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Fante di picche

Fante di picche

Author: : Salvatore Farina
Genre: Literature
Fante di picche by Salvatore Farina

Chapter 1 No.1

A ventidue anni Donato è un bel giovane bruno; sa tirar di sciabola e di pistola, caracollare con grazia sopra un cavallo, infilar come saetta le vie di Milano sul velocipede, e sa all'occorrenza camminare a piedi senza dinoccolar le gambe per far pompa d'una disadattagine che è l'ultima parola dell'arte del perfetto cavallerizzo. A ventidue anni Donato, non ostante il contagio della città dove vive da un pezzo, si è serbato figlio e fratello tenerissimo, adora la canizie del suo vecchio padre e non immagina al mondo cosa più soave della testolina bionda della sorella.

Or ecco perchè il vecchio Norberto e Mariuccia in quella calda sera di luglio si lasciano rubare i sospiri dalla brezza senza quasi avvedersene: Donato deve abbandonare ancora una volta la paterna villetta di Romanò in Brianza, per tornarsene alle severe assiduità della Scuola d'Applicazione ed alle innocenti delizie del Veloce-Club di Milano.

Nè ciò soltanto affligge le due anime buone; all'occhio della loro tenerezza non è sfuggito che Donato, nei tre giorni passati in villa, fu inquieto più del solito.

Certo egli ebbe ancora sorrisi, ma brevi e fuggitivi, di quelli che appaiono a fior di labbro e di repente si cancellano senza lasciare alcuna traccia. Talvolta pure infilò le ciancie, gli si accesero le gote impallidite, gli brillò lo sguardo, ma d'un tratto ammutolì, si oscurò in volto, si ritrasse nella sua cameretta od uscì all'aperto, e quando si credette non visto si lasciò cadere sopra un sedile, e stette lungo tratto d'ora immobile, coll'occhio fisso a terra. Mariuccia ed il babbo lo spiarono senza saper l'un dell'altra; venti volte vennero entrambi da opposte vie ad incontrarsi per caso in faccia a Donato meditabondo; e allora il babbo si arrestò estatico a guardare un alberello, Mariuccia si chinò a cogliere una miosotide, per dar tempo al giovine di comporre il volto alla pietà d'un ingannevole sorriso. La sorellina, che potè tener dietro a Donato con assai maggior naturalezza e punto scrupoli, vide poc'anzi il fratello colla testa fra le mani... un pezzo... un pezzo, trattenne il respiro e sentì gonfiarsi il cuore dall'affanno, e finalmente non potendone più, diede in uno scoppio di pianto che costrinse Donato a scoprire la faccia lagrimosa. Egli corse a lei, si abbracciarono stretti, confusero le loro lagrime, finchè la giovinetta levò il bel viso, e pose negli occhi una domanda.

Donato si schermì, si chinò a raddrizzare una dalia curvata dal vento, poi appiccò discorso, costrinse la sorellina ad ammirare il ceruleo anfiteatro delle montagne lontane, si provò anche a cercar argomento scherzevole, e trovatone uno vi spese più barzellette che non meritasse, e delle barzellette rise più forte del solito, e fe' pure ridere la fanciulla; ma quando, esaurita quella forza fittizia, guardò negli occhi di Mariuccia, vi lesse chiaro la stessa dimanda di prima: ?e perchè piangevi??

?Sono uno sciocco, disse allora, mi vergogno di me stesso; piangevo perchè ho paura di presentarmi agli esami; un superbiaccio pari mio meritava questa umiliazione; a te lo posso dire: il Veloce-Club, e le cavalcate, ed altro mi hanno fatto trascurar la scuola di meccanica e di costruzioni, gioco una brutta carta...

E come se gli si ripresentasse alla mente l'immagine della propria sciagura, s'interruppe e non aggiunse parola.

Anche Mariuccia tacque, perchè vide venire il babbo da lontano. Altrimenti ella avrebbe pur detto al fratello che le sue paure erano fantasime vane, che d'esami ne aveva già superati un esercito senza averne mai trovato uno che gli facesse proprio paura, che per dieci o venti lezioni di meccanica perdute uno studente di matematica non è già in rovina, e può diventare ingegnere e dei buoni ugualmente. Ella avrebbe pur detto tutte queste cose ed altre, o piuttosto non avrebbe detto nulla, perchè s'era accorta che, per la prima volta in vita, Donato, il suo buon Donato... mentiva, e si teneva certa non altro essere tutta la storiella degli esami se non un nero tessuto di bugie per carpire la fede della sorellina ingenua.

Donato alla vista del babbo tornò ilare, passò il rovescio d'una mano sugli occhi per cancellare ogni traccia delle lagrime versate, si dimenò come una girandola che non piglia fuoco, facendo cento cose inutili, gettò qualche scintilla di buon umore... e finalmente si spense. E per non trovarsi innanzi alla tenera sollecitudine di quella faccia serena di vecchio, tutta rughe ed amore, girò sui tacchi come sopra un cardine, e se n'andò a testa bassa, curvandosi a raccogliere un fiore che non guardava nemmeno od un sassolino che lanciava distratto a saltellare sul viale...

Ed ecco perchè il vecchio babbo e Mariuccia, rimasti soli, guardano alle giogaie alpine baciate ancora dal sole, alla vallata del Lambro dai larghi piani d'un verde cupo, sentono in quell'ora melanconica come un'ansia paurosa, e non si avvedono che la brezza invola alle loro labbra un sospiro.

?Bella sera! dice Norberto.

-Bella! risponde Mariuccia.

E il babbo pensa che la fanciulla abbia ricevuto le confidenze di Donato, e la fanciulla dice a sè stessa che certo il babbo dev'essere informato della vita che Donato fa a Milano e di quanto può essergli accaduto.

Tacciono.

I raggi del sole valicano le ultime creste del Resegone e si perdono nello spazio azzurro, le ombre si addensano tutt'intorno, le campane dei paeselli si rispondono da lontano, e l'ala greve del pipistrello passa come un'ombra nera nella luce impallidita del crepuscolo.

?Partirà domani Donato? domanda la fanciulla.

-Domani...

-Povero Donato! è in pensiero pegli esami.

-Te l'ha detto lui?

-Sicuro.

-Ho notizie dai suoi stessi professori, non deve temer di nulla, è studioso, diligente ed assiduo.

-Anche alla meccanica?

-Anche a quella.

Mariuccia l'ha immaginato, non domanda altro; e il babbo che vorrebbe sapere dalla fanciulla... senza metterla inutilmente in malizia... non sa proprio come fare.

-Non ti ha confidato nulla Donato? chiede finalmente, tirandosi sotto il braccio la figliola ed avviandosi verso la palazzina.

-Null'altro.

Mariuccia, la scienza dei suoi sedici anni compiti, se anco non l'ha appresa da altri, l'ha indovinata benissimo, e però soggiunge dentro di sè:

?A questo avevo pensato anch'io! Ma se fosse innamorato, a me lo avrebbe detto!?

Due ore dopo la piccola Maria ed il vecchio Norberto si augurano la buona notte con un bacio. Ciascuno d'essi deve passare innanzi ali'uscio socchiuso della camera di Donato.

?Buona notte!

?Buona notte!

E alla voce argentina della fanciulla ed alla tremula voce del vecchio, Donato risponde facendosi sull'uscio a baciare in volto i suoi cari, poi rientra, si ferma nel mezzo della stanzetta ad ascoltare i passi della sorella e del padre, e quando non ode più nulla, altro che il rauco coro delle rane e il zirlo degli insetti nella campagna, si appoggia alla finestra, e sprofonda lo sguardo lontanamente nel buio.

Chapter 2 No.2

La notte è tenebrosa; terra e cielo si confondono nel buio infinito da cui si staccano, più neri, alcuni nugoli che viaggiano solitarii, ed i gelsi e le quercie in sembianza di giganteschi fantasmi. La brezza bisbiglia sottovoce e dondola i letti pensili degli uccelli e degli insetti.

Che pensa Donato colla fronte ardente nascosta fra le mani?

Non pensa, vaneggia.-è ritornato fanciullo, ha sei anni, ama giuocare alla palla, al cerchio, ha appreso a memoria dei versi che recita fra le ginocchia del babbo, si rizza sulla punta dei piedi per veder la sorellina in culla, non sa ancora che sia il mondo, non impaurisce per le incognite che gli prepara l'algebra della vita.

Pur l'avvenire, affretta col desiderio, s'impazienta degli indugi che lo trattengono per via, ha un ideale innanzi agli occhi-vent'anni! Ah! il superbo fascino di questa parola!

Eccolo cresciuto, eccolo alla scuola, ai cari studi, ai baldi propositi; ha inteso dire che il babbo non è ricco, che lavora per vivere, che affatica giocondamente in età quasi senile, per dare a lui un'educazione e preparare una dote a Mariuccia. Oh! sì, bisogna pensare a Mariuccia. Ora Donato sa l'algebra, la geometria... Mariuccia avrà la dote!

E viene un giorno lieto. Donato apprende che non si è così poveri come si diceva, poichè si possiede una villetta, dove il babbo, ora che ha i capelli bianchi, se ne andrà a riposare colla piccina. Donato solo rimarrà in città... e all'avvenire.

Ha promesso ai suoi cari, e più a sè medesimo, di darsi tutto allo studio. I compagni hanno le tazze e le belle, egli non ha vini nè amori di lusso. Una cosa lo tenta, Non gli occhi affumicati di donnette smorfiose, non i rubini delle bottiglie, ben altro: passar come saetta sul velocipede nelle vie di Milano, spingere a sfrenato galoppo un bel baio nei viali di circonvallazione; questo sì, lo tenta. Infine a venti anni si ha forse ragione di dire che la meccanica non basta.

Ma non per nulla Donato fu testimonio della dotta parsimonia del babbo; levandosi di bocca uno zigaro che appesta e che costa un occhio del capo, anch'egli cavalcherà il velocipede ed il baio. Certo si potrebbe mettere in disparte quel danaro per la dote di Mariuccia, ma infine a vent'anni, ditelo voi, può bastare la meccanica? E poi ora è studente, ma quando sarà ingegnere!

Ed oh! le belle miniere scavate col desiderio, i bei castelli a cui non manca il castellano canuto, nè la bionda castellana gentile! Ma un demone soffia in quelle sante visioni, il castello crolla, ed i castellani rimangono nella via più poveri di prima! Un istante ha cancellato tanti sogni affettuosi, un'ora di abbandono ha potuto più di ventidue anni di affetto... perchè vano è ora distogliere lo sguardo, una rovina si compie per opera sua; ecco il tavoliere, i mucchi d'oro che danno le vertigini, e la prima posta bramosa, e l'ultima posta tremante, e una folla di bassi sentimenti in cuore, e mille colpevoli idee nel capo, e, in un impeto di collera contro il vincitore, contro sè stesso, contro la sorte, contro Dio... ancora una posta disperata di denaro non suo!

?Hai perduto! Ancora e sempre hai perduto!?

Donato leva il capo dalle palme e sprofonda l'occhio nel buio, solcato a quando a quando dalle parabole delle lucciole e delle stelle cadenti. Non ode più la brezza che va mormorando di lui via via, dai gelsi più vicini alle acacie delle siepi ed agli olmi della vallata; mille immagini gli turbinano innanzi agli occhi, prima distinte e man mano più confuse; poi gli pare che l'aria della notte gli lambisca, la fronte come una fredda carezza, gli par di dormire, gli par di sognare.

Ora è l'alba, l'alba apportatrice dei propositi onesti, e uno solo ne rimane a Donato; si leva, corre alla camera del babbo, picchia tremante all'uscio, entra, si butta fra le braccia del vecchio e ne bagna la canizie veneranda di lagrime amare.

?Sai, babbo, io sono indegno di te, ho giocato, ho perduto, ho pregato il cielo che mi facesse morire.?

E nel cuore del padre queste ultime parole cancellano l'impressione delle prime. Il povero vecchio risponde con un bacio, e non trova parola di rimprovero. E concesso un istante ai muti singhiozzi, si stringe la testa del figlio al petto e dice, ponendo nella parola una dolcezza che arriva al cuore del colpevole più efficace d'ogni rimprovero:

?Quanto?

-Sei mila lire.

Un istante di silenzio, il vecchio tace, Donato nasconde la testa fra le mani disperatamente.

?Sei mila lire, dice Norberto; è molto, per noi che non siamo ricchi; ma non piangere così, le lagrime non rimediano a nulla; venderemo un'ala della nostra casetta e l'orticello; il mio vicino me ne ha pregato, gli farò servigio... Mariuccia aspetterà a prendere marito qualche anno di più, finchè tu abbia guadagnato il tanto da rattopparle la dote, e se sarà necessario io tornerò in città, cercherò di riavere il mio impiego, sono sano, mi sento forte...

Ah! Donato non può resistere a quelle parole benigne, a quella carezza tremante, a quell'accento commosso e melanconico di un vecchio adorato che considera la colpa del figlio come una disgrazia della sorte. è in piedi d'un balzo, riasciuga la faccia lagrimosa, si guarda intorno... Meglio così... non era che un sogno. è solo nella sua cameretta, appoggiato alla finestrella che guarda alla buia campagna; i neri fantasmi della vallata tentennano il capo, e le rane proseguono il loro rauco concerto, arrestandosi ogni tanto per ascoltare un altro coro che risponde da lontano.

Ci ha tanto pensato, sono molti giorni che ci pensa di continuo; che vale arrestarsi ancora in quell'immagine? No, egli non avrà mai il coraggio di dare a quel povero cuore di padre una simile angoscia, di vedere la serenità di quelle sembianze adorate sparire ad una parola. Meglio morire!

Meglio morire! E sprofonda l'occhio nel buio, e vi si avventa col desiderio. Potesse tuffarsi nell'infinito che gli sta dinanzi, distruggersi o dimenticarsi nella vertigine degli atomi che corrono nello spazio! Si ferma un istante a questo pensiero gigantesco e vi confronta la piccola causa del suo immenso affanno, ma non ne ritrae forza; tutto in quell'arcano gli par grande ad un modo, la parabola della lucciola, stella delle zolle, la parabola della stella cadente, lucciola dell'infinito. Ogni grandezza è vana, tranne quella del proprio affanno. Meglio morire!

Donato esce dalla sua camera, porge l'orecchio nel corridoio, non ode alcun rumore, rientra, afferra una rivoltella, la guarda, poi lascia cadere il braccio lungo il fianco, ascolta ancora... Nessuna voce lo trattiene; ha paura di sè stesso, fugge, scende le scale, esce all'aperto coll'arma in pugno, e si caccia in un viale che mena al boschetto. Tacciono le rane per lasciarlo passare, poi gli gridano dietro la loro rauca beffa. Ed egli fugge sempre brandendo l'arme funesta; finalmente si ferma, si butta al suolo, ritrova un singhiozzo.

Un uccello che ha avuto paura si è levato a volo per mutar letto, poi tutto tace, anche le voci beffarde della notte; poi sulle creste dei monti si disegna una striscia di oro pallido-è l'alba.

Una rondine mattiniera passa come una freccia e garrisce per svegliare il vicinato; un'altra rondine le risponde, poi un'altra, fin che l'aria si empie di garriti e di voli. Donato guarda a quelle creature agili e festose che volteggiano sul suo capo; da ogni cespuglio, da ogni zolla si avventano al cielo cento gaie personcine; sulla cima d'ogni albero è una conversazione animata, ed ogni ramoscello dondola al picciolo peso di quella turba saltellante e ciarliera, mentre da lontano i galli del paesello si rimandano la loro strofetta baldanzosa.

Donato segue sbadatamente coll'occhio quei voli, ascolta quelle ciancie, e si dimentica. La luce ha messo in rotta tutti i fantasmi paurosi, e sveglia la vita da per tutto; i monti par che si sollevino or ora dal piano, le querele e le acacie e gli alberelli e i fili d'erba si parano delle loro goccioline di rugiada per far festa al sole. A poco a poco la luce si fa più viva, penetra più addentro nelle boscaglie, nei cespi, nei pruneti, poi il sole si affaccia con quattro raggi alle giogaie lontane, e finalmente si leva maestoso, fruga in ogni cantuccio più riposto, costringe ogni più tetra creatura a rimandargli con un riflesso il suo sorriso amoroso.

Donato si guarda intorno; è in un breve spazzo scoperto, accanto alla silenziosa sorgente dove in altri tempi venne tante volte assetato; tutt'in giro gli alberi gli fanno siepe, presso al sentierolo è un formicaio che un raggio di sole ha svegliato or ora alle grandi faccende d'ogni giorno; una talpa, rimasta fuor di casa più tardi dell'usato, attraversa il sentiero come una palla nera e rientra nel suo piccolo labirinto; dormono i grilli e si destano le cicale stridule; nelle zolle, fra filo e filo d'ogni erba, è un brulichio di creature che ripigliano la vita festose; le portulache silvestri schiudono alla loro esistenza d'un giorno la pompa dei vivaci colori; lontanamente si ode il muggito dei buoi e il grido di un contadino che passa nella via maestra dove finisce il boschetto, e lo strider di ruote d'un carro sulla ghiaia.

Donato si sente ancora tornar come fanciullo quando amava la vita, quando lo impauriva la morte, quando ogni pensiero era avvenire, festa ogni sentimento. Ed ora!

Che farà ora il babbo? Che farà la sorellina? Dormono; i loro volti soavi sono composti alla serenità; non anco li ha turbati l'annunzio di una sciagura! E quale sciagura!

Guarda all'arme che gli sta accanto. Uccidersi! A ventidue anni, quando del mondo non si ha ancora visto nulla, quando di cento affetti non si ha ancora palpitato, e si ha il sangue ribollente, e i muscoli ferrei, e il pensiero gagliardo, e più gagliarda la fede negli uomini e nell'avvenire!

Pure sente che non avrà mai forza di confessare al babbo la propria colpa e di rimanere al mondo testimonio d'una infelicità uscita dalle sue mani; certo vi ha dell'egoismo in questa debolezza, ma vi ha pure un sentimento di giustizia e di orgoglio; sappia il babbo, sappia la sorellina che Donato aveva cuore d'uomo, che si pentì sinceramente, che volle espiare. Ah! sì, bisogna morire!... Afferra l'arme con mano tremante, e un colpo parte, e un grido vi risponde. Donato ha scaricato involontariamente la rivoltella che tiene ora lontano da sè inorridito; gli è sembrato un istante la sorte s'incaricasse della giustizia che egli tremava di compiere, si è sentito un brivido per tutto il corpo, poi si è guardato intorno, ed ora, lo dirà egli a sè stesso?... ora ha paura di morire! Pensa che se avesse posto in atto il fatale disegno, già tutto sarebbe finito, e riama la vita, e corre giù per la china del bosco coi capelli arruffati, coll'arme in pugno...

?Signor Donato! signor Donato!

Chapter 3 No.3

?Signor Donato! signor Donato!?

Così chiama alle spalle del fuggitivo una vocina fresca, d'un timbro giocondo. Donato si arresta, si volge; sul sentierolo si tien ritta una svelta personcina, con un viso da Madonna meridionale, piccolo, rotondo, bruno, irradiato dalla gaia luce di due grandi occhi neri. La giovinetta non sa come comporre il bel volto, ha sulle labbra un sorriso e nello sguardo intento un affanno; ha udito lo sparo, e subito dopo ha visto il giovine attraversare il sentieruolo, per cui ella saliva, coll'arme in pugno e coi capelli arruffati. Nè sa che pensare.

Donato anch'esso ha riconosciuto la giovinetta: Costanza! Ma parendogli già i due occhi lucenti gli abbiano letto in cuore, e sentendo l'impaccio della rivoltella che tiene tuttavia stretta in pugno, non sa risolversi a muoverle incontro, e lascia cadere le braccia lungo i fianchi. Allora Costanza non esita più, si volge come a cercare dell'occhio il suo compagno di viaggio, che apparisce tutto trafelato nella persona scamiciata d'un monelluzzo da campagna, si avanza fra le piante e vien diritta incontro a Donato.

?Se non mi fa male con quell'arnesaccio lì, vengo...? dice con voce scherzosa, e già gli è presso, e già ricerca pietosamente sulla faccia stravolta, negli occhi gonfi dalla veglia e dalle lagrime, nello sconforto dell'atto, la sciagura che si nasconde. Donato volge appena il capo, tenta un sorriso e dice, facendo un gran sforzo sopra sè stesso, con una compitezza che fa male al cuore: ?Buon giorno, signorina, come sta??

Costanza piglia nelle sue la mano che le viene offerta, e la trattiene, e di nuovo interroga cogli occhi e coll'ansia.

Donato è titubante; sente il bisogno di versare l'anima sua con una confidenza intera; un istinto lo spinge a confessare, ma un altro più forte lo trattiene; la lotta è breve, gli occhi pietosi della fanciulla squarciano il velo; il giovine rivela la sua sciagura, il suo proposito, tutto l'immenso affanno.

?è il cielo che la manda, aggiunge tremante; non so perchè ho subito sentito il bisogno di confessarle quanto mi passa in cuore, so che a nissun altro avrei fatto simile confidenza.

-Sì, è il cielo che mi manda, risponde Costanza con accento melanconico, ma dolce; è il cielo che ha fatto spezzare il timone della nostra carrozza sulla via maestra, ed ha costretto lo zio a tornarsene indietro fino al vicino paesello per farlo accomodare; è il cielo che mi ha messo in capo l'idea di attraversare il boschetto per risparmiare due buoni terzi di strada; è il cielo che mi ha fatto arrivare proprio oggi ed a quest'ora, mentre Mariuccia ed il signor Norberto non ci aspettano che domani... sì, tutto questo lo ha fatto il cielo per impedire una sciagura cento volte maggiore.

Donato porge orecchio alle parole della fanciulla come ad una musica, ne guarda il bel viso compassionevole come una cara visione, e istintivamente nasconde dietro le spalle l'arme che ha nella destra. Ora che ha tutto detto, gli par di sentirsi alleggerito; si dimentica quasi, ripiglia le mille fantasie della notte, rallegrate dai trilli delle rondini inquiete e dalla splendida luce del mattino; gli par di non essere mai stato colpevole di nulla, e sia la propria angoscia un brutto sogno della notte, ed egli si trovi in faccia a quella natura sorridente, a quel leggiadro volto amoroso, a quegli occhi fascinatori, attratto da un sentimento nuovo che è una festa, una luce; tutte le potenze dell'anima dimentica bisbigliano una parola, la stessa che gli ripetono i passeri ciarlieri e i tremoli riflessi delle rugiade ed i soffi tiepidi della brezza: ?Amala!?

Amala! tu hai bisogno di un dolce nodo che ti trattenga nella vita, poichè gli affetti santi dei tuoi cari, per tua sciagura, ti fanno desiderare la morte, hai bisogno di un sentimento nuovo e tirannico che t'invada il petto da padrone e vi soffochi le angoscie vane, d'un pensiero che cancelli ogni altro pensiero, d'un caro fantasma rosato che disperda un'orda di fantasime nere; colma in un istante il vuoto di ventidue anni, apprendi qual sia la gran festa del cuore: ?Amala!?

Vi sono palpiti che compendiano tutta l'esistenza; udite la vecchiaia volgersi indietro e ripetere: ?Io vissi in quel giorno, in quell'ora, quel dolore e quella gioia sono cosa mia, il resto appartiene al tempo.?

Se non appar nulla in volto a Donato, perchè Costanza abbandona la mano del giovine, e, quando egli tenta di riafferrarla, sorride?

?Senta, dice la giovinetta con un accento determinato che le da un vezzo di più, senta, io le voglio bene, perchè siamo cresciuti, si può dire, insieme; crede ella che io abbia il diritto di interessarmi al suo dolore?

Cogli occhi, coll'atto, col fremito delle labbra, Donato risponde di sì, di sì, di sì-a parole non può;

-Ebbene, prosegue la fanciulla, se ho questo diritto, ho anche quello di pensare al rimedio.

-Non vi è rimedio, balbetta il giovine, tranne uno...

Costanza si arresta.

-Dica...

Ma Donato si turba, si fa rosso in viso, poi impallidisce e fissa l'occhio a terra ripetendo fra sè e sè: ?Non vi ha rimedio.?

-Quando è così, la lasci dire a me che ve n'ha uno.

-Quale?

-Il più semplice; pagare le cinquemila lire quando sia il momento, senza dir nulla al babbo, lavorar poi assiduamente e riguadagnare il denaro perduto... è dell'altro insieme.

-E il denaro?

-Bisogna trovarlo in prestito...

Il giovine tentenna il capo.

-La cambiale scade fra otto giorni.

-E fra otto giorni bisogna avere le cinquemila lire, e le avremo. Io sono ricca, così dicono tutti nel paese, non ho il babbo da un pezzo, e l'anno passato mi è morta anche la mamma, non mi rimane che lo zio, il tutore; domani egli sarà a Romanò, gli dirò tutto, gli farò giurare che terrà il segreto col signor Norberto...

A Donato balenano negli occhi la gratitudine e l'amore, ma lo sconforto lo vince di nuovo.

-è impossibile, non posso accettare...

-Perchè è superbo.

-Simile sagrifizio...

-Nessun sagrifizio!... Mio zio è di quella razza di zii che fa miracoli per accontentare le nipotine, non dirà di no; giurerà tutto quello che vorrò io, e piglierà le sue precauzioni per assicurare il mio denaro, andrà da un notaio se occorre, insomma farà le cose in regola. Ella non conosce mio zio, perchè da soli sei mesi ha comperato da queste parti la filanda; se lo conoscesse direbbe che è cosa fatta.

La mente di Donato assediano mille idee, mille fantasie; non sa che rispondere, e intanto fissa gli occhi attoniti negli occhi lucenti della fanciulla, la quale, non sospettosa, gli sorride.

-Non se ne parli altro, dice finalmente la giovinetta, è cosa fatta-e porge la mano al giovane che la piglia melanconicamente e la porta alle labbra sospirose.

Costanza lascia fare crollando il capo.

-Ed ora la mi dia quell'arme, soggiunge con accento di soave imperio.

Gli va dietro le spalle, gli toglie di mano la rivoltella con mille cautele, poi la impugna e domanda al giovine, che si è voltato e la guarda tuttavia sbigottito: ?Così bisogna premere??

Donato fa per pigliarle l'arme, ma la fanciulla lo allontana colla mano manca, protende la destra, tira indietro quanto può il corpo, chiude gli occhi e preme coraggiosamente il grilletto. Un colpo parte, poi un altro, ed un altro, e ad ognuno Costanza si tira indietro, serra le labbra, socchiude gli occhi e ride. Quando l'arma è del tutto scaricata, la restituisce, al giovane, e gli si attacca a braccetto.

Si avviano senza dir nulla; all'atto di uscir dal bosco, la fanciulla si ferma e dice a Donato: ?Non ha detto che accetta la mia offerta, lo dica ora, perchè non se ne parlerà più.?

Allo studente di matematica par finalmente che torni proprio la rettorica; incomincia una frase, va fino a metà, si ferma...

-Ella ha fatto molto per me, dice finalmente balbettando, mi ha tratto da morte a vita, faccia di più...

-Che cosa? domanda Costanza sorridendo.

-Permetta che io la baci in fronte.

E perchè Costanza si fa rossa, egli soggiunge:

-Non può rifiutarsi al capriccio d'uno che ha risuscitato...

Ma il piccolo monello che accompagna la giovinetta si è fermato anch'esso, e guarda curiosamente.

?Vieni qua, gli dice Donato, obbedendo ad un'ispirazione.

Il fanciullo si accosta titubante.

?Chiudi gli occhi, ed indovina che moneta è questa.?

Il fanciullo è sicuro d'indovinare e vuoi guadagnare il suo denaro onestamente. E allora Costanza, sorridendo, porge la fronte a Donato che vi imprime un bacio ardente e lungo.

-Un soldo!? dice il monello.

E non venendogli subito risposto, corregge: ?Due soldi!?

Questa volta indovina e in premio ne ottiene altri sei. Che gioia pura, profonda e muta! Il fanciullo afferra il suo tesoro senza dir parola e corre a gambe levate giù pel bosco, mentre Costanza e Donato attraversano, a braccetto e pensosi, il viale che dalla chiesa mena a Romanò.

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