Il salotto era molto elegante. Nel caminetto ardevano le legna e crepitavano allegramente. Su di un piccolo tavolo era collocata una bottiglia sturata con due bicchieri riempiti di vino ed un servizio da fumo. Al tavolo sedevano due uomini, l'uno beatamente sprofondato in una gigantesca sedia a bracciuoli, che ne celava quasi tutta la persona, l'altro seduto a cavalcioni di una sedia di cuoio, colle braccia incrociate sul davanzale.
Quei due uomini erano del tutto dissimili tra di loro, come diverso era il modo, nel quale stavano seduti.
Il primo era un uomo di mezza età, alto, slanciato, magro, con un volto molto espressivo, sbarbato e ad eccezione di un paia di piccolissimi mustacchi neri, che aveva tollerato sul labbro superiore. Qualche raro filo d'argento tra quelli. L'occhio grigio era freddo; come una di quelle antiche lame di Damasco, così grigie, così fredde, eppure così taglienti, che formano la delizia dei collezionisti e ti fendono i macigni. Le labbra erano lunghe, pallidissime; bella la dentatura di neve, un po' canina. I capelli molto corti, a spazzola, leggermente brizzolati; le mani fine, aristocratiche, con unghie lunghe, a mandorla, ben curate. Aveva indossata un'ampia veste da camera, di seta azzurra, coperta di certi fiori strani, di certe figure umane più strane ancora, con cappelli a cono ed ombrellini fantastici, e tra fiori e mandarini si arrampicavano certi animali, che non hanno mai figurato nella natura e che erano dovuti alla pazza fantasia di qualche ricamatore cinese, perchè quella veste da camera singolare, era stata certo importata dal regno della coda.
L'altro era molto più giovane, tra i venti ed i trent'anni, vestito, con affettata noncuranza, a nero, con una gigantesca cravatta nera, annodata al collo; il suo volto era sbarbato, magro, dalle guancie infossate, dagli zigomi sporgenti, e con certe chiazze rosse, che si accentuavano quando egli s'infervorava nel discorso. L'occhio bello, di un nero carico, si accendeva allora di certe luci strane; le labbra un po' tumide, erano pallidissime; la dentatura pessima; le unghie non coltivate; i capelli arruffati, spettenati.
All'esterno dei due uomini corrispondeva anche il loro modo di parlare. L'uomo dalla veste da camera cinese era breve, conciso, imperioso, autoritario; sembrava avvezzo a comandare. I pensieri gli uscivano dal cervello e poi dalle labbra, sotto forme di sentenze brevi, concise; egli era un uomo che aveva un'opinione propria non solo, ma era persuaso, che quella fosse la sola opinione giusta e perciò da seguirsi, e la voleva imporre a tutti. L'altro invece balzava col suo dire di palo in frasca; si agitava per ogni inezia; s'infervorava, diventava tragico, ed allora le chiazze rosse andavano accentuandosi, l'occhio prendeva strani bagliori, egli agitava le mani, muoveva le dita, stringeva il pugno, si dimenava....
-Ripeto: La vita del sogno è qualche cosa di stranamente misterioso. L'anima è allora sciolta dai lacci del tempo e misura gli eventi in un altro modo. Vive alle volte una vita di mesi e mesi ed anzi di anni ed anni in uno spazio infinitesimale di tempo, in mezzo secondo, in un secondo. Dal che si deduce, che la vita dell'anima è del tutto diversa da quella del corpo. La vita del corpo si misura da aurora a tramonto e da tramonto ad aurora, a giorni, a mesi, ad anni, e quella dell'anima invece.... e s'interruppe bruscamente.
L'altro rise. Il suo riso era così beffardo.
-Non continui? domandò.
-Mi manca il termine.
-Od il concetto. Pazzo! L'uomo non ha anima. è un animale rapace, sentenziò l'uomo dagli occhi grigi.
Le chiazze sul volto dell'altro si accentuarono.
-La ho. La sento! esclamò con persuasione.
-Ed allora fatti frate!
L'altro fece un gesto di scherno.
-Studio filosofia. Appunto perchè ho un'anima sono ateo, sono anticlericale, sono libertario! esclamò.-Come devo odiare tutti coloro i quali metterebbero in ceppi il mio corpo, così devo odiare la religione, perchè essa mette i ceppi al mio spirito. Schiavo di nessuno, nè nell'anima nè nel corpo!
-Già. Ma intanto, mentre c'è tanto bisogno di chi diffonda le nostre idee, i nostri sani e santi principi, tu perdi il tuo tempo studiando filosofia, osservò l'altro con scherno.
-Io lavoro.
-Che cosa fai?
-Parlo! Propagando le nostre idee.....
-Non abbiamo bisogno di ciarloni. Vogliamo gente che lavori!
-E tu, che cosa fai? domandò il più giovane, mentre un grande colpo di tosse ne scuoteva lo scarno petto.
-Questo, disse l'altro e, alzatosi, avvicinò un elegante stipo di legno lucidato, dalle grosse borchie di bronzo giallo, caldo.
Premette una suola ed aprì una porticina. L'altro vide alcuni ordigni di metallo giallo, piccolini, rotondi, lucidi.
-Quattro! mormorò.
-Ecco i nostri grandi argomenti nella lotta per la rivendicazione dei nostri diritti e nella campagna che meniamo contro ogni tirannide! disse l'uomo dagli occhi grigi e fissò l'altro in volto. Il suo sguardo gli penetrò attraverso gli occhi fin nel cuore, procurandogli un disagio grande, un malessere acuto, che invano cercò di vincere.
-Quando? domandò scuotendosi.
-è inutile che te lo dica.
-Perchè?
-Non hai coraggio! disse l'uomo dalla veste cinese con sprezzo.
L'altro si eresse sulla persona; lo sguardo divenne più strano che mai; le chiazze assunsero una tinta quasi scarlatta.
-Del vile a me! A me che ho sacrificato tutto al nostro ideale; che odio con infinito livore ogni tiranno, il governo, la chiesa, l'aristocrazia, i ricchi, ed anche tutti i papi del partito socialista! Del vile a me, che ho troncato la mia carriera, che mi sono logorato la salute, che ho..... esclamò con un fare tragico.
L'altro lo interruppe con un gesto di disprezzo.
-Meno chiacchiere! Hai davvero coraggio? gli domandò.
-Sì.
-Quante?
L'altro fece un gesto di terrore.
-Io?
-Se non sei vile.
-Non lo sono.
-Vuoi?
-Sì.
-Quante?
-Una.
-E vada per una. Domani!
-Il giorno di Natale! esclamò l'altro, scuotendosi.
Un sorriso di scherno errò sulle pallide labbra del primo.
-Il Natale t'impone? domandò.
-Certi ricordi.....
-Di antiche debolezze, delle quali dobbiamo vergognarci, Io una e tu una. Dove vuoi? Nella chiesa, durante la Messa, o tra la folla che passeggia?
-Tra la folla. E tu?
-Io in chiesa. Resta stanotte presso di me. Ordinerò dal trattore la cena per due. Potrai dormire nel gabinetto, e domani usciremo assieme.
-Dispensami stasera. Verrò domattina per tempo, disse l'altro imbarazzato.
Il più anziano gli diede un'occhiata di scherno.
-Vuoi santificare la notte di Natale? domandò.
-Ho promesso di passarla con mia sorella e coi suoi figli, rispose imbarazzato.
-Non dovevi accettare.
-Non potevo dire di no.
-Hanno invitato anche me al cenone, alla allegria dell'albero di Natale. Infami ricordi della più infame tra le tirannidi, la clericale! Non ho accettato! Non andare neppure tu. Rimani con me. Una cenetta e poi......
-Ho accettato.
Novello sorriso di scherno.
-Vile!
-Non potevo dire di no. Ma domattina sarò qua alle otto e ti proverò che ho coraggio.
L'altro rise.
-Ti attendo. Ma la tua venuta non proverà la tesi. Avrai audacia ma non coraggio. Chi ha coraggio la rompe con tutto; anche con certe pratiche care, con certe credenze.
-Non credo. Odio. Ma mi hanno invitato. Non è una festa religiosa ma di famiglia.
-Che ha però le proprie radici in quella fede cattolica, che noi dobbiamo sradicare dal mondo. Finchè noi avremo la debolezza di solennizzare il Natale, magari soltanto con una scorpacciata, proveremo la nostra dipendenza da quelle idee, concorreremo a tenerle vive e faremo del nostro, acciocchè resti sempre desto il ricordo del fanciullo di Nazaret e di quello che esso significa.
-Non dovrei andare?
-No.
Il giovane esitò un istante.
-Ho promesso, disse.
-Vile!
-Eppoi sarà l'ultima cena in famiglia, mormorò.
L'altro rise di nuovo con scherno.
-Per me sarà domani probabilmente l'ultima aurora, mormorò, mentre i suoi occhi grigi contemplavano quasi con amore le quattro bombe a mano, che egli aveva allineate nell'armadio, sopra un palchetto.
-Anche per me!
-Per te? Tu credi nell'anima ed in una vita avvenire.
-Nella mia reincarnazione! esclamò il giovane, mentre il suo sguardo divenne luminoso. Esso brillava allora del fuoco sinistro e pure non antipatico del fanatismo. Il fanatico ha almeno un ideale; l'indifferente, l'apatico ne va privo.
Per me domani tutto sarà finito, mormorò l'altro.
Il giovane non gli rispose. La proposta dell'amico gli era venuta troppo inattesa. L'aveva accettata. Non se ne pentiva. Doveva dimostrare che non era vile, eppoi era davvero ora d'incominciare. Le parole non bastavano più. Bisognava passare ai fatti.
Pure il pensiero che domani.... domani.... gli creava un grande malessere, contro del quale non giovava richiamarsi al pensiero l'immortalità e la reincarnazione dello spirito. Certo; egli sarebbe ritornato sulla terra sott'altra forma ma collo stesso principio vivificatore. Pure la vita era bella; quella sera specialmente tutto lo invitava a vivere, a godere, ed invece domani.... domani.... Cercò di cacciare quei foschi pensieri. Aveva deciso! Era suo dovere! Perchè rattristarsi quella sera colla previsione del domani? Gli sarebbe forse riuscito di salvare la vita; di scappare inosservato nell'infinito panico. Pure bramava di allontanarsi da quell'uomo, il cui sguardo era sì freddo; che era sì terribilmente logico nelle sue delusioni; vicino al quale si sentiva tanto a disagio.
Gli tese la mano.
-A domani! disse.
Vuotò il bicchiere, uscì di stanza e dalla casa e passò sulla via fredda, coperta di neve indurita, che scricchiolava sotto i suoi passi.
Lo schiavo
L'infinita estensione del deserto. Un mare di sabbia gialla, profonda, calda, infuocata, dalla quale escono, simili alle isole nel mare, delle rocce nude, brulle, dalle forme fantasiose, strane, le quali riflettono i cocenti raggi del sole, aumentano il calore di altiforno ed accecano quel povero uomo il quale cavalca stanco, sfinito, sul suo destriero, stanco, sfinito esso pure. Il cavaliere non ne può più.
è un magnifico esemplare della razza camita, come essa si è conservata pura nelle regioni settentrionali dell'Africa; il color della pelle è bruno, come antico rame; i lineamenti del volto dolci e non sgradevoli; la fronte bassa, l'occhio infossato, gli zigomi leggermente sporgenti; le grosse, tumide labbra hanno il colore del corallo, i capelli sono crespi, la persona grande, forte, bella, tutta nervi e muscoli, una figura regale, un uomo, il quale sembra chiamato al dominio. Ed il vestito è quello di un uomo che può, di un dominatore. I sandali sono di cuoio finissimo, rosso; i calzoncini corti di pelle concia, elegantissimi; il petto è ignudo, ma dalle spalle gli pende un prezioso mantello azzurro, di lana finissima, orlato di porpora, di vera porpora, preziosa come la imperiale. Ha anella di oro alle braccia muscolose, ed anella alle dita, mentre il capo è coperto da un drappo prezioso, multicolore, che gli svolazza dalle spalle. Al fianco gli pendono una spada romana, corta, dall'impugnatura di ebano ed avorio, ed un magnifico pugnale.
Il cavallo è di rara bellezza; uno di quei cavalli grigi, come sono grigie le rocce del deserto, che gli sceicchi arabi, gl'ismaeliti, allevano nella penisola sinaitica ed al di là del breve mare, nelle regioni asiatiche, e vengono importati rare volte nell'Africa; un cavallo prezioso, che sarà stato pagato certo il prezzo di venti cammelli o di cento asine; un cavallo tutto fuoco, dall'occhio sagace e dalle narici di corallo.
L'uomo è stanco, sfinito, non ne può più. Il sudore non ne imperla più la fronte, perchè il suo corpo è privo di umor; la bocca spalancata è secca ed arida la lingua; è da trent'ore a cavallo e da venti che non beve; la testa gli arde, i pensieri gli si confondono; non ne può più. Arrestarsi? Non può; non deve! Avanti a lui è la vita, perchè può trovare dell'acqua e conservare la libertà. Dietro di lui c'è una schiavitù, ben peggiore della morte.
Avanti, mio Veloce! avanti. Egli stimola il fido destriero, lo sprona con certe spine di argento che ha ai calzari, gli flagella il ventre, gli apre ferite, lo fa sanguinare. Il cavallo spiega la sua maggior velocità, ma questa è così poca; perchè è stanco, è tanto stanco. è da una settimana che non riposa; è da due giorni che non beve; eppoi il nobile destriero non è avvezzo alla vita del deserto, alla sabbia.
Avanti, Veloce, avanti!
Il cavallo, spronato dalla voce supplichevole del padrone, intende le proprie forze, tutte; ma non può, non può più, ed il suo passo è così lento, così lento.
Il cavaliere volta di quando in quando la testa, fa colla mano disco agli occhi, e fissa il lontano orizzonte. Non vengono ancora; ma possono venire ogni istante, ed allora.....
Mio dio serpente, salvami, ed io offrirò in tuo onore dieci bambini appena nati e scannerò dieci vergini, che non hanno ancora conosciuto lo sposo! esclama, mentre il suo occhio guarda supplice un piccolo serpente, arrotolato al suo braccio sinistro; il suo odio, l'onnipotente, il patrono della sua tribù, che la rese sempre grande, la conservò potente, le concesse sempre grandi trionfi e l'aveva abbandonata soltanto due giorni innanzi: un dio sanguinario, che chiedeva molte vittime, bambini innocenti e vergini pure.
Dio serpente! Perchè mi hai abbandonato?
Sì; lo aveva abbandonato. Ricordava la sua tribù forte, potente, padrona della grande oasi, dominatrice delle vie del deserto. Egli ne era il capo temuto. Suo padre gli aveva lasciato un nome terribile, che tutti paventavano, un'autorità, avanti alla quale tremavano tutti, un forte esercito di tremila armati, le casse piene di oro giallo, caldo, più caldo della sabbia del deserto, molti schiavi e molte schiave.
Egli aveva stretto con mano forte le redini del governo ed avido di dominare sul deserto, di essere padrone delle grandi vie, che conducono al suo interno, per poter taglieggiare a piacimento le carovane ed imporre loro le tasse che voleva; per diventare il padrone del paese, aveva dato battaglia ad una tribù finittima e che gli era rivale, l'aveva debellata ed era stato senza misericordia coi vinti. Chi gli era caduto vivo nelle mani era stato macellato o fatto schiavo e conservato ad una sorte più terribile della morte.
Quanto sangue sparso allora! Egli fremeva della barbara Gioia al pensiero di quell'eccidio, e gli sembrava di veder scorrere ancora ai suoi piedi, sulla sabbia del deserto, un ruscello di sangue umano, rosso; gli pareva di allungare il braccio colla mano, piegata a mo' di scodella, di attingere quel liquore rosso, caldo, e di portarlo alle labbra. Spegnere la propria sete col sangue dei morti nemici! Dimenticò per un'istante la propria sete, il suo sfinimento, e si rizzò fiero, maestoso, sul suo cavallo.
Io! Il principe Ramsette! Ma poi ricadde nell'antica prostrazione; la persona si curvò ed egli dovette con ambo le braccia afferrare il collo del fido cavallo e stringersi a quello, per non stramazzare al suolo.
La sua ultima vittoria, perchè i vinti avevano implorato l'aiuto dei potenti ed odiati romani, ed il proconsole aveva avocato a sè la causa ed osato citare lui, un principe, lui, Ramsette, al proprio tribunale.
Aveva risposto: Un libero principe non può venir giudicato da nessuno! ed aveva invitato il proconsole al proprio tribunale.
Aveva armato la sua tribù. Sperava di vincere. I suoi erano uomini liberi; i romani schiavi. Un uomo libero vale per cento, per mille schiavi e ne sbaraglia una legione. Eppoi egli si lusingava, che tutte le altre tribù si sarebbero unite a lui, le libere, per conservare la propria libertà, le soggiogate, per scuotere il durissimo giogo.
Ma le sue speranze non si erano avverate. Molti Io temevano, molti lo odiavano, molti lo volevano veder umiliato; la sua umiliazione premeva loro assai più della loro libertà. Non vedevano il loro vero nemico nel proconsole romano, che li teneva domi, li soggiogava alla dominatrice del mondo; vedevano piuttosto in lui un rivale pericoloso, che andava umiliato. Nessuno lo aiutò; uno o l'altro favorì anzi i romani. Si venne alla lotta, ed egli fu vinto. Le centurie romane, bene armate di bronzo, furono insensibili alle leggere frecce; i suoi invece non poterono resistere al loro impeto; molti fuggirono; molti vennero mietuti dalle loro spade, molti furono trapassati dalle loro lancie. Dall'alto del suo destriere egli aveva diretto la pugna e cercato d'infiammare i suoi e di condurli al trionfo; ma quando aveva visto sbaragliati i suoi uomini, prima invincibili, da un pugno di nemici, inferiori di numero; quando gli avversari si erano lanciati contro di lui; quando aveva udito la voce del centurione gridare: ?Mille sesterzi a chi lo piglia vivo?, un terribile spavento lo aveva incolto. Morto sì, ma schiavo mai. Aveva dato di sprone al suo cavallo ed incominciato quella fuga pazza, da parte sua, quell'inseguimento pazzo da parte loro.
Fuggire? Dove? Alla sua oasi, per condurre colà il nemico; per dargli in preda le donne, i fanciulli, il suo oro? Mai! Si lusingava, che il nemico non avesse trovato la via dell'oasi, non si fosse spinto fin là, a predare, sgozzare ed incendiare; si lusingava di poterlo allontanare in un'altra direzione. E perciò fuggì all'impazzata, nel deserto, senza una meta, avido solo di mettere una immensa distanza tra sè ed il nemico; di mettere in salvo la propria vita; di non cadere nelle mani di quell'avversario temuto, di non diventare suo schiavo.
Dio serpente! Mi salva, mi salva!
E continuava la cavalcata pazza.
Il sole volge rapidamente al tramonto. I colli gettano lunghe ombre, strane, e prendono tinte fiammeggianti; domina, da principio, il giallo, un giallo saturo che diventa poi arancione e poi rosso fuoco mentre i colli ardono; sembra che un gigantesco incendio divampi nel deserto; l'orizzonte è in fiamme, ed in mezzo a quelle fiamme, rossa essa pure, un'enorme brace, si tuffa la gigantesca palla solare.
Il rosso cede il luogo al violetto; sembra che le rocce vestano a mestizia per l'occaso del sole. Il fuoco si spegne sull'orizzonte, rapidamente; i colli si coprono di gramaglie, e sul padiglione nero del cielo compariscono numerose stelle.
Il capo prorompe in un urlo di spavento. In mezzo a quelle stelle è comparso un indice luminoso, gigantesco, il dito di Dio, che gli minaccia sventura.
?La cometa! L'astro della mia rovina!? e cade privo di sensi a terra.
Rimane a lungo, molto a lungo privo di sensi. Il cavallo si è coricato al suo fianco, ed ansa; ha la bocca aperta; la lingua ne esce penzoloni, inaridita; gli occhi si spengono; la povera bestia è prossima a morire di stanchezza, d'inedia, di sete.
Il capo si desta. Da principio non riesce a raccogliere i pensieri; sono così confusi; ma poi vede sopra di sè il cielo stellato; vede la maestosa luna; vede la cometa. Ma alla luce lunare l'astro minaccioso ha perduto parte del suo terrore; la sua luce è sbiadita tanto. Pure ciò non reca conforto al capo. Egli guarda la cometa, con un infinito spavento. è certo di essere perduto.
-Schiavo mai! freme, leva il pugnale amico e lo porta alle labbra.
Non paventa la morte: Ha scannato già molti di sua mano. Suo padre, quando gli ha donato il pugnale gli ha detto;-Il miglior amico! Esso non permetterà giammai che tu diventi prigioniero.
Lo avevano assuefatto a vedere nella prigionia la maggior sventura, il pugnale era là, l'amico fido.
Era deciso! Voleva cacciarselo nel petto, voleva farla finita. La cometa era là e gli diceva: Schiavitù o morte! E tutto, tutto: la sua educazione, i suoi fremiti di libertà, la sua condizione di capo, il suo passato, il presente, i timori per l'avvenire, tutto, tutto gli diceva: Schiavo mai! Preferisci la morte; mille volte la morte!
Stava già per cacciarsi il pugnale nel petto quando il suo sguardo venne a cadere sul cavallo morente.
Lo guardò a lungo e provò un senso d'infinita mestizia. Gli sembrava di veder morire un amico; anzi, più che un amico un fratello. Ma poi gli si affacciò alla mente un pensiero; cercò di cacciarlo, ma invano. Esso gettò subito radici; si abbarbicò nel suo cervello, gli s'impose. Non era quella la prima volta.... Non sacrificava nulla.
Il cavallo era condannato a morire. Avido di bere; reso pazzo dalla sete; desioso di conservare la vita, per radunare le sparse membra della sua tribù, per organizzarle, per prepararle alla vendetta, si gettò sul cavallo, gli aprì, col pugnale, una vena al collo, portò le labbra alla ferita e succhiò il sangue caldo dell'animale, che si dimenava negli spasimi dell'agonia.
Beveva, beveva! Mio serpente, sii lodato! Beveva, beveva! Il liquore era denso, caldo, nauseabondo, dolcignolo. Sangue! Ma egli non ci faceva conto. Non badava alla nausea che esso gli recava; era un liquido che spegneva la sua sete grande, intensa, infuocata, che gli faceva ritornare la vita.
Beveva, beveva. Bevette fin che non ne potè più, e poi si abbandonò sulla carogna del suo cavallo, incapace di più muoversi, in preda ad un dolore di testa infinito; in preda a certi tremiti, a certi vomiti spaventosi, che poi cessarono, lasciandogli una grande sfinitezza e facendolo cadere in un supremo letargo....
Un dolore terribile ai polsi lo fece rinvenire. Spalancò gli occhi. Il sole era alto ed innondava il deserto di sua luce gialla, festosa, calda, e a quella luce egli vide attorno a sè degli uomini sbarbati, nell'odiato costume romano, udì le loro risa di scherno e si vide strette le mani da pesanti catene. La predizione della cometa si era avverata. Era prigioniero, era schiavo.
Cercò di spezzare quelle catene; invano. Volle balzare in piedi, ma era incatenato anche a questi. Gridò, urlò, si dimenò, ma essi risposero alle sue grida, alle sue proteste, ai suoi urli, con alte risate di scherno, con parole beffarde. Egli non li comprendeva. Il loro gergo era così diverso dal latino, che parlavano a Cartagine e del quale egli aveva appreso alcune parole dal suo precettore. è buona cosa conoscere anche il gergo degli avversari, per rilevarne le intenzioni.
Ma poi ricordò che era principe, e che quegli erano schiavi; che non doveva dare loro spettacolo di sè; che non doveva destare il loro scherno, le loro risa; che doveva imporre loro colla sua dignità, e più non si mosse. Finse esternamente la maggior calma, mentre nel suo cuore si rodeva dalla rabbia e da uno sdegno grande, immenso, infinito, cocente. Prigioniero, schiavo. Gli diedero da mangiare. Non rifiutò il cibo, gli diedero da bere; non rifiutò la bevanda. Ma quando gli dissero di alzarsi si accorse che non aveva più al braccio il serpente adorato. Girò smarrito Io sguardo, e lo vide a terra, morto, col capo schiacciato. Provò un dolore indicibile. Il suo idolo venerato; il suo dio! Morto l'idolo della tribù; questa distrutta, il suo principe prigioniero. Una sventura più atroce non lo poteva colpire.
Lo condussero prigioniero a Cartagine.
La terribile marcia attraverso il deserto, a piedi, legato alla sella di un centurione germanico, uomo senza cuore, brutale, che spronava il proprio cavallo, per costringere il prigioniero ad una corsa veloce, sulla sabbia infuocata, su pietre che bruciavano, attraverso a valli anguste, su rapidi pendii. Gli avevano tolto il mantello, i calzari, le armi, i braccialetti, tutto; non gli avevano lasciato che i calzoncini di cuoio. Il piede ignudo sprofondava nella sabbia; le pietre aguzze gli foravano la pelle; i granellini di sabbia, i piccoli cristalli di quarzo, penetravano nelle piaghe, nelle ferite, causando un dolore atroce, un intenso prurito; le ferite si allargavano; il sudore gli colava copioso dalla fronte; ansava; non ne poteva più: era sfinito e si trascinava con fatica avanti. Malediva al suo dio serpente che lo aveva abbandonato, ai romani, alla cometa, a se stesso, che non aveva messo fine alla propria sventura; che aveva avuto il pugnale e non lo aveva piantato nel proprio cuore, nè messa, così, rapida fine alla propria vita.
Quella sera la cometa apparve di nuovo. Essa destò in lui una lieta speranza. Non era apparsa dunque per lui, per annunziare la sua sventura, chè questa era compiuta. Annunziava la rovina dei romani? Venisse! Non l'anelava per la propria liberazione, ma perchè li odiava tanto.
La marcia continua. Non ne può più, e riceve dal centurione un colpo di sferza sul dorso; il primo colpo, che sfiora le sue vergini spalle. Urla più che dal dolore dalla rabbia, dallo sdegno, dall'infinita vergogna; lui, un principe, battuto di verga! stringe i pugni, vuole gettarsi, colle mani legate, contro l'audace che lo ha battuto, ma viene ricevuto a colpi di verga, abbondanti.....
Hanno passato il deserto e sono arrivati su territori fertili, ben coltivati, fittamente abitati, dove il suo passaggio viene accolto ora da parole di scherno, di beffe, ed ora di meraviglia, di stupore. Nessuno ha compassione di lui. Egli muore dalla vergogna nel vedersi meta di quello stupore, di quello scherno, nell'accorgersi che nessuno lo compiange.
Giunge finalmente a Cartagine, dove viene trascinato dal proconsole. Ode parole di scherno. Viene considerato prigioniero di guerra e condannato alla schiavitù imperiale. Verrà mandato a Roma. Protesta. è africano, è principe. La guerra fu ingiusta; esige la libertà; si dichiara pronto di venire a patti; di assoggettare la sua tribù ai romani, di riconoscere l'imperatore, di pagare un annuo tributo. Le sue parole vengono accolte con un riso di scherno. La sua tribù più non esiste; è stata annientata; tutti gli uomini sono morti e le donne trascinate sui mercati; la sua oasi è diventata proprietà del fisco.
Lo conducono allo stabulum, fra gli schiavi, dove la verga lo costringe all'ubbidienza, al lavoro. Il cibo è scarso, le piaghe molte, il lavoro faticoso. è incatenato assieme a prigionieri di guerra, frementi di libertà; a delinquenti, condannati per volgari delitti, a schiavi, nati tra le catene, che non hanno mai gustato la libertà, che hanno cambiato di spesso padrone e furono acquistati dallo stato per venire inviati a Roma.
Fra gli schiavi vi sono parecchi suoi antichi sudditi, catturati nella battaglia o nella sua oasi e parecchi suoi antichi schiavi, lieti quest'ultimi che il loro antico padrone sia pure schiavo. Egli è stato sempre un padrone molto crudele; non ha mai avuto compassione di loro; non può chiedere, che essi abbiano ora compassione di lui.