Abitavano nello stesso sobborgo e ogni sera rincasavano insieme, dalle sartorie ove lavoravano, prima in tram poi a piedi. In tram era un divertimento per tutte: cicaleccio, motteggi, compiacenze d'essere osservate e d'osservare le meno belle di loro; ma nel tratto a piedi seguivano le confidenze d'amore e le espansioni sentimentali; mutava il tono. E l'Ida, la più giovane delle tre, interloquiva di rado; si sentiva a disagio per un misto di timidezza e d'orgoglio.
Il suo innamorato guidava autocarri nel Carso, non era in trincea come quelli delle amiche, e discorrendone le pareva di provocarle a ripetere: - Fortunata te! -, quasi non avesse da star in pena lei pure.
?Fortunata te!?. C'era fors'anche, in fondo a queste parole, la punta ironica, l'acredine di un'altra invidia - lei faceva all'amore con uno di miglior condizione che i loro innamorati -; e non voleva mostrare di accorgersene. Se però taceva o tentava invano di sviare il discorso solito, l'Ida bene spesso bolliva dentro e stentava a frenarsi, a non prorompere:
- Fatela finita una volta con i piagnistei e con le spacconate!
Che noia, tutti i giorni! L'Olga si martoriava negli stenti e nei pericoli della trincea, accresciuti con fantasia egoista per concludere che solo il pensiero di lei sosteneva il suo caro a superarli. L'Adriana.... Eh! dopo che al suo Gustavo gli avevan dato la medaglia di bronzo, non si campava più, con lei, che dietro sacchi di sabbia, in mezzo a cavalli di Frisia, contro a reticolati, incontro a mitragliatrici - tac tac tac! - e bombe a mano, e sotto a shrapnel e - bum! - a palle da trecentocinque. Si sarebbe detto che tante maledizioni fossero state inventate non per meritar l'inferno a Guglielmo II, ma per far onore a lei sola, la bionda Adriana, che aveva per innamorato un giovane di fegato - e nessuno lo negava.
Quando poi ricevevano lettere, pretendendo non fossero scritte con libera volontà, le commentavano a loro modo, leggevano tra le righe le più strambe rivelazioni, le interpretavano a rovescio. ?Non mi manca nulla? doveva significare che morivano di fame. ?Per adesso non si combatte? significava - tac! tac! tac! e bum! bum! - battaglia e strage.
- E te, Ida? Cosa ti scrive il tuo Giulio? - spesso le chiedevano, forse anche per mortificarla, chè lei riceveva meno lettere.
Rispondeva senza scomporsi:
- Niente. Dice che fa il servizio di trasporto e che sta bene, e io credo a quel che dice.
- Fortunata te!
- Fortunato lui!
Ma una sera le fecero scappare davvero la pazienza. Fu così: lei che aveva trepidato e trepidava non ignara dei pericoli che pur Giulio correva, lei che a Giulio gli voleva un bene grande, non sempre si sottraeva all'ipotesi di una disgrazia; ma cotesta paura la teneva in sè, nel suo segreto; non ne avrebbe discorso nemmeno con sua madre, quasi per una ripugnanza di una tristezza colpevole o di un malaugurio.
Invece l'Adriana e l'Olga, che in sentimento d'amore pretendevano dar legge al mondo, non solo non rifuggivano dall'immaginare morti i loro innamorati: ne discorrevano per vantare la passione che esse ne proverebbero. E le frasi e le esclamazioni tragiche, per quanto potesse essere sincero il sentimento che le suggeriva, urtavano i nervi all'Ida come una finzione, una falsità.
L'Adriana affermò:
- Se Gustavo, che è troppo coraggioso, troppo! troppo!, ci restasse, oh, io non mi farei suora; vorrei che tutti vedessero, capissero il mio dolore e mi compiangessero. Uno uguale non lo troverei più! Nessun altro, mai più!
- E io - lamentò l'Olga con un'aria e una voce che pareva la Duse -, io diventerei matta! Lui, la mia vita, perderlo così? Non saper nemmeno dove fosse sepolto? Matta, state pur sicure; mi getterei dalla finestra!
Breve pausa. Poi:
- E tu, Ida?
Ebbene: questa domanda, questo distaccarsi dal pensiero orribile e passare a interrogar lei, quasi a provarla in una gara in cui prevedevano resterebbe inferiore, la disgustò del tutto.
- Tu cosa faresti se perdessi il tuo Giulio? - insistette l'Adriana.
E all'Ida brillarono gli occhi. L'eccitava il bisogno di un contrasto comico. Scoppiò a ridere, tanto era enorme ciò che le scappava detto, e disse:
- Oh! Per me, morto un papa, fatto un altro!
Non ebbe appena pronunciate queste parole, che ne fu pentita.
- Viva la sincerità! - Viva la tua faccia! - esclamarono le amiche ridendo anche loro. E l'orgoglio non le permise di ribattere: - Non avete capito che ho scherzato? -, e la timidezza non le permise di dire, più duramente: - Voi non dovreste credere a me come io non credo a voi. - Tacque, ma dubitò subito che la risposta data per impazienza passasse di bocca in bocca in tutto il sobborgo come un'enormità fra vergognosa e ridicola; e quando fu in casa, il dubbio divenne timore, spavento. Cosa aveva detto! L'accuserebbero di aver poco giudizio e niente cuore; l'accuserebbero di ritenersi così bella che perduto un amante non le mancherebbero ammiratori e consolatori da sostituirlo. Figurarsi se l'invidia non ne approfitterebbe! Se qualche anima buona non si assumerebbe l'obbligo di aprir gli occhi al povero Giulio! E lui allora.... Si vedeva lasciata e screditata: per una leggerezza! per uno sfogo innocente! Stupide! causa loro....
Bisognava prevenire il colpo e confessar tutto a Giulio, subito; e lui giudicasse. Di coscienza, lei si sentiva meritevole di perdono. E si mise a scrivergli una lunga lettera, per dimostrare come il suo carattere discordasse dalle amiche e come e perchè coloro le fossero divenute antipatiche.
Ma arrivando al punto scabroso, alla frasaccia che pur doveva riferire: ?Morto un papa....?, non ardì tirar innanzi.
Troppo distava la brutta, cattiva, crudele espressione d'insensibilità dalle premesse e dalle proteste d'amore; e queste prendevano un aspetto di ripiego insufficiente. Cosa aveva detto! E l'immagine di lui così innamorato, così fiducioso, così fermo di volontà e d'animo per la speranza di averla interamente sua appena nel mondo tornasse la possibilità di esser felici, le si affacciò severa, ostile, minacciosa.
?Io - pensava che le direbbe -, io soffrivo a starti lontano; io soffrivo nei pericoli che correvo a ogni ora, a ogni momento, perchè mi figuravo il tuo strazio se mai ti portassero la notizia della mia morte; io sospiravo il giorno di riabbracciarti e ridarti la forza di sperare, di attendere la nostra felicità, e tu, intanto, non mi tradivi con un altro, no, ma m'ingannavi, per adesso, forse peggio: ti vergognavi di mostrarti innamorata di me: scherzavi indegnamente sul nostro amore, e la gente aveva da ridere compassionandomi. - Povero Giulio! Ti sei messo bene! Se una cannonata ti sfracellasse, eh! non dubitare che l'Ida si consolerebbe presto; e lo dice -?.
Pianse; non dormì in tutta notte. E la mattina dopo, quando le amiche la chiamarono, al solito, dalla strada, sollecitandola che era tardi, e discese e si accompagnarono, al solito, avrebbe voluto tornar lei nel discorso e liberarsi dalla lunga ambascia; dire: - Badate, ragazze. Giulio mi è molto affezionato, ma guai a me se imparasse!... - Stava per vincere lo stento a umiliarsi; e provò invece un ineffabile sollievo a non scorger segno di malignità nella faccia dell'Adriana e dell'Olga; non un sorriso ambiguo. Le avrebbe baciate. Infatti non si era montata la testa con un timore assurdo? E poi, se interveniva qualche cosa di nuovo, dimenticherebbero del tutto per sempre quel discorso.... Erano così leggere!
E, grazie al cielo, il fatto nuovo, la distrazione fu la neve. Oh che danno per i loro stivaletti, che costavano tanto! L'argomento, nell'andata, mentre nevicava, fu non solo il prezzo delle scarpe, ma il costo della vita; la difficoltà a risparmiare per il giorno che metterebbero su casa.
E al ritorno la neve era alta. Dovettero fenderla, calcarla, spesso sprofondarvi.
L'Olga piagnucolava; l'Adriana malediceva il destino, e l'Ida, come se Dio l'aiutasse, rideva tutta contenta.
Seguì il gran freddo; il pericolo di cadere per la strada ghiacciata. Altro che conversare! Bisognava star dritte; e si sorreggevano a vicenda strillando a ogni scivolone.
Ma si rinnovarono i giorni delle confidenze. Già ritornavano i soldati dal fronte, in licenza invernale; e le amiche a lamentarsi e a protestare che le licenze non si dessero a tutti quanti.
- Il tuo Giulio verrà di certo - dicevano all'Ida.
- Verrà; tu sei fortunata.
Finchè, una sera, l'Adriana disse, maligna:
- E se non venisse, poco male, eh, Ida?, per te e per lui.
- Perchè? - lei chiese trepidando.
- Perchè tu non ti guasteresti il sangue; e lui potrebbe consolarsi con qualche ragazza di lassù. Dov'è il tuo Giulio ce ne sono che portano gli stivaletti alti, dicono; e non se li guadagnano in sartoria.
L'Ida si morse le labbra; l'Olga rise sguaiatamente, e aggiunse: - Poco male! Tanto, morto un papa, fatto un altro!
- Siete cattive! - allora esclamò l'Ida con la voce piena di pianto. - Io ho scherzato, e voi....
- Brutto scherzo! - interruppe, senza guardarla, l'Adriana, con solennità di rimprovero. - Brutto scherzo! Quel che hai detto è peggio che dire: ?lontan dagli occhi, lontan dal cuore?; è come dire: ?io non ti ho mai voluto bene, t'ho lusingato, e tu, sciocco che sei, m'hai dato mente?. Anche peggio! è come dire: ?a me non m'importa proprio niente della guerra, e che molti ci muoiano, e che tu ci muoia; io mi diverto lo stesso?. Un uomo che abbia del sangue nelle vene e innamorato, a udir di queste belle proposizioni commetterebbe fino un delitto. Immaginarsi Gustavo! Mi ammazzerebbe!
(Bum!)
E l'Olga:
- Il mio Attilio mi scrive sempre: ?Non mi abbandonare, per carità, per l'amor di Dio!? Se imparasse che io a dimenticarmi di lui ci durerei così poca fatica e che già prima che morisse avrei il coraggio di pensare a un altro, si accorerebbe di passione. Lui si ammazzerebbe.
(Buum!)
L'Ida si era riavuta: le cuoceva di essere stata debole. Le fissò con una mossa del capo di sotto in su, che significava: ?Avete finito? Adesso parlo io?. Ma non parlò a lungo. Gridò forte, perchè, nel sobborgo, molti udissero la canzonatura: - tac tac tac!... Bum! bum! - E soggiunse, forte: - Come siete buffe! - Poi, essendo prossima a casa, vi entrò di corsa, presa da un riso convulso. L'avevano amareggiata, ferita, offesa, dubitando, oltre che di lei, dell'uomo che amava; si contentassero se si era limitata a metterle in ridicolo, spasimanti fastidiose e spropositate!
Ma il giorno dopo non l'aspettarono per andare e tornare insieme. Essa finse di non curarsene e da quel giorno le prevenne nell'andata e nel ritorno a casa. In cuor suo, però, temeva; ne paventava il rancore, la vendetta; tanto più che Giulio veniva in licenza, e i fidanzati di quelle due non si erano ancor visti.
Quasi in mezzo al viale, fuori della polvere, un chiodo arrestò lo sguardo, il passo e il pensiero del conte Mauro. Era un chiodo ancora buono, benchè un po' arrugginito e storto. Quanti l'avevano veduto? E perchè nessuno di quanti l'avevano veduto si era chinato a raccoglierlo? Trovate le risposte, del resto semplici ed ovvie, lo prese su lui, e seguitò la passeggiata verso la chiesa dei Cappuccini.
Pensava intanto: - Ogni cosa, sia pur minima, ha il suo valore. Dunque: cercate di non perdere nulla; non spregiate nulla; raccogliete sempre ciò che fu perduto, o gettato via, e tenetene conto. Imparate, cioè, a osservare e a riflettere.
Ai quali consigli altri ne seguivano, se non del tutto nuovi, sempre belli. - Profittare anche andando a spasso; vincere la pigrizia; esercitar la pazienza.
Ma dal considerare il chiodo che rigirava fra le dita il pensatore arrivò a conseguenze di maggiore importanza, per lui. Nelle brevi soste al Caffè Vecchio, dal tabaccaio nel Borgo, nella farmacia di San Rocco, non era solito ammonire che a consolazione della vita bisogna mirar in alto? Ora a vederlo prendere su da terra un chiodo tutti l'avrebbero accusato di contraddizione. E no. Se quella era un'azione giovevole, se un'azione giovevole in sè vale a pubblico esempio, ecco che si può mirare in alto anche guardando in basso. Nè bastava. Per la democrazia predominante là, nella piccola città romagnola, egli era forse un aristocratico in cui l'orgoglio della razza aveva assunto l'abito del filosofo fannullone, appartato e schivo.
- Ebbene - concluse Mauro Agabiti giunto che fu alla chiesa francescana -, anche per questo, da stasera in avanti, cercherò dei chiodi. Chi si umilia sarà esaltato.
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Gli accadeva sempre così. Concepita un'idea, a forza di dedurre, la tirava alle conseguenze estreme, che stupivano chi non possedeva l'energia logica di lui. E avendo pensato che pur l'esercizio di rintracciar chiodi non mancasse di morale efficacia, fu condotto a cercarne dove più se ne trovassero, e quindi dove la necessità dei chiodi nuovi rendesse maggiore la dispersione dei vecchi.
In via del Fossato, lungo le mura, erano botteghe di falegnami, fabbri, maniscalchi. Ivi, due o tre volte la settimana, la persona del filosofo, alta, magra, vestita di nero, il volto pallido e la bianca barba sotto il cappellaccio grigio, passava adagio adagio rimuovendo la polvere con la punta del bastone; talvolta arcuandosi nell'atto di tendere il braccio e la mano. Allora, se coglieva qualche cosa, gli balenava un sorriso dagli occhi chiari e guardava qua e là, come aspettasse di essere interrogato. Ma coloro che l'avevano osservato, e ridevano, si voltavano in fretta per non farsi scorgere; rispettavano in lui l'uomo generoso e diverso dagli altri ricchi appunto perchè, a parer loro, tócco nel cervello; e ne compativano la nuova, innocente manìa. Nessuno gli chiedeva: - Cosa accatta, signor conte? -; nessuno lo pungeva ironico o mostrava meraviglia; ed egli doveva mettere in tasca il chiodo e rimettere il discorso, pronto da un pezzo, a migliore occasione. Presto o tardi la sperimenterebbe, la virtù dell'esempio! - Infatti....
Una delle ultime fucine del Fossato era quella del fabbro Dondelli, detto Dondèla; e un giorno che questi lavorava altrove, il conte, quasi davanti al portone di lui, si chinò; con impeto allungò la mano.... Ahi! che dolore! Scottato. Le dita lasciarono subito la presa. Scottava, bruciava! Ma stringendo fra i denti il pollice e l'indice, in cui il chiodo aveva lasciato l'impronta della strinatura, il filosofo restò immobile ad aspettare. Il chiodo si raffredderebbe: no?
Intanto risate di ragazzi, trattenute a fatica, giungevano da ogni bottega, come gemiti.
- Ridono? - pensò il pensatore -. Dunque è una burla!
E quasi il bruciore, che non scemava, gli affrettasse il raziocinio, seguitò: - Una burla senza intenzione di ferire in me avarizia o gretteria; tutti mi conoscono. è una burla ingenua, che attesta però una intelligenza non comune. Bravi!
A questo punto nella bottega del falegname di contro il ridere si mutò in pianto schietto, e sotto la grandine degli scapaccioni paterni un garzoncello gridava: - Non sono stato io! è stato lui, là, che l'ha riscaldato! Celso!
- Birichini! canaglie! - urlava il genitore per farsi ben udire dal signor conte.
?Lui, là?? ?Celso??
Il filosofo pigliò su, risolutamente, il chiodo ancor caldo; lo mise in tasca ed entrò nella fucina di Dondèla.
- Celso - disse con l'usata dolcezza -, mi daresti un po' d'acqua?
Subito, di dietro all'incudine dove se la godeva ridendo piano piano e solo, il ragazzo balzò a prender la secchia, la portò, la depose ai piedi del signore. Il quale v'immerse la destra e sogguardò mentre, refrigerato, seguitava tra sè:
- Ha dell'ingegno; molto ingegno! Si vede dagli occhi; si capisce dalla prontezza degli atti. Dunque non è contento del suo stato. - E disse:
- A te non ti piace di fare il fabbro.
Il monello, che si aspettava tutt'altro discorso e tutt'altro tono, sorrise e rispose franco:
- Nossignore.
- Bene. Cosa ti piacerebbe di fare?
Sempre più inanimito da quel "bene" rispose:
- Il signore.
- Ho capito - disse il filosofo. - Vorresti diventare ingegnere o avvocato o medico, o che cosa?
Ma ora Celso rimase perplesso. Non erano dimande inopportune? ?Fare il signore? non significava ?far niente??
- Via! - insistè il conte rialzandosi e asciugandosi le dita nel fazzoletto. - Quale professione sceglieresti?
Bisognava finirla.
- Nessuna.
Fu un nuovo colpo inatteso. Ma non doloroso; anzi! Al filosofo parve di giungere improvvisamente a una felice scoperta; tale che tacque a lungo. Poi tolti dal gilet alcuni soldi, li porse al ragazzo.
- Ti ringrazio; e ci rivedremo.
Era poco lungi, per la strada, quando udì dei passi dietro a sè. Si volse. Celso col cappello in mano, disse (e le labbra gli tremavano): - Mi perdona?
Il conte gli pose la destra sulla spalla e tornò a fissarlo. Che occhi! - Sì, figliuolo!
E riprese la strada pensando: - Intelligenza; animo ardito; cuore, e, per di più, inclinazione latente!