Ripete Stefania, rasserenandoci a quelle parole e sorridendo per quel nome.
- Un chiacchierone, un sussurrone qualunque!... Un giornalista...
Stefania torna subito ad oscurarsi.
- Un giornalista a spasso! Vivaddio! Stava tanto bene in America!
- Roerooo! Roero!
- Ma come si fa? Come si fa?
- Vado io; lo piglio per il petto o per il collo. Non dubitate; lo porto via con me! Voi spiate dalla finestra. Quando ci vedete lontani uscite pure, senza timore. Prendete la chiave!... Dov'è?...
La cerca affannato in tutte le tasche; la trova.
- Eccola! A voi! - E fa per correr via.
Ma la Fáni, prendendo la chiave, lo trattiene lei, adesso, per una mano, fissandolo con un sorrisetto arguto e seducente.
- Venite stasera?...
- Sì.
- Roerooo!
Stefania continua a fissare il giovine commediografo e continua a sorridere.
- Sentite, - bisbiglia sottovoce, - il vostro terribile seccatore!
Poi, d'improvviso, mentre lo spinge fuori è Stefania che gli sfiora una guancia più col fiato che colle labbra.
Il terribile seccatore.
Francesco, piombando addosso all'amico Nespola che continua a chiamarlo sotto la finestra:
- Via! Via!... Vieni via!
- Sei in collera?... Invece di lavorare alla commedia, di' la verità, c'era Dalila con te? M'è venuto in mente adesso. - E l'amico scoppia in una grande risata.
Francesco è furibondo: afferra Nespola per un braccio e lo trascina giù lungo la strada, verso piazza del Duomo.
- Vieni con me! E finiscila!
- Che viso! Che occhi!... C'è proprio Dalila? - E l'importuno ride ancora più forte.
Dalila è una divetta della compagnia Scalvini, così chiamata dalla parte che fa in un'operetta-parodia - La Mascella d'asino - la gran novità del giorno che spopola alla Canobbiana.
- E ricordati che sia la prima e l'ultima volta che ti prendi con me simili licenze! In casa mia, comando io; e quando non ci sono, non ci sono per nessuno, e tanto meno per te, ricordatelo bene!... Non sei nè mio fratello, nè mio padre! Non sei altro che un seccatore!
Nespola sorpreso, mortificato, fa forza e si ferma:
- Se ti arrabbi così, piuttosto torno indietro! Torniamo indietro!
- Avanti! Avanti! E in fretta! E spicciati! Che cosa vuoi? Perchè sei venuto?... Perchè?... Che cosa c'è di tanta premura?
- Ho un duello.
- Al solito!... Lo troverai un giorno o l'altro quello che ti spaccherà la testa!
- Grazie dell'augurio. I rappresentanti del mio avversario si troveranno al Caffè dell'Accademia alle sette e mezzo.
- Che cosa c'entro io?
- Tu mi servirai da testimonio e mi aiuterai a trovarne un altro. Adesso in piazza del Duomo saltiamo in un brum e andiamo a pescarlo. Uno qualunque. Non c'è tempo da perdere! Son quasi le sette!
- Io non posso! Sai del resto che i duelli, i tuoi pasticci non sono cose che mi divertano.
A questo punto si sente stringere il braccio dall'amico: si volta.
- Che cosa c'è?
- Guarda, per Dio, che bella donna!... Per lei mi batterei volentieri, altro che per Depretis!
Era la baronessa Arcolei, che passava loro dinanzi svelta, diritta, con quel suo tic-tac misurato, ritmico, veloce.
Dileguato lo spavento, le era tornata l'audacia: voleva vedere quel tipo curioso che si chiamava ?Nespola? e voleva godersi a mettere in imbarazzo l'amico, a intimidirlo, a confonderlo con la propria impudenza.
- Depretis?... - Francesco ha la voce leggermente alterata. - Perchè Depretis?
- Perchè mi batto per Depretis! Non te l'ho detto?
- Tu?... Ma non fai il repubblicano?
- Ho difeso Depretis a proposito della riforma elettorale. Con questa legge è Barbabianca, appunto, che viene a me; non sono io che vado a lui!
- Con chi ti batti?
- Col Bonaldi della Difesa Lombarda.
Il Roero, sempre più seccato, si morde i baffi.
- Ma io... sono in ottimi rapporti col Bonaldi.
- A me invece è antipaticissimo con quel viso giallo-verde, sbarbato, che non sa decidersi fra il viso del prete e quello del servitore!... E poi io sarò più meno a spasso, ma lui è un giornalista più bestia di me!
- E per questo vuoi batterti con lui?
- Per questo non posso soffrire la sua aria d'importanza, la sua affettazione di volersi mettere in frac tutte le sere!... Vero Tony di sagrestia.
- Ma io, ti ripeto, sono in ottimi rapporti col Bonaldi e non posso andarlo a sfidare a nome tuo, per simili... sciocchezze.
L'altro guarda il Roero e sorride.
- Ma è lui che sfida me!... L'ho mandato a rotolare sotto i tavolini del Caffè Manzoni: aveva dato del cinico, del traditore a Barbabianca, perchè, pur di rimanere al potere, non esitava a spalancare alla piazza le porte del parlamento. Io gli ho dato dell'imbroglione, della canaglia, e credo anche quattro pugni.
- Ma... il Bonaldi avrà reagito, avrà risposto?
- Quando lo pescarono sotto i tavolini e l'ebbero rimesso in piedi, mi rispose tranquillamente, accendendo la sigaretta e senza guardarmi in faccia, - non guarda mai in faccia quel falso baciapile!, - che se, per caso, avessi potuto trovare due persone appena rispettabili, disposte a rappresentarmi, alle sette e mezzo al Caffè dell'Accademia, due suoi amici le avrebbero aspettate: in caso diverso, una querela. Io subito ho pensato al deputato Traversa. - Scoppiando in una risata: - Più rispettabile di un onorevole!... Sono persino sinonimi! Ma poco fa, ho saputo che il Traversa è a Roma. Allora ho pensato a te: mi dispiace di doverti far alzare domattina alle sei, ma come si fa? - Nespola ride di nuovo e più forte. - Il Bonaldi vuole una persona rispettabile? E io gli mando, nientemeno, che l'amante della moglie d'uno dei suoi padroni.
Francesco si ferma di colpo, lo fissa:
- Come parli!
- Volevo dire l'amico, il galante, il cicisbeo l'adoratore: per Dio, quanti nomi per lo stesso giuoco! Ma sì, che cosa credi? Che non si sappia? Lo dicono tutti!
- Abbassa la voce! Dicono che cosa?
- Dicono che Dalila è il pot-au-feu, ma che la moglie dell'Assessore Arcolei è la musa del commediografo, la donna romantica, il... piatto dolce! è bella, almeno? è clericale?.... Amica dell'Arcivescovo?... Farete prima il segno della croce?
- Basta! Finiamola!
Francesco, più che irritato, offeso, si sente ferito da tali parole.
- Sono chiacchiere, falsità, ancora più stupide che maligne. E per quanto mi chiedi, sono dolentissimo, ma devo dirti di no, assolutamente no. Prima di tutto, non ho tempo. Stasera non posso, e domani vado a Venezia. Ho poi anche molti obblighi di buona cortesia verso il signor Bonaldi. La Difesa Lombarda, in ogni occasione, si è sempre occupata di me e delle cose mie, con molto interesse e con molta benevolenza. In fine... - L'ira di Francesco è sul punto di scoppiare, ma il suo tatto diplomatico riesce ancora a frenarlo: - Infine... io voglio essere rispettato e perciò rispetto gli altri e non posso e non voglio servire da comparsa, da burattino, da marionetta ne' tuoi colpi di scena per quanto falsi e grotteschi. Addio! Buona sera!
Sono giunti in piazza del Duomo: Francesco vede passare un brum e fa una corsa per fermarlo.
- Brum! Brum!...
L'altro afferra Francesco per il polso: non ride più, la sua faccia è pallida, costernata:
- Si tratta del mio onore!... Roero! Roero!.. Hai ragione!... Sono leggero, troppo impetuoso, matto, ho avuto torto; ma adesso si tratta del mio onore. è troppo tardi, ormai! Alle sette e mezzo bisogna essere al Caffè dell'Accademia. E adesso, a quest'ora, chi potrei trovare? Sono tornato dall'America da quindici giorni! Ancora non conosco nessuno su cui poter contare, e ho già tanti nemici! E poi un altro come te, stimato come te, dove lo trovo? E si tratta del mio onore! Si tratta del mio onore!
Francesco è già con un piede sul montatoio del brum, ma gli manca il coraggio di salire e di andarsene:
- T'ho detto che non posso, che ho un impegno per stasera.
- Non hai altro che da passare dall'Accademia, e ti sbrighi in un attimo. Io accetto tutte le condizioni del mio avversario: anche quella, se vuole, di battermi in frac.
L'amico Nespola è sicuro ormai che il Roero non gli scappa più e torna a ridere spensieratamente.
In fatti Francesco fa cenno al brumista di aspettare un momento e torna vicino al suo terribile seccatore: lo manda al diavolo assai cordialmente, ma pensa anche, in cuor suo, che non può abbandonarlo.
Certi amici sono come le malattie: capitano quando vogliono, e si può soltanto sperare che passino presto!
Il Roero conosce Nespola già da vari anni. Lo ha incontrato la prima volta sul palcoscenico del teatro Manzoni. Adesso il Roero, nel bel mondo delle prime milanesi, è il giovane commediografo alla moda, dalla raffinata casistica bourgettiana: allora lo si credeva ricco soltanto di quattrini e di gusto. Non amava ancora il teatro, ma soltanto le attrici ed appunto ad una di queste, una sera, senza pensarci, avea promesso un proverbio per la beneficiata; senza quasi pensarci lo aveva scritto, lo aveva letto ai comici, agli amici, al club e in casa D'Orea; lo aveva dato a copiare e messo in prova, e soltanto alla vigilia di andare in iscena gli si erano aperti gli occhi e aveva cominciato a pensare con spavento, al pericolo e al ridicolo di fare un gran fiasco.
- Ritirare la commedia?... Con tutto il teatro già venduto?... Che chiasso! Gli amici, gl'invidiosi, i rivali, gl'imbecilli, che già pregustano il piacere di fischiarlo e la voluttà della piccola distruzione!... Come si sarebbero vendicati!
Nespola, il già terribile seccatore, si trova appunto sul palcoscenico alla penultima prova, e scopre nella nuova commediolina ciò che agli altri era passato inosservato: il talento dell'autore e una fresca e spontanea originalità.
- La vostra commedia, signor Roero, ha un difetto solo; è troppo lunga e troppo corta. Fatevi dare il manoscritto, andiamo a far colazione e poi lavoriamo insieme un paio d'orette. Per domani sera, scommetto e giuro, avrete un grande successo!
Nespola, in quel tempo, era pure un autore drammatico; soltanto faceva i suoi drammi colla forbice e colla gomma, tagliandoli dalle appendici del Secolo. Il Roero lo guarda mortificato, ma poi accetta, per disperazione. Invece di un paio d'orette, stanno insieme a fare, a disfare, a rifare e a mangiare e bere allegramente tutto il giorno, tutta la notte... ma la sera dopo il Roero ha un trionfo; il pubblico e la critica lo portano alle stelle!
Potrebbe il Roero dimenticare tutto ciò? Potrebbe il Roero rifiutarsi al povero Nespola che ricorre a lui, in nome del suo onore? No, certo; tanto più che lo scrittore bohémien, sempre in collera col pranzo e sempre in caccia di quattrini con chi non gli deve nulla, a lui, a Francesco Roero che invece gli deve pur qualche cosa, anzi appunto per questo, non ha mai domandato nemmeno cinque lire in prestito.
No, non lo può abbandonare! Assolutamente, no.
Una seccatura, per altro!... Una grande seccatura!... Fare da padrino a un repubblicano, lui, Francesco Roero?
Che cosa avrebbero detto al club?
Fare da padrino all'avversalo del Bonaldi?... L'anima... politica, di don Giulio Arcolei?
Il Roero dà un'alzata di spalle:
- M'importa assai di don Giulio!...
E Stefania?.... La collera, i musetti lunghi di Stefania? Stefania clericale e così aristocratica?... Stefania che in odio alla democrazia aborre i giornalisti in generale e, all'infuori della moda e della musica, tutto ciò che è moderno?...
Il giovine innamorato, invece d'intimorirsi, ha un impeto di sdegno e di fierezza:
- Stefania deve comprendere la mia condizione; i miei obblighi. Io non sono un insignificante damerino! Un qualunque imbecille sportista! Non deve confondermi colla folla che le riempie il salotto! Io sono uno scrittore, un commediografo, un uomo d'ingegno. Il mio mondo è più vasto del suo, io non appartengo soltanto a lei, ma anche al pubblico!
E se per vendetta non tornasse più?... Ma ricorda l'ultimo saluto, gli occhi lucenti della Fáni e sorride:
- Verrà!... Tornerà!...
Intanto Francesco e il suo seccatore camminano sempre su e giù poco lungi dal brum e dal brumista, che continua a tenerli d'occhio: Nespola ripete, con tutti gli incidenti più comici la scena successa al Caffè Manzoni e conclude ancora dichiarando che avrebbe accettato tutte le condizioni imposte dall'avversario.
- Sta bene, ma per l'altro testimonio?
- Un tuo amico, un tuo collega, un ufficiale, così si fa più presto!...
- Ho già trovato! Nicoletto Loreda..... Un giovine guerriero di complemento. Un eroe sempre pronto e felicissimo quando si tratta di far battere gli altri.
- Allora, in compenso, ci pagherà da pranzo.
- No, oggi, t'invito io.
- Invece andremo alle Tre Spade, dove ho credito illimitato e dove ti farò sentire un barolo degno della circostanza.
- Come vuoi!
Francesco chiama il brumista, fa salire l'amico in carrozza, e poi monta egli pure, gridando l'indirizzo al cocchiere:
- Borgonuovo, 115!
Una sferzata alla rozza e il brum parte di corsa, traballando.
Francesco, dopo un momento; appena la vettura ha varcato l'acciottolato e cessa il rumore assordante dei vetri e delle ruote:
- Dimmi un po'; per presentarti al Loreda, come ti chiami? Tutti ti chiamano Nespola!... Io ti ho sempre chiamato Nespola....
Il giornalista risponde con una risata:
- Sicuro!... Se qualche volta non ci fosse l'usciere, avrei dimenticato anch'io di chiamarmi Savoldi. Pippo Savoldi.
- Nespola è sempre stato il tuo pseudonimo?
- No. Prima è stato il nome di una mia cagnetta. Una piccola terrier, intelligentissima, affezionatissima! E sì che non la mantenevo sempre a bistecche, povera Nespolina!... Quand'è morta, per memoria e per gratitudine, ho preso il suo nome.
Un lungo silenzio: il viso del giornalista s'è fatto serio mentre osserva l'amico suo, che soffia lentamente dallo sportello il fumo della sigaretta, Nespola ha qualche cosa in quel momento che gli vorrebbe confidare... Il suo viso diventa più serio, con una espressione quasi di angoscia. Ad un tratto lo chiama battendogli sopra una spalla:
- Sai?... Adesso... ho un'altra...
- Un'altra cagnetta?
- Sì.
- E si chiama Nespola come la prima?
- No; questa... si chiama Lulù! Vuoi vederla? Te la faccio vedere!... è un momento! è qui vicino!
Il Savoldi fa per aprire lo sportello: Francesco lo ferma.
- Non faremo poi troppo tardi?
- Hai ragione!... Anzi, meglio così!
Il viso del giornalista muta di colpo ed egli scoppia in una delle sue rumorose sghignazzate.
- Meglio così; potrei commuovermi e diventar vile! Invece, resta inteso: se morrò infilzato come un rospo, Lulù è tua. Ti rimane Lulù in eredità!
Francesco ride a sua volta:
- Va bene!
- Qua la mano.....
- Accettato!
I due si stringono la mano, sempre ridendo, mentre la carrozza si ferma dinanzi al numero 115 di via Borgonuovo.
Nicoletto Loreda è in casa. Appena sente dal Roero di che si tratta, rimanda il pranzo con entusiasmo.
- Eccomi a sua disposizione, caro signor Savoldi; e con tutto il piacere! S'accomodi!... Accomodatevi!... Senza complimenti! Alla militare! Vado a mettermi il paltò e torno subito.
In fatti il Loreda va e torna in un lampo: paltò nero, guanti neri, cappello a cilindro, aspetto più che mai risoluto e marziale.
- Dunque, abbiamo da fare col Bonaldi, della Difesa? Oh! Oh! L'ho visto più volte in sala di scherma. Sacré Tonner! Tira benissimo di sciabola e di fioretto!
Nespola strizza l'occhio a Francesco ridendo alle spalle del giovine guerriero:
- Tanto meglio!... Sul terreno chi più ne sa, le piglia.
Lulù!... Lu...lù...
Il duello è fissato per le otto alle Cascinette, fuori di Porta Nuova, in un cortiletto del tiro al piccione, tutto chiuso da una siepe folta ed alta; ma già allo scoccar delle sette, com'eran d'accordo, Nicoletto Loreda si presenta in casa del Roero per farlo svegliare.
Al servitore che gli apre;
- Il vostro padrone? - E aggiunge difilato, senza aspettar risposta: - Bisogna svegliarlo subito!... Sul momento!
- è già alzato da un pezzo! è già vestito!
Il servitore va innanzi aprendo gli usci:
- S'accomodi, signore: il padrone l'aspetta in camera.
- Alzato e vestito?... Tanto meglio!
Loreda segue impettito il servitore facendo sgrigliolare le scarpe nuove sul pavimento e cantarellando sottovoce:
Suoni la tromba intrepido...
Io pugnerò da forte!...
- Buon dì, caro Francesco! Già pronto per la battaglia?... Bravo!
Francesco sta riempiendosi l'astuccio di sigarette: risponde appena, colla voce un po' rauca, senza alzare il capo:
- Buon giorno.
- Ti annunzio un roseo mattino. Avremo una giornata fredda, ma stupenda...
Suoni la tromba intrepido...
Fa piacere, di tanto in tanto, una buona alzata mattutina! Io ho già fatto una prima colazione: due uova col caffè. E tu?
Francesco cerca la scatoletta dei cerini, arrabbiandosi perchè non la trova subito, e non risponde.
Nicoletto l'osserva sott'occhi, lo studia:
- Non sei di buon umore?
Il Roero continua a non rispondere e allora Nicoletto va a guardare alla finestra battendo colle dita sui vetri:
Suoni la tromba intrepido...
Il Roero prima lo guarda torvo, poi lo interrompe con impeto:
- Sai...
L'altro si volta scattando come molla.
- Abbiamo agito, credo, troppo leggermente.
- Noi?... Abbiamo agito leggermente?... Noi?... Quando?
- Ieri sera; coi padrini del Bonaldi.
- Leggermente? Nobilmente vuoi dire, coraggiosamente!..... Abbiamo accettato, senza ribatter parola, tutte le condizioni del nostro avversario! Più gentiluomini di così, vivaddio, non si poteva essere!
- Abbiamo accettato condizioni troppo gravi.
- Avevamo dal nostro Savoldi un mandato imperativo.
- Appunto!.... Un mandato imperativo non dovevamo accettarlo, assolutamente. La volontà del ?primo? dev'essere subordinata ai doveri indeclinabili dei padrini.
E in istrada mentre si avviano a prendere il Savoldi, che li aspetta in piazza del Duomo, al Caffè Carini, Francesco Roero a capo chino, sempre imbronciato borbotta ancora con un impeto sordo d'amarezza e d'ira:
- Sì; leggermente!..... Abbiamo agito troppo leggermente: con troppa fretta.....
Ma queste parole, il Roero, più che per il suo compagno, le ripete nella propria coscienza, come un rimprovero per sè stesso.
è il suo tormento, è il suo rimorso. è perciò che non ha mai potuto chiuder occhio in tutta notte!
Quand'egli s'è trovato la sera innanzi al Caffè dell'Accademia, in presenza dei due rappresentanti del Bonaldi, il marchese Emanuele Estensi e il conte Carlo Faraggiola, s'è sentito preso, lì per lì, da un senso improvviso di mortificazione e di timidità.
Il commendator Bonaldi e il quasi ignoto..... Nespola! Era l'aristocrazia e la democrazia che si trovavano di fronte; e a Francesco Roero, che fin allora non ci aveva pensato, seccava assai di trovarsi all'Accademia a sostenere la democrazia.
Il marchese Emanuele Estensi e il conte Carlo Faraggiola, non erano soltanto i rappresentanti del ricco e reputato giornalista moderato conservatore, con una punta di clericalismo; non erano soltanto i rappresentanti del partito politico di don Giulio Arcolei ma rappresentavano i due rivali suoi più temibili presso il cuore della Fáni; rappresentavano le idee, i pregiudizi, i gusti, i sentimenti, le raffinatezze, l'eleganza, l'ambiente, la corte della bella baronessa.
Egli sentiva che avrebbe potuto far perder la testa, far commettere qualunque scappatella alla Fáni, ma sentiva pure che presso il soglio della baronessa, egli non avrebbe mai avuta l'autorità di que' due, però li detestava e li ammirava, li metteva in ridicolo e li invidiava. Francesco Roero era ricco, era entrato ormai nel sancta sanctorum della più ristretta società milanese, ma perchè suo padre, un fittabile di Lodignola, si era logorato la vita accumulando per lui. E in faccia al conte Carlo Faraggiola e al marchese Emanuele Estensi, avendo da rappresentare la repubblichetta spiantata del povero Nespola, Francesco Roero si era sentito più che mai..... il figlio di suo padre e nient'altro!
Allora, per mantenersi in credito e in sussiego, più assai preoccupato dei giudizi e dei pregiudizi della Fáni che non della pelle del povero Nespola, per l'ansia di mostrarsi lui, in tutta la sua condotta, ancor più gentiluomo di quei due campioni autentici della vecchia razza, a furia d'inchini, di sorrisi garbati e di compiacente cavalleria aveva finito per accettare tutte le condizioni e le pretese poste innanzi dagli abili avversari, con grande vantaggio del loro primo.
Il Savoldi che aspetta fuori dal Caffè Carini, appena scorge il Roero e il Loreda alza le braccia e le mani festosamente in segno di saluto, li raggiunge affrettando il passo e subito, per scherzare e per far ridere il Roero, domanda rivolgendosi comicamente serio a Nicoletto:
- Come mai?... Non vi siete messo in uniforme?
E lo scapigliato e rumoroso giornalista, continua per tutta la strada e anche sul terreno, durante tutti i preparativi per lo scontro, a scherzare, a ridere, a dir spiritosaggini e buffonate alle spalle di Nicoletto Loreda che fa ?l'omeno d'arme? con una disinvoltura e un'animazione straordinaria e alle spalle persino del suo stesso avversario, il Bonaldi, ch'egli chiama sottovoce don Torquemada, per la testa calva ossuta ergentesi sull'alta e rigida persona, per la faccia pallida marmorea, dall'occhio nero obliquo, dal naso adunco, dall'espressione impassibile e impenetrabile.
Nespola s'è accorto che il Roero ?ha la luna?; pensa di averlo seccato col farlo alzar troppo presto e tutti i suoi sforzi sono appunto per metterlo di buon umore, ma non ci riesce.
E nemmeno il Roero, per quanto si sforzi, riesce a vincersi: la stessa limpida serenità di quella fredda mattina di gennaio, gli penetra nel sangue, nelle ossa con un brividore sinistro che gli agghiaccia l'anima e che lo prostra.
Quanto la sera innanzi è stato garbato, deferente, remissivo, altrettanto adesso è ostinato, cavilloso, risoluto, perfino aspro nel difendere, nel tutelare i diritti del suo primo.
A momenti sembra quasi ch'egli stesso cerchi una questione coll'Estensi e col Faraggiola. Strapazza Nicoletto Loreda che sembra a nozze e quando vede in un angolo del cortile il giovine chirurgo dalla barba ispida e dalla folta capigliatura arruffata preparare i ferri, le filacce, le bende, è preso da un tremito convulso.
..... Eppure s'era battuto lui stesso più d'una volta, coraggiosamente. Ma allora si trattava della sua pelle! Era padrone lui, lui solo, della sua propria pelle!
è con terrore che vede avvicinarsi il momento in cui i duellanti saranno di fronte: e il momento si avvicina.
A mano a mano, nel dare le ultime disposizioni, la sua voce si fa bassa, roca, il suo occhio incerto e smarrito.
E il freddo, il freddo di quella mattina scialba, sinistra, maledetta che gli fa battere i denti, e piegar le ginocchia.....
E il momento, il terribile momento si avvicina rapido, preciso, incalzante!... è un lampo!... Come sarebbe felice il Roero se potesse battersi lui..... se dovesse anche pigliarle lui invece di quell'altro!
- Sarà colpa mia, se accadrà una disgrazia!...
La sera innanzi, al Caffè dell'Accademia, durante le trattative, nel fissare le condizioni di quello scontro era ubriaco, era pazzo, cos'era successo?...
Non aveva preveduto nulla, pensato a nulla!...
- No! No! Non dovevo aderire, dovevo oppormi alle generose ingiunzioni del mio primo!... Non dovevo accettare così, ad occhi chiusi, in fretta, leggermente tutte le condizioni dell'avversario! Leggero! Leggero! Sono stato leggero, persino sleale! Sono colpevole! Sono un vigliacco!
Si estrae a sorte la scelta del terreno: il favorito è il Bonaldi.
A questo primo scacco della fortuna il cuore del Roero ha un'altra stretta più forte.
La sorte è pure in favore degli avversari assegnando al conte Faraggiola la direzione del combattimento.....
- Se fossa toccato a me - pensa il Roero - mi sarebbe mancata la forza!.....
I due avversari, ai lati opposti del cortile, si levano in fretta la giacca, il panciotto, la camicia; a petto nudo, sono posti l'uno in faccia all'altro. Che cosa fanno?... Che cosa fa?... Il Roero non lo sa nemmeno: agisce meccanicamente, automaticamente.
Nicoletto Loreda gli dà una sciabola:
- Com'è pesante!...
Il Faraggiola, alto, biondo, compassato come un diplomatico inglese, è in mezzo agli avversari e prende con ambe le mani, per misurare la distanza, le punte delle due lame.
- Signori, in guardia!
Tutto il piccolo cortiletto, avvolto in una luce che il freddo rende cristallina, gira lentamente dinanzi agli occhi del Roero, colle figure nere simmetricamente disposte dei testimoni e del medico, il petto ignudo dei duellanti, le loro sciabole diritte che luccicano.....
Il Faraggiola lascia libere le punte delle due lame e si scosta di alcuni passi, retrocedendo:
- A loro!
Il Roero trasalisce, spalanca gli occhi esterrefatti. Un momento di sosta, di ansia.....
Un uccellino, di volo, si ferma dondolando sopra una lunga frasca della siepe: osserva un istante, poi fugge via battendo l'ali, squittendo impaurito.
è il Savoldi che si slancia contro l'avversario attaccando per il primo....
- Alt!
I padrini credono che il Bonaldi sia rimasto ferito al braccio. Il medico osserva: la lama ha appena sfiorato.
Un'altra sosta, poi un nuovo assalto, ancora del Savoldi, fulmineo; ma nell'impeto si getta contro la sciabola dell'avversario: la punta gli attraversa la gola.
- Alt!
- Alt!
Il Bonaldi abbassando la sciabola, si ferma irrigidito, mentre il Roero si precipita raccogliendo fra le braccia il Savoldi che barcolla, che stramazza addosso a lui coprendolo di sangue.
- Per dio! Per dio! Dottore! Dottore!
Accorre il medico..... Accorrono tutti attorno al ferito. Nespola fissa in volto al Roero due pupille dilatate, disperate, gridandogli un nome:
- Lulù!... Lu... lù...
Straluna gli occhi: un altro fiotto di sangue che gli sgorga dalla gola, dalla bocca, gli spegne la parola e la vita.
Un grido, un nuovo orribile grido di Roero:
- è morto!