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Documenti Umani

Documenti Umani

Author: : Federico De Roberto
Genre: Literature
Documenti Umani by Federico De Roberto

Chapter 1 No.1

Ella glie lo aveva detto:

-Non ne sarai geloso?

Ed Andrea le era caduto ai piedi, sollevando verso di lei uno sguardo luccicante di passione.

-Geloso del tuo passato? Ma vi è un passato per te?... per me?... Non siamo noi nati appena da pochi giorni, dal giorno benedetto che io ti confessai l'amor mio? Il bacio che io ti diedi in fronte non è stato il battesimo tuo?... E il mondo esisteva forse prima che io ti incontrassi? C'era un sole, c'era un mare, c'erano dei fiori? Tutto questo non è stato creato per noi?... Di quale passato mi parli, amor mio infinito? Non esiste che il presente, l'istante adorabile che fugge e ritorna incessantemente: l'imagine dell'eternità!

Ella si lasciava cullare dalla musica di quelle parole, rovesciando la testa, socchiudendo gli occhi, abbandonando lungo i fianchi le braccia, che l'amante ricopriva di lunghissimi baci.

-Come sei buono! e come sono felice!

Però il giorno che era venuto a portarle l'alliance su cui erano incisi i loro nomi e una data: Costanza ed Andrea, 14 marzo 1887, egli le aveva preso la mano, cercando di toglierle l'anello nuziale.

-Che cosa fai!-aveva esclamato lei, tentando di svincolarsi da quella stretta-Lasciami, mi fai male....

-Ecco, ti lascio.... Ma togli quell'anello, Costanza; spezza il simbolo d'una catena già rotta. Tu sei mia, mia soltanto, comprendi? ed io non potrò più baciare la tua mano, se le mie labbra rischiano d'incontrare la freddezza metallica di quell'anello!

-Ma non è possibile, povero amore!... V'è un giuramento dinanzi a Dio; e il giuramento è una cosa sacra.... dillo tu stesso, se è una cosa sacra....

Accortamente, ella gli aveva preso l'alliance e l'aveva passata al mignolo della destra.

-Vedi, Andrea? l'anello tuo io lo porterò qui, sempre, sempre! E l'altro....

Ad un tratto egli l'aveva afferrata per le braccia, stringendo con tutta la sua forza, e mormorando per la concitazione;

-Togli quell'anello.... o restituisci il mio! Restituiscilo, hai inteso? o ti rompo le braccia! Restituiscilo, ch'io lo spezzi, ch'io lo calpesti, ch'io lo butti nel mare....

-Ah, tu m'uccidi!

Ella era tutta sbiancata in viso, e le labbra fatte violacee erano scosse da un lungo tremore. Subitamente, egli l'aveva lasciata e s'era messo in ginocchio portando le mani alla testa e scompigliando i suoi capelli grigiastri.

-Perdono, Costanza; perdonami, sono un pazzo, lo vedi! Ma sei tu che m'hai fatto ammattire! A quarant'anni passati, e da un pezzo! Se io ti dicevo.... quella cosa, è perchè-vedi!-io ti voglio bene.... in un altro modo!... Costanza, mi hai tu perdonato?...

-Sì, sì! Guarda, io bacio il tuo anello, guarda; così! così! Bacialo anche tu, così! E ti giuro che l'altro....

Allora egli le aveva chiusa la bocca con la mano, sorridendo tristamente fra le lacrime, e dicendole pianissimo, da farsi appena sentire:

-Silenzio!... Non dir nulla!... Non mi ricordar nulla!... Quello che è stato è stato!... Lasciami morire così, ai tuoi piedi!...

Ed ogni volta che veniva a trovarla, appena entrato nel santuario, egli si metteva in ginocchio, congiungendo le mani in attitudine di preghiera, divorando cogli occhi la dolce figura di donna spiccante sul fondo bianco del panneggiamento che guarniva un angolo della stanza. Poi si trascinava fino a lei e si buttava per terra ai suoi piedi. Ella tentava di opporsi, ma nulla resisteva alla volontà di quell'uomo diventato capriccioso come un fanciullo e che per niente passava dall'eccesso della tenerezza umile agli impeti irresistibili d'un cieco furore.

-Lasciami fare, Costanza, letizia mia! Calpestami sotto i tuoi piedi!

Morire per te è la sola cosa degna di essere ambita!

Poi, con una curiosità sempre nuova si guardava attorno, girava per la stanza, passando una mano sul raso dei divani, delle poltrone, degli sgabelli, odorando tutti i fiori, rimuovendo tutte le fotografie, tutti i gingilli; esaminando come se li vedesse per la prima volta i quadri, le ceramiche, le terracotte, gli specchi, i ventagli artisticamente disposti intorno sul fondo rosso ciriegia della tappezzeria. Tutto quello che le apparteneva, le cose più minute, le cose più comuni acquistavano ai suoi occhi un valore straordinario; il thè che ella preparava e gli offriva nella preziosa ciotoletta della China aveva per lui un aroma speciale, introvabile altrove; il profumo di chypre vagamente errante nell'aria lo riempiva di turbamento; il fazzoletto di merletto che ella lasciava qualche volta cadere era per lui una cosa sacra, intangibile, che non si decideva a raccogliere se non con le labbra, gettandosi carponi per terra....

Chapter 2 No.2

Nell'uomo già presso alla soglia della vecchiezza, la passione era divampata subitanea, irresistibile, divorante.

Quando era stato presentato alla baronessa Costanza di Fastalia, in quello splendido pomeriggio di marzo, alla Villa Nazionale, mentre il golfo sorrideva col suo azzurro più puro, e dalla folla festante pareva sollevarsi un sospiro di contento, Andrea Ludovisi aveva sentito come un urto nel vivo cuore. Avrebbe quasi voluto evitarla; un'istintiva paura, un secreto presentimento lo avvertivano sordamente che quella donna avrebbe esercitata un'influenza su tutta la sua vita. Subito dopo, un'esultanza gli era entrata nell'anima. Conosceva dunque da vicino, e avrebbe d'ora innanzi potuto vedere spesso, intimamente, la donna di cui aveva tanto sentito parlare da un mese soltanto che aveva posto piede a Napoli, ed alla quale si era spesso sorpreso di pensare con un segreto sentimento di desiderio, con una vaga aspirazione, come verso una creatura superiore, più degna e più capace di amore fra tutte quelle vane ombre che gli erano sfilate dinanzi?...

Credutosi fin lì al sicuro da nuove passioni, certo di aver chiuso da molto tempo e per sempre l'êra delle pazzie, era bastato il dolcissimo sguardo che la baronessa gli aveva rivolto, il soavissimo suono delle parole che gli aveva dette, per gettarlo in una specie di esaltazione lirica, in una sovraeccitazione di tutte le potenze dell'anima e del corpo, che gli amici incontrati al passeggio, al teatro, al circolo avevano subito notato con meraviglia.

Più tardi, la prima volta che egli si presentò a Villa Valdonica, a Posillipo; quando entrò in quello che doveva chiamare il suo santuario; quando bevve l'incanto della grazia di quella donna, del suo spirito, della sua simpatia; quando l'accompagnò per le vie, col braccio deliziosamente intorpidito dal braccio che ella vi appoggiava, la passione di Andrea Ludovisi non conobbe più limiti. E insieme con l'amore, con un amore timido, rispettoso, di cui l'uomo avvezzo a prendere son bien dove lo trovava, senza scrupoli o riguardi, non aveva ancora un'idea, sorgeva in lui un sentimento ancora più nuovo, una specie di rimorso di contribuire alla perdita di quella donna, contro la quale aveva sentito scatenarsi il disprezzo, le derisioni, le malignità di tutta Napoli.

Che cosa vi era stato nella vita della baronessa? Andrea Ludovisi non lo sapeva con precisione; sapeva che era da molti anni divisa dal marito, che si parlava di parecchi amanti, che era stata a lungo fuori di Napoli, dove il soggiorno le era divenuto, un tempo, impossibile. Di più il Ludovisi non sapeva, non voleva sapere. Una volta che, al Gran Caffè, fra una comitiva di conoscenze, il discorso era caduto su di lei, egli fu visto andar via di furia, senza salutare nessuno. L'infinita tristezza che aveva sorpreso nell'accento, nelle parole, nelle altitudini della baronessa Costanza, l'espressione di indiscutibile sincerità che ella aveva messo nel confessargli i dolori provati, il vuoto fattosi nel suo cuore, la finale inutilità della sua vita, lo avevano guadagnato alla sua causa, se non fosse già bastato l'amore. E a misura che cresceva in lui la compassione ed il rispetto per l'infelicissima donna, più gigante si faceva l'amor suo; e, per un fenomeno sincrono, più assurda diventava ai suoi occhi l'idea di confessarglielo.

Dichiarare un amore, è meno offrirlo che domandarne il ricambio; e Andrea Ludovisi non aveva più l'ingenuità che presume contentarsi di una muta ed unilaterale adorazione. Bisognava far dunque la corte alla baronessa, ottenerne l'amore, affinchè il giorno dopo tutta Napoli fosse piena dell'avventura; affinchè la gente sorridesse più malignamente al passaggio della donna adorata, affinchè il suo nome fosse trascinato nel fango!... Egli, che aveva votato un culto quasi religioso alla baronessa Costanza; egli, che le aveva innalzato un altare ai cui piedi, come un incenso, vaporava tutta l'anima sua; egli, egli stesso, avrebbe determinata la sua completa, definitiva ed irreparabile rovina!

E la tortura dell'uomo si acuiva, si raffinava, a misura ch'egli scopriva, in Costanza di Fastalia, i segni non dubbii di una viva simpatia per lui. Era gratitudine per il rispetto di cui si vedeva circondata? Era ammirazione per l'ingegno dell'artista che faceva parlare di sè in quel momento tutta l'Italia? Era, più semplicemente, amore per l'uomo? Nessuno avrebbe potuto dirlo; il fatto è che Andrea Ludovisi sentiva di non esserle indifferente, e vedeva accrescersi il proprio tormento a misura che egli vedeva frapporsi meno ostacoli al conseguimento del proprio sogno. Cadevano gli ostacoli, ma uno solo persisteva, formidabile: la idea di completare la perdita di quella donna; il bisogno prepotente di saperla rispettata a quell'identico modo con cui la rispettava egli stesso.

Andrea Ludovisi avrebbe passata l'intera sua vita come in quei dolci e fugaci giorni, dedicando tutti i suoi pensieri, i più intimi, i più reconditi, alla baronessa Costanza, soffocando la parola scottante che gli saliva incessantemente alle labbra, trattenendo il pianto che gli metteva un nodo alla gola, se ciò che egli aveva temuto da molto tempo non fosse finalmente successo.

La baronessa di Fastalia era forse, fra le signore napoletane, una delle più circondate. La sua bellezza, il suo spirito, il suo nome, erano altrettante attrattive, alle quali si univa, più potente e più rara, quella della sua completa libertà. Divisa dal marito, che per giunta non viveva a Napoli; senza figli, visitata solo di tanto in tanto dal suo vecchio zio, il principe di Marciano, suo solo parente, la baronessa si trovava in tali condizioni che farle la corte era la prima idea dei frequentatori del suo salotto. Erano bastate poche visite perchè Andrea Ludovisi se ne accorgesse. Giovani ed uomini maturi, tutti assumevano, vicino alla baronessa, un tono di ostentata galanteria, di confidenza autorizzata, che non formava il minor tormento di Andrea, non solo per la sorda gelosia e per la mal repressa indignazione che tutto ciò gli procurava; ma anche per la paura che l'espressione del suo affetto vivo e profondo, potesse un giorno essere appresa come una imitazione di quelle sconvenienti attitudini di cui egli era spettatore. Talvolta, quando l'impeto della passione era meno frenabile, egli credeva di persuadersi a vedere in questa circostanza una difficoltà di meno, una ragione per non aver tanti scrupoli. Immediatamente, si pentiva di questo pensiero; con quel bisogno inconfessato, ma comune ad ogni uomo, di accrescere le difficoltà d'una cosa per accrescerne allo stesso tempo il valore.

Una sola, fra le persone che frequentavano Villa Valdonica, si sottraeva a quella specie di posa obbligatoria per gli altri: il duca di Majoli. Giovane, colto, elegante, un dramma domestico lo aveva precocemente maturato. L'espressione abituale della sua fisonomia era una grande serietà, dalla quale non si dipartiva se non qualche volta, nella intimità della baronessa alla quale era legato da un'amicizia fatta di simpatia, di rispetto e di protezione.

Andrea Ludovisi gli voleva molto bene, e la sua amicizia per lui si accrebbe quando potè conoscere i suoi sentimenti per la donna amata, e quando gli vide dividere il proprio dolore per lo sconveniente contegno che i conoscenti della baronessa di Fastalia assumevano in presenza di lei, salvo però a denigrarla per i primi appena fuori di casa sua o del suo palco.

Qual era il sentimento che persuadeva la baronessa a tollerarli? Il bisogno di distrazione, per grande che potesse essere nella infelicità dei suo isolamento, non spiegava abbastanza. Una situazione eccezionale non si affronta coscientemente senza l'impulso di circostanze eccezionali; ed era infatti una specie di sfida a quella società ipocritamente timorata da cui ella si sentiva messa al bando immeritamente, era una specie di ostentazione di successi, di corteggiamenti, di attrattive irresistibili, quella con cui ella intendeva rispondere all'ostilità delle donne in situazioni legittime. Soltanto, come sempre quando la passione fa velo alla mente, ella conseguiva senza accorgersene, o meglio senza volersene accorgere, un opposto risultato, fornendo ella stessa nuove armi ai suoi avversarii.

Andrea ne soffriva profondamente, e per una antipatia impulsiva ed invincibile tutto il disdegno provato per quella gente frivola, inetta, malvagia, si era concentrato verso uno solo: il cavaliere di Sammartino, un siciliano spavaldo, provocatore, la cui splendida esistenza era un enimma per tutti. In verità, egli non era fra i più assidui attorno alla baronessa; ma in questa stessa specie di indifferenza metteva una malignità maggiore, con quell'aria di fastidio che egli prendeva in sua presenza, quasi gli fosse finalmente venuta a noia quella relazione e non la spezzasse per un sentimento di dovere increscioso, ma inevitabile. Fuori, egli era uno dei più accaniti denigratori della baronessa.

Andrea Ludovisi lo sapeva, e il suo disprezzo per quell'uomo non faceva che crescere. Malgrado lo evitasse come una disgrazia, una specie di fatalità volle che egli si trovasse presente il giorno che Sammartino, in pieno caffè, insultò atrocemente il nome della baronessa di Fastalia.

Si parlava delle prossime villeggiature, e si enumeravano le signore che sarebbero fra poco andate via; qualcuno annunziò la partenza della baronessa.

-Una di più, una di meno!...-disse il Sammartino, scuotendo la cenere del sigaro col mignolo, dove luccicava un grosso brillante.-A Napoli non ne mancano, delle donne della sua risma!

Bisogna dire che Andrea Ludovisi non conoscesse ancora la forza d'animo di cui disponeva, o che piuttosto l'amore lo avesse trasformato, se egli fu capace, lì per lì, di non aggrottare neanche le ciglia a quella sferzata. Ma il sangue gli bolliva nel cuore, le sue mani avevano contratto un tremito irrefrenabile, la sua mente si era smarrita, nè egli rientrò in uno stato di calma relativa se non prima, con un pretesto abilmente colto, ebbe il destro di provocare l'insultatore.

Recatosi dal duca di Majoli perchè lo assistesse, ne aveva avuto un rifiuto, amichevole, ma reciso.

-Io conosco il motivo per cui ti batti-gli aveva detto il duca.-Bada; tu sei sopra una falsa strada. Vuoi difendere qualcuna, che tu riuscirai invece a compromettere orribilmente....

Era troppo tardi. Il duello ebbe luogo egualmente; il cavaliere di Sammartino, tiratore di primo ordine, fu ferito leggerissimamente alla mano.

Il giorno dopo, malgrado tutte le precauzioni di Andrea Ludovisi, la vera causa del dissidio fu propalata per ogni dove. Col cuore sanguinante, senza far conoscere a nessuno la propria destinazione, senza tentar di rivedere la baronessa, a cui aveva solo fatto pervenire un biglietto con questa parola: Perdonatemi, egli lasciò Napoli, malgrado i gravi affari che ve lo trattenevano, per Firenze, dove un suo dramma aveva suscitato un grande entusiasmo.

Una settimana dopo, mentre sfogliava i giornali nella sala di lettura dell'H?tel de la Grande Bretagne, in quel momento deserta, sentì schiudersi l'uscio. Era la baronessa Costanza di Fastalia.

Chapter 3 No.3

Egli aveva voluto tornare a Napoli, rivederla in quel quadro dove prima gli era apparsa, rifare a passo a passo-ora-il cammino percorso dal giorno che l'aveva conosciuta. Ella assecondava tutti i suoi capricci, non aveva più volontà propria; gli si era data tutta, anima e corpo, il giorno che aveva indovinato ciò che era passato nel cuore di quell'uomo, la religione che le aveva dedicata dal profondo dell'anima; il giorno che, dopo tanto accumularsi di tristezze, la passione di quell'uomo l'aveva fatta rinascere all'amore.

A Napoli, ella aveva completamente mutato il suo sistema di vita; con abili pretesti si era sbarazzata della folla che prima le stava attorno; evitava le visite, i teatri, ogni luogo di riunione. Suo zio di Marciano e il duca di Majoli erano le sole persone che ancora vedesse. Vecchio, un po' sordo, vivente con lo spirito in un tempo che non era più il suo, il principe di Marciano non dava ai due amanti fastidio di sorta.

Quanto al duca, non una parola, non un accenno aveva dimostrato che egli conoscesse quel che era accaduto; non una contrazione aveva rivelata l'angoscia che gli stringeva il cuore.... Era dunque vero? Egli amava la baronessa? L'amava d'amore? La sua esperienza non lo aveva dunque avvertito che quell'amicizia avrebbe dovuto dar luogo ad un sentimento diverso?... No; egli non se ne accorgeva ora soltanto; non se ne accorgeva soltanto al dolore di cui la felicità di Andrea Ludovisi gli era cagione; da molto, da lungo tempo, scendendo nell'intimità della propria coscienza, egli aveva scoperto quel sentimento più dolce, più forte, più grande, che vi germinava nascostamente. Però, il predominio che egli aveva imparato ad esercitare su di sè stesso, la nitidezza di percezione che aveva acquistata nelle cose del cuore, a prezzo di sangue, lo avevano retto, impedendogli di spinger oltre l'avventura; di fare, con la propria, l'infelicità di quella donna.

Al punto in cui i dolori provati lo avevano ridotto, non rimaneva in lui che una sola, ma grande capacità sentimentale: la commiserazione pietosa per tutte le miserie umane. Ora, nella calma relativa in cui sapeva la baronessa, gli sarebbe parso un tradimento, un delitto, il tentar di turbarla; e perchè, se non per soffrire nuovamente egli stesso? V'erano troppe amarezze nella vita di quella donna che, presto o tardi, avrebbero avvelenata ogni possibile gioia; e la pena provata dal duca dinanzi alla trionfante passione di Andrea, in cui la baronessa aveva riposta l'ultima fede della sua vita, si risolveva più nella previsione dei nuovi tormenti che le si preparavano, che nella sua personale contrarietà.

Già quando Andrea Ludovisi si era rivolto a lui, nell'occasione del duello col cavaliere di Sammartino, egli non aveva potuto nascondere il proprio rammarico, vedendo le cose avviarsi per una china fatale. Ed aveva rifiutato di assistere l'amico, quasi pauroso di farsene complice. Dinanzi alla felicità degli amanti, più tardi, egli si domandava qual dritto finalmente avesse a costituirsene giudice; e dimenticava la propria pena nello spettacolo dell'altrui esultanza. Ma la ripresa delle ostilità, nel mondo, contro la baronessa, aveva ben presto fatto rinascere in lui i più tristi presentimenti sul prossimo avvenire dei due amanti; ed una volta, discutendo con Andrea, in un modo generale e teorico, sulla sincerità umana, gli aveva dette delle parole che suonavano come un'ammonizione.

-Sì, noi crediamo ogni giorno di esser sinceri; soltanto non vogliamo accorgerci che la credenza di oggi fa a pugni con quella di ieri.... Oggi, che tu credi di amare qualcuno, lo stimi; le sue stesse debolezze ti sembrano interessanti, te lo fanno più caro; lascia mutare per poco la tua disposizione di spirito, e ti parrà la cosa più naturale il rinfacciargliele come una colpa.

-Sta bene, quando la disposizione di spirito è capace di mutare. Ma vi sono dei sentimenti che non si possono spegnere se non a costo della stessa vita....

-Allora si soffre, e si fa soffrire. La saggezza consisterebbe appunto nel soffocarli a tempo.

Andrea Ludovisi guardò curiosamente il duca di Majoli. Aveva compresa l'allusione, e non supponendo che quel giudizio potesse essere disinteressato, sospettò un momento che glie ne volesse per la sua riuscita presso Costanza di Fastalia; che fosse, infine, un poco geloso.... Poi scacciò il suo sospetto, rimproverandosi di averlo concepito. La più grande dirittura si leggeva negli sguardi dell'amico; egli ne conosceva l'antica nobiltà dell'animo, ed aveva potuto apprezzare tutta la delicatezza, il rispetto, la stima, la protezione di cui aveva circondata la baronessa.

Perchè, intanto, il duca non voleva credere-era evidente-alla sincerità dell'amor suo? Perchè la stessa Costanza aveva talvolta l'aria di dubitarne?

-Come è possibile,-diceva ella,-che tu mi ami così?... Come sono indegna dell'amor tuo!...

-Tu, indegna?...-ed aveva dato in uno scoppio di risa.-Ah! ah!... Ma non vedi dunque che è incredibile per me quel che succede? Che non è vero, che non può esser vero che tu mi ami, poichè io non ho nulla per essere amato da te? Tu, indegna, tu?...

-Ah, se sapessi....

Ma, come ogni volta che ella accennava al proprio passato, Andrea

Ludovisi le chiudeva la bocca con un bacio.

-Taci, taci!... Che cosa vorresti dirmi? di chi vorresti parlarmi?...

Non esiste che una sola Costanza, la Costanza mia....

Nel salotto, sul tavolo di legno intarsiato e ornato di borchie metalliche, il ritratto della baronessa Costanza stava esposto, insieme con altri di famiglia, nel porta-ritratti di peluche rosso aperto a foggia di paravento. Egli le diceva:

-Guarda dunque: questa non sei tu, è un'altra donna, completamente diversa. Dov'è il sorriso che ora ti luce negli occhi?... è un'altra donna!... Io vorrei il tuo ritratto; ma come sei ora, ora che sei mia, comprendi?...

Avevano convenuto di incontrarsi da Montabone, come per caso; ma come Andrea Ludovisi andò a trovare la baronessa, dopo averle espresso quel desiderio, ella gli si fece incontro con un'aria festosa.

-Una sorpresa!

Costanza dischiuse il piccolo cofanetto di raso azzurro dalla chiave dorata, che stava sull'étagère.

-Ecco l'imagine ridente.... di quella che fui una volta!

Andrea guardava il ritratto, la figura quasi infantile di quella donna in veste bianca, circonfusa di veli; e alzando gli occhi verso di lei, chiese con un accento di incredulità:

-Questa?... Sei tu?...

-Ero.... quindici anni or sono! è il ritratto fatto durante il mio viaggio di nozze.

Con un sospiro, era andata a gettarsi sul divano semicircolare disposto in un angolo del salotto. Stette a lungo, pensosa, con la testa appoggiata sulla palma della destra. Poi, scuotendosi, visto che egli non veniva a raggiungerla, chiamò:

-Andrea!

Non ottenne risposta. Immobile, tutto nero sullo sfondo luminoso della finestra, egli guardava ancora il ritratto.

-Andrea!...-e, levatasi, gli si avvicinò. Mute, grosse, luccicanti, le lacrime gli sgorgavano dagli occhi spalancati, gli rigavano le guancie, cadevano una dopo l'altra sulle mani leggermente tremanti.

-Andrea!.... Andrea mio!... Guardami, che cosa è stato?... Ma guardami!

Più grosse, più spesse, le lacrime continuavano a sgorgargli dalle palpebre gonfie. Ora, dei singhiozzi gli salivano alla gola, lo scuotevano tutto, gli scomponevano il viso.

-Lasciami.... lasciami....

-Ma perchè, Signore Iddio, perchè?

Ella lo aveva trascinato verso il divano, dove era caduta di peso, quasi piangente anche lei. Allora egli le si era messo in ginocchio dinanzi, asciugandosi gli occhi con la sua veste, un lembo della quale portava di tratto in tratto alle labbra.

-Perdonami!... Ti ho fatto male?... Ma il vedere quel ritratto.... l'imagine della Costanza di un altro.... Ora è finito, guarda; è proprio finito.

-Allora, dammi quel ritratto.

-Ah, no!

Egli lo aveva portato con sè, lo aveva nascosto gelosamente, e un irresistibile impulso lo persuadeva a rivederlo. Dinanzi a quella figura, la crisi di pianto si rinnovava, ogni volta. Una tenerezza amara lo vinceva al pensiero di quella sposa, di quella vergine che entrava appena nella vita, lieta, confidente, e che un tenebroso avvenire insidiava. Quali sogni dorati avevano spiegato le loro seduzioni dietro quella fronte purissima? Quali gioconde visioni si erano svolte dinanzi a quegli occhi ridenti?... Ahi! uno spettacolo di miserie, di tristezze, di dolori, si era presentato in cambio dei lieti sogni; e come lungamente, come amaramente quegli occhi fatti per rispecchiare il sorriso dei cieli avevano pianto!... E non poter nulla contro tutto ciò; non poter nulla lui che avrebbe dato la vita per vederla sorridere!... Se fosse stato possibile tornare indietro cogli anni, rivedere vivente quella figura che cominciava a sbiadirsi; amarla e farsene amare, dedicarle tutto sè stesso!... Ahimè, ciò che era stato, era stato fatalmente, irremediabilmente. Qualcuno, un altro, aveva colto il candido fiore di quell'anima, lo aveva profanato, lo aveva calpestato....

E poi?

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