E tu, mio maestro ed amico, morivi a Parigi colla parola Umanità sulle labbra, e tu, mio fratello di pensiero e di fede, Carlo Fauvety, grande per intelletto, più grande per nobiltà di cuore, ti spegnevi nella tua casa ospitale di Asnières, detta il ritiro del filosofo, colla parola di Solidarietà sulle labbra, parola in cui si riassumeva la tua filosofia sociale, l'anelito della tua anima pura e generosa1.
Io, giovinetto ancora, quelle due parole raccoglieva dalle vostre labbra per riportarle dalla Francia nell'Italia, allora schiava, ripeterle tra gli studenti delle nostre Università, elevarle a programma della fede futura, a dogma della religione universale; le bandiva nelle fratellanze segrete, ed esse divennero per noi, insieme con quella d'indipendenza nazionale, la fede nuova, la quale infiammava il nostro cuore, il vincolo d'unione, che doveva stringere, non solo le diverse parti d'Italia, allora smembrata, in una possente unità, ma, solidarie fra loro, l'Italia alla Francia, la Francia al mondo, e costituire insieme la Nuova Europa.
I miei condiscepoli al Collegio di Francia ed alla Sorbona e nei diversi corsi universitarii, alle parole infocate di Michelet, di Edgar Quinet, di Royer Collard, del filosofo Cousin e dei suoi seguaci, come degli stessi economisti, già sansimoniani, quali Michel Chevalier, Augusto Comte e altri, non avevano che una fede, cui trasmettevano alle nostre menti, la fede nei principii fecondi della Rivoluzione; e tutti, giovani francesi e stranieri, uniti in comunione da questi principii, che come vincolo di sacramento ci stringevano in una stessa famiglia, nei ritrovi palesi o fra le fratellanza segrete, giuravamo di consacrare la vita nostra al loro trionfo non solo in Francia, ma in ogni parte d'Europa. A quei tempi non esistevano differenze fra nazioni, e nazioni; eravamo Italiani, Svizzeri, Polacchi, Ungheresi, Tedeschi, Russi, tutti come un popolo solo, una famiglia; non pregiudizio di culto e di classe, ma Protestanti, Ebrei, Cattolici, Sismatici, tutti stretti in un fascio, tutti (era la nostra parola d'ordine), tutti come uno. Tutti giuravamo di adoprarci e combattere pel trionfo della legge morale, universale, consacrarci al progresso della libertà, della fratellanza dei popoli, in tutto il mondo, unirci in una sola associazione, ciascuno e tutti solidarii fra loro: Parigi doveva essere il nucleo dell'associazione, il focolare della nuova fede, da cui doveva irraggiarsi sopra l'Europa, allora oppressa, e gettare le basi della confederazione di tutti i popoli2.
Gli studenti erano a quei tempi le sentinelle avanzate della libertà. Ogni nobile causa trovava nel loro cuore un'eco, in essi un campione per difenderla; ogni illegalità ed ingiustizia, non solo una protesta, ma suscitava una falange di generosi per combattere e rivendicare il giusto diritto conculcato. Non si discuteva intorno alla classe, alla casta, alla religione professata dall'individuo, ma in ciascuno di essi non si vedeva che l'uomo, ed il suo diritto.
La Francia era allora, come adesso, frazionata in partiti. Esistevano legittimisti, conservatori, radicali, socialisti, cattolici e neocattolici, ma in ciascuno batteva il cuore della Francia, della sua dignità, del suo onore. I cattolici, i neocattolici, come Chateaubriand, Montalembert, Buchez, Balanche, Dupanloup e Veuillot stesso, accettavano i principii fondamentali della rivoluzione, i quali costituivano la nuova Francia, fondavano su di essi i loro giudiz?, le loro dottrine. Chi avrebbe sognato allora di diseppellire i pregiudiz?, le mostruosità dell'evo medio? Chi avrebbe mai immaginato pure di distinguere il cattolico dal protestante o dall'ebreo? Se ora gli studenti, il cuore, la parte giovane e generosa della Francia vagheggiano i tempi obbrobriosi della Ligue o quelli dell'abolizione dell'Editto di Nantes, ove si arresteranno i figli dei Crociati3 e il clero, che aveva preparato quegli obbrobrii, fomentata quella strage, e ne gavazzava?
Un giornale, come quello diretto dal famigerato Drumont, giornale dell'odio e della menzogna, non sarebbe, a quei tempi, durato dieci giorni, nè avrebbe raccolti dieci abbonati: sarebbe caduto, dopo pochi giorni dalla pubblicazione, sotto il peso del disprezzo e della indignazione di ogni classe di cittadini, dall'aristocrazia del quartiere di S. Germano, al più umile operaio del Borgo di S. Antonio. Un processo, come quello di Dreyfus, sotto il regime degli Orléans o sotto quello degli stessi Borboni, o non sarebbe sorto, o sarebbe stato spedito in pochi giorni secondo verità e giustizia; ora è divenuto un vitupero e anche un pericolo per la Francia, uno scandalo in tutta Europa, e, dopo tre anni, non è chiuso ancora!
L'Europa intera, che ora, mercè l'opera della Francia, la nobile iniziatrice, è, in gran parte, divenuta liberale, assiste a questo turpe spettacolo e ne è commossa, indignata. Essa non odia la Francia, come si stampa, si predica da alcuni a Parigi, ma deplora e geme, perchè l'ama, l'apprezza, e molto spera ancora dal suo popolo precursore delle più ardite riforme. Essa, da oltre un secolo, non mirò nella Francia, se non che gli atleti della Rivoluzione, gli eroismi dei Giacobini, la terra degli Enciclopedisti, delle arti, delle lettere, della politica redentrice. L'Europa rammenta sempre, che essa rese all'umanità un servizio incomparabile, superiore a quanto operarono tutti i popoli che la precedettero. Essa ha liberato la personalità umana da ogni considerazione di natali, di credenze religiose, di classi; ha proclamata in faccia all'Universo i diritti dell'uomo, ha coronato l'individuo dei suoi diritti inviolabili, ha proclamata la legge, non di una nazione, nè di una razza, ma di tutta la specie umana. Ed ora questa Francia rinnegherebbe quel che ha affermato, proclamato in faccia al mondo, tradirebbe sè e la causa dell'umanità? Ecco il dubbio che agita, commuove e addolora l'Europa: se la Francia diserta il suo posto di sentinella avanzata della civiltà, di cavaliere d'ogni diritto, di custode della giustizia, chi scenderà nel campo a sostituirla? Se essa si unisce, s'imbranca a quanto vi ha di più reazionario e micidiale alle libertà in Europa, chi sottentra ad essa? Dove, a chi ci volgeremo ancora per combattere a difesa della civiltà, della scienza e della giustizia? Egli è pur troppo il chauvinismo Gallico, avvelenato da rancori, da invidie, da odii, che crea alla Francia il maggior pericolo, e costringerà l'Europa liberale ad aprire una campagna, non contro di lei, ma contro i suoi capricci, le sue aberrazioni istantanee funeste a tutti, e a lei micidiali. Perciò ogni uomo di cuore in Europa si agita, si commuove, non per ostilità, sibbene per avvertirla della strada pericolosa, nella quale si è gettata, quasi incosciente, immemore di sè, degli alti destini a cui era chiamata nel mondo civile.
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Per due colpe, dicevano i profeti d'Israello, questi tribuni, non di un popolo, ma di tutti i popoli, fu giudicato Moab, e per una fu condannato. Per due sintomi, diremo noi, fu giudicata la Francia e per uno sarà condannata. Per quella ignobile farsa del Boulangismo, con cui un popolo generoso si era gettato ai piedi d'una sciabola e di un cavallo, staffiere in cerca di un paladino qualunque, armato della sciabola o dell'aspersorio. Per le scene di umiliazione e di dedizione, colle quali essa si è gettata ai piedi dello Czar; poteva pure farsene un alleato, ma con quella dignità e quel decoro, che una grande nazione non deve mai obbliare. Però di un procedere siffatto non è giudice che la Francia; libero a ciascuno di fare quanto gli conviene della propria persona, perocchè il pudore non s'impone, nè ad una cortigiana, nè ad un popolo. E i liberali d'Europa videro, deplorarono, e si tacquero.
Un altro sintomo di codesta decadenza morale, a cui il liberalismo Europeo assiste e pel quale si commuove e protesta, è l'affare di Dreyfus. Perocchè omai il senso di giustizia è così vivo e profondo nel mondo civile, che quando altri lo vede offeso e conculcato, sente che tale oblio può divenire un pericolo per tutti.
Io non mi fermerò a parlare dei particolari di questo processo, omai ben noti; per quanto altri tenti, si adoperi per addensare le tenebre intorno ad esso, la luce è penetrata in ogni parte, e la luce sarà la condanna di quanti lo hanno iniziato e condotto.
Costoro speravano che, come nei tempi, cui vorrebbero evocare, il barone o l'Inquisitore potessero spingere la vittima disignata entro il trabocchetto preparato, ivi l'accusato, vittima dell'intrigo, sparisse sepolto per sempre, e si facesse su di lui il silenzio della morte.
Ma nel secolo decimonono, anche i sepolcri talvolta hanno una voce, anche i lamenti dei sepolti nell'Isola del Diavolo, trovano un'eco.
La Francia intelligente e proba, l'Europa, il mondo civile raccolse quell'eco, udì quel gemito, si commosse; contro il verdetto imposto dalla servilità burocratica, dall'albagia dei militari, dai raggiri dell'ipocrisia o della paura di giudici ignari o prezzolati, o di giurati atterriti, tutto il mondo civile alla loro condanna contrappose il proprio verdetto, protestò e gridò, che quel processo è l'ingiustizia più turpe che sia stata commessa nel secolo decimonono.
Il processo Dreyfus, le vaste proporzioni, che assunse un fatto accidentale e che concerne un individuo, presenta alcunchè di provvidenziale, o, se vuolsi, della fatalità storica.
In mezzo alle angoscie e alle sorprese, che esso ha suscitate, offre all'osservatore due sintomi importanti e due consolazioni. Primo, si è rivelato agli occhi di tutti una specie di UNITà MORALE, che omai domina e stringe, come in un solo popolo, tutto il mondo civile nei due emisferi, unità di sentimento e d'interesse morale, il quale, in questo albore del secolo, che sta per aprirsi, sembra inauspicare, sopra le rovine del mondo che sta per dileguarsi, quell'unità, la quale dovrà dominare la umanità futura.
Seconda consolazione, è che questo verdetto cosmopolita ci palesa e prova, come il concetto di giustizia sia diffuso e prevalente nel mondo dei popoli, da Washington e Boston sino a Berlino, Roma e Mosca, e oramai domini la società, che va formandosi sulle macerie dell'antico.
Ora ci domandiamo: donde l'origine del concetto assoluto della Giustizia, del suo imperativo giuridico-morale? Chi ne fece la base della propria religione, del suo culto, delle sue istituzioni politiche, il soggetto e l'oggetto della sua propagazione, e scopo del suo mandato fra i popoli?
La questione Dreyfus si confonde con quella dell'Ebreo, la quale si presenta, si agita da secoli in mezzo a tutti i popoli. Ora che cosa fu nella remota antichità e che cosa è nella sua essenza l'ebraismo? - A chi risale alle sue origini, e segue l'ebraismo nel suo svolgimento ed applicazione, esso non è nè una religione, nè un culto, nè una nazionalità nel significato moderno. è qualche cosa di più, o se vuolsi di meno.
è un complesso di principii assoluti e direttivi dell'ordine sociale, i quali, astratti, ideali ed universali nelle loro origini, tentarono, a traverso il tempo e lo spazio, di esplicarsi e penetrare di sè tutti gli umani concorz?.
è un'idea che vuol trasformarsi in costituzione politica-sociale; la Genesi, diremo con parola biblica, che si fa numero e storia4.
L'Ebreo e l'Ebraismo non furono, nelle loro origini e nel loro sviluppo storico, il prodotto di una sola razza, ma piuttosto d'un aggregato d'individui, di personalità, sorte da genti e famiglie diverse, fra Egiz?, Fenici, Etiopi, Mesopotam?, ed altre famiglie, popolazioni dell'Asia centrale e dell'Egitto, le quali per tradizioni domestiche, per parentadi, per congenialità, per commerci, condizioni e circostanze speciali, si unirono, si consociarono, e poscia si fusero insieme; col tempo assunsero un tipo omogeneo, a quel modo, che nel mondo animale e nel vegetale una specie si modifica e si trasforma a seconda dell'influsso che esercita su di essa l'ambiente che la circonda, la invade, o invasa.
Però essa in quei tempi, nei quali ogni fatto o fenomeno sociale aveva del mistico e del divino, assunse il nome di popolo eletto, popolo DI ELEZIONE, voce, che corrisponde a quello che noi, con parola scientifica, ora denominiamo SELEZIONE. Cioè quella selezione naturale, con cui nella lotta per l'esistenza, finisce per prevalere il più forte, o il più intelligente.
E questo lavoro di selezione, condotto a traverso tanti secoli, popoli, razze diverse, combattimenti, sconfitte, riscosse, concentrazioni e dispersioni, temprò e ritemprò questa gente, battuta all'incudine di tanti eventi e climi, e ne fece individualità, le quali, energiche di volontà e indomite di pensiero, poterono resistere a tutte le prove, soffrire, cadere, rialzarsi, razza unica al mondo, che vince ogni avversità, vive e perdura.
Ora quali furono, quali sono le idee principali, le idee-madri intorno alle quali si raggrupparono, consociate, queste famiglie e per cui si fusero in un popolo, e che da un manipolo di uomini, secondo la promessa fatta al patriarca, dovrà divenire una progenie più numerosa dell'arena del mare?
Queste idee erano, sino dalle origini, semplici, come tutto che nella natura è grande, fecondo e durevole. Esse si possono ridurre a tre principali: un Dio, una legge, un popolo.
Presso tutti i popoli antichi, e in parte anche alcuni moderni, ogni razza, città, famiglia, individuo aveva il suo proprio Nume e una teogonia di Numi, l'uno rivale, avverso all'altro, tutti in lotta fra di loro. Guerra degli Dei contro gli Dei, guerra fra gli uomini, guerre di religioni; Olimpo contro Olimpo, razza contro razza: e i Numi, com'è noto, erano le rappresentazioni dei fenomeni naturali, animali, vegetali, siderei, od incarnazioni di eroi, di guerrieri, di principi e Re, o di uomini giusti e santi. Ora l'Ebraismo (auspici i patriarchi o Mosè, l'epoca e il nome non monta) tagliò corto a queste teogonie del Naturalismo, dell'Antropomorfismo e della fenomenologia naturale, o della fantasia umana.
Esso proclamò, come base della società, il Dio Uno5. Egli creatore o regolatore dell'Universo, egli infinito ed eterno. Jeova è quello che è, fu, sarà. - L'Ente, l'assoluto. Egli, infinito, non può essere rappresentato; quindi non idoli di creta, non immagini. L'Ebreo fu il terribile iconoclasta. Il suo Dio non può essere contemplato, adorato che col pensiero, il quale deve, meditando, studiarne le opere, cercarne le vie, onde scoprirne le leggi. Però Mosè disse ancora: ?Tu sei nato per conoscere?. Nella legge esso aggiunse; è la tua vita. Passerete a traverso i secoli ?in lei vivrete?.
Ora qual è l'attributo principale, che dal legislatore viene conferito al suo Dio? La legge. Perocchè nei consorzi sociali dalla legge deriva quell'armonia che penetra e governa l'universo. Egli è anzi tutto il Dio di rettitudine e di giustizia6. Quest'attributo, che domina il Giudaismo, è pure il concetto a cui s'inspirò ed in cui si riassume il poema Nazionale Italico.
?Giustizia mosse il mio alto fattore?.
Ma Giustizia è termine astratto; essa deve applicarsi, tradursi in atto nella società, definirsi; ed essa si fa la Legge, e la legge diviene il vero culto d'Israel.
Però il Giudaismo non è una religione nel significato generale e volgare della parola, nè il suo culto un complesso di riti, cerimonie mistiche o sacramenti. è fondato sull'unità dell'uomo religioso e sociale, sull'unità della dottrina e della vita. A lui domma è il concetto assoluto di Giustizia nella sua astrazione; a lui il culto è lo studio della legge per applicarla con moralità ed equità, nelle società umane.
Quindi lo studio al quale deve consacrarsi l'Ebreo, è quello dello spettacolo delle opere dell'universo, per iscoprire le leggi che lo governano, ciò è La gloria di colui che tutto move, onde deriva la scienza della natura, e meditare ad un tempo la legge o la Thorà, collo scopo di comprendere, applicare le leggi, le quali devono governare la società umana per ottenere, mercè un'educazione razionale, il miglioramento dell'individuo come della specie.
E dal giorno, nel quale fu proclamata la legge, come succedeva nelle società antiche, nelle quali il nome definiva l'individuo e lo riconsacrava, innestando nella personalità il proprio pensiero, l'Ebreo mutò nome, si rinnovò e si rivelò trasformato. Non si appellò più dal suo nome d'origine, Ebreo, il nome ne rispecchiò il pensiero, ne indicò il mandato. Nomen Numen. Egli si appella Isra-el - che significa rettitudine di Dio o creatura di Dio.
Terzo elemento, o, meglio, vera piattaforma, sulla quale si è elevato l'edifizio d'Israel, nel quale si è imperniato, è il Popolo. Appo le altre genti, sarà un re, un eroe, un sacerdote, un ierofante che rappresenta, e in sè concentra la nazione: in Israel, è il popolo stesso.
Appo le altre genti, non è la legge, ma il Privilegio, che costituisce la Nazione e la domina, suole elevarsi un individuo, un eroe, una classe o casta che signoreggia; in Israel è tutto il popolo, a sè sacerdote e sovrano. Voi siete, dice il legislatore, un popolo di liberi, Benè-Korim, un popolo di sacerdoti, popolo-re. Non v'ha in Israello che una classe, il popolo, un sovrano, la legge7. Un Dio, una legge e un popolo.
Tali i principii generali, sui quali si fonda e s'impernia l'Ebraismo, e tali principii non dovranno limitarsi ad essere soltanto retaggio a Giacob, dice ancora la Bibbia, ma devono riuscire di scuola, esempio alle nazioni, retaggio del genere umano. E qui si apre la storia d'Israel; storia che, scrive Renan, è una delle più belle nell'umanità; s'inizia nell'età più remota, nè sembra chiusa ancora.
La storia di questo popolo si divide in tre periodi, i quali segnano lo svolgimento graduale di questi principii, e l'applicazione di queste idee in mezzo alle nazioni.
Il primo periodo l'appelleremo di Concentramento; il secondo di Dispersione; il terzo di Fusione.
Nel primo, egli combatte per conquistarsi una patria onde ordinarsi e costituirsi in nazione. La regione che, per tradizioni di famiglia, come pel mandato imposto ad Israel, doveva essere la sua sede, il punto per raccogliersi, fu la Siria o Palestina. Era questa la terra sacra, la terra eletta o di elezione, terra, diremmo, provvidenziale: La Siria è un istmo che, mentre è chiuso in sè, come una fortezza, tra i monti, il deserto ed il mare, rannoda insieme i tre continenti del mondo antico, Asia, Africa, Europa, è la meta verso cui si sono rivolti gl'invasori da ogni parte del mondo; è la meta che invoglia le cupidigie di ogni conquistatore, soggetta a continue guerre e travolta in trasformazioni violente di razze, di religioni, di imperi, che si rovesciano, si sovrappongono l'uno sull'altro; ed è pure il punto centrale, cui il mondo antico appellò umbilicus terr?, il punto in cui s'incontravano tutti i popoli dell'antichità, e, ad un tempo, era punto d'appoggio, da cui, intermezzando fra tre mondi, si può esercitare un'azione potente sopra tutti i popoli; punto di concentramento e di espansione, che raggruppa e snoda, annoda ed espande.
Dopo lungo periodo di guerre, Israel appena cominciò a stabilirsi in questa regione, a consolidarsi, e prese a svolgere, applicare i suoi principii sociali, non sì tosto divenne una forza, egli vide levarsi contro di lui i popoli, i grandi imperi che lo circondavano, Egiz?, Assiri, Babilonesi; e dovette combattere contro tutti, a difesa della sua nazionalità, e de' suoi principii.
Questi imperi, oltre all'interesse politico e strategico di rendersi padroni della Siria, la quale offriva il passaggio per l'Egitto, nei vasti imperi dell'Asia centrale, e per l'occidente, avevano pure un interesse speciale, religioso e sociale, per combattere l'Ebreo: e s'iniziò quella guerra contro l'Ebreo, che ora si dice antisemitismo, e che in quei tempi veniva combattuta spesso dagli stessi semiti.
Le sue leggi, la sua religione, la sua costituzione sociale, era per loro un pericolo, una minaccia, però ciascuno aveva interesse che l'Ebreo non pervenisse a consolidarsi fortemente. La costituzione sociale dell'Ebraismo era l'antitesi, la negazione di quella di tutti i popoli e regni dell'antichità, e, come diremmo con parola moderna, era una minaccia permanente contro l'ordine. Tutti i regni adoravano una moltitudine di Numi d'ogni forma, avevano culti feroci, voluttuosi, osceni, o Nume loro era lo stesso imperatore od il conquistatore.
L'Ebreo, invece, opponeva un Dio solo in cielo, una legge in terra. Quelli erano divisi in caste, in classi; e le classi privilegiate erano tutto, il popolo o la massa nulla, l'operaio, il contadino oppressi, calpestati, schiavi: appo l'Ebreo non esistevano classi, l'operaio, il contadino il popolo erano tutto, e il sacerdozio stesso era confinato, isolato all'altare, chiuso, diremmo, nel tempio, e unico re la legge. Là era autocrazia, teocrazia, e quindi il dispotismo, l'arbitrio che dominava; qui la legge sovrana, la uguaglianza sociale. Era la Svizzera, l'Olanda, dell'antichità e come diceva Renan, e prima di lui disse Michelet: fu la prima e vera democrazia dell'antichità. A quel modo che tutti i despoti moderni, la Spagna, l'Austria, la Francia, la Corte di Roma combattevano una lotta accanita contro l'Olanda, la Fiandra, la Svizzera protestante e poscia contro la Rivoluzione Francese, non altrimenti tutti i dispotismi e le teocrazie dell'antichità mossero una guerra continua, accanita contro questo piccolo popolo libero, e nulla fu risparmiato per ischiacciarlo, sopprimerlo.
Questa la prima e forse l'unica cagione degli odii e delle ostilità di ogni nazione contro l'Ebreo, la origine e causa vera dell'Antisemitismo nel mondo antico e nel moderno.
Egli era la condanna d'ogni dispotismo e d'ogni superstizione, con cui e per cui regnavano, e che volevano far prevalere pel loro interesse, in nome dell'ordine. Tutti combattevano colla forza degli eserciti, le calunnie, le mali arti di governo contro lui; ed egli colla sua legge, i suoi principii religiosi e politici, si levava solo a lottare contro tutti. Inde irae.
E prima gli convenne combattere contro i potenti imperi dell'Asia Centrale, Babilonesi, Assiri, Persiani. Essi, che invasero la Siria con forze sterminate, ebbero facile vittoria sopra questo popolo, piccolo di numero ed ordinato più per la pace e pel lavoro, che non per le arti della guerra. Sionne fu espugnata, il tempio arso, il popolo disperso e fatto schiavo. Ma, se era debole per forze materiali, era indomito per forze morali. Questo popolo raccolse di nuovo le sue forze, ricostituì il suo regno, si rifece nazione, potenza; e s'iniziò un secondo periodo di concentramento: Ma allora nuove forze, altre potenze, mosse dallo stesso antagonismo politico e religioso, si levarono contro di lui dall'occidente.
I Seleni, i popoli Greco-Macedoni, i quali miravano specialmente a combattere e sopprimere il suo culto, la sua legge, e imporre i loro Numi nel tempio di Sionne; Israel combattè contro di loro una pugna eroica; quelli furono vinti, il tempio purificato. Allora sorse contro di loro Roma. Guidava sotto il suo stendardo tutti i popoli, associava a sè tutte le forze del mondo, e le avventò contro il Dio Ebreo, contro il popolo, la legge. L'Ebreo si trovò a fronte con Roma, tutto il mondo schierato contro un pugno d'armati. Fu una guerra di nazionalità, una resistenza delle più eroiche e grandiose che ricordino le istorie: l'Ebreo solo, fra tutti i popoli, osava resistere a Roma8; colla sua resistenza ne feriva l'orgoglio: conveniva trionfare ad ogni costo, sopprimerlo. Roma, dopo una lotta di oltre dieci anni, vinse, Sionne fu espugnata, distrutto il tempio, arso, il popolo condotto in esiglio e disperso.
E qui comincia il secondo periodo della sua storia, ed il più tragico; quello della dispersione.